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Portaluppi da reietto a campione, la lettera su Paolo Conte: le parole di Piero Maranghi

Milano sarà longeva come le opere di Piero Portaluppi? Interviene Piero Maranghi, curatore della monografia su Piero Portaluppi e spettatore della de-meneghinizzazione di Milano

Lampoon: una conversazione con Piero Maranghi, la polemica sulla scala e sul concerto di Paolo Conte

«Fino a dieci, vent’anni fa, tutto il mondo andava alla Scala per vedere come si fanno gli spettacoli. Oggi, si viene alla Scala per vedere gli spettacoli che vede anche nel resto del mondo. Quanto potrà durare? Adesso funziona perché Milano è ‘cool’, è figa, ha i soldi. La Scala per duecento anni è stata la Scala a prescindere. Lo era anche nei momenti più bui, negli anni di Tangentopoli, sotto al Fascismo. Trovo che questo processo di omologazione sia pericoloso. Sulla Scala poi non potevo tacere. Il mio è stato un grido di dolore per l’ultimo baluardo rimasto».

A proposito di cambiamenti che rischiano di attentare al senso più autentico di Milano, fece scalpore la presa di posizione di Maranghi sulle pagine del Foglio con la sua Lettera a Paolo Conte con preghiera di non profanare la Scala, datata 11 febbraio 2023 a pochi giorni dal concerto del cantautore piemontese sul palco del teatro scaligero. Destinatari dell’appello, gli ‘inconsapevoli dissipatori della tradizione meneghina e del suo simbolo più luminoso’. Forse miopi rispetto alla possibilità che il cuore della città possa erodersi e non sopravvivere all’avvento di tempi duri. 

Piero Portaluppi tra Musil e Guadagnino: il percorso comincia quando Portaluppi era visto come un reietto

Piero Maranghi scrive che commissionerebbe un romanzo su Piero Portaluppi a Robert Musil: «Avrei potuto dire anche Joseph Roth o Sándor Márai: quel mondo in cui tutto sale e al tempo stesso in un attimo precipita, si disperde, si ricostituisce. Penso a L’uomo senza qualità, a Confessione di un assassino, e forse in maniera nostalgica a tutti ribaltamenti della Mitteleuropa: a come questi scrittori siano stati capaci di rappresentare quel mondo. Da questo punto di vista lui continua a offrirmi delle storie. Ancora oggi scopro facciate che portano la sua firma». 

«Noi abbiamo fatto un percorso lungo, ma non dimentichiamo mai che quando abbiamo iniziato Portaluppi era un reietto. Oggi la situazione è ribaltata». Tra le tappe di questo viaggio, la nascita della Fondazione Portaluppi nel 1999, la mostra Piero Portaluppi. Linea errante dell’architettura del Novecento ospitata nel 2003 alla Triennale, la riapertura di Villa Necchi Campiglio nel 2008. Si passa anche per il cinema, con l’uscita nel 2009 del film Io sono l’amore, terza fatica cinematografica di Luca Guadagnino ambientata tra Casa degli Atellani e Villa Necchi. 

Una famiglia borghese: Portaluppi raccontato dal bisnipote Piero Maranghi

L’albero genealogico che congiunge Maranghi a Portaluppi, cugino di Carlo Emilio Gadda e sposato con la nipote di Ettore Conti, è uno spaccato di borghesia meneghina. «In una famiglia che ha sempre avuto una forte attitudine al comando tra generali, amministratori delegati e capitani di impresa» prosegue «lui è stato il professionista del bello. Ha in qualche modo insinuato nella generazione di sua figlia, dei nipoti e bisnipoti una certa attitudine a una serie di elementi – non solo estetici – che fanno parte del nostro codice genetico. Di questo gli sono molto grato, e penso che la mia grande famiglia, con le sue glorie e le sue miserie, nei confronti di Portaluppi abbia un grande debito. Ha permeato di una grande bellezza un mondo intero, fatto di infanzia, di suggestioni e altrettante illusioni».


«Le sue case hanno longevità. Rispetto al professionismo di oggi, trovo che la sua capacità di uso dei materiali, delle soluzioni tecniche, delle cerniere, degli infissi, delle maniglie, delle grondaie, a distanza ormai di un secolo mostri una grande conoscenza. È come vedere una vecchia automobile e chiedersi perché oggi le vetture siano così brutte, uguali e poco longeve. Ed è un qualcosa che mi legherà a lui per il resto dei miei giorni». 

«Adesso devo passare la mano» prosegue. «Non con amarezza, ma con soddisfazione. È bene che Portaluppi inizi un percorso diverso rispetto a quello degli ultimi venticinque anni, attraverso la Fondazione, e che abbia una solidità e un futuro». Niente spoiler a riguardo: «Posso fare un’anticipazione: la famiglia, credendo molto nel lavoro fatto, ha cercato e credo abbia trovato la miglior soluzione perché Portaluppi continui a essere pubblico, fruibile e vivo».

«In principio era il nome: Piero»: inizia così Piero Portaluppi, volume monografico edito da SKIRA a inizio 2023 in collaborazione con la Fondazione Portaluppi 

Il riferimento evangelico in apertura porta la firma di un altro meneghino di nascita, Piero Maranghi, curatore del testo e bisnipote di Portaluppi. Imprenditore, direttore di Classica HD, editore, regista e produttore attivo nel mondo della cultura, Maranghi è anche Direttore operativo della Fondazione impegnata a recuperare, catalogare, divulgare e valorizzare l’opera del bisnonno. 

La pubblicazione del libro, impreziosito dalle fotografie di Ciro Frank Schiappa e dalla presenza di saggi inediti, costituisce uno evento di rilievo per gli studiosi e gli appassionati del corpus portaluppiano. Non soltanto per il quadro bibliografico – in copertina campeggia la Centrale idroelettrica di Vaprio d’Adda, realizzata tra il 1947 e il 1950 – , ma soprattutto perché si propone di chiudere il cerchio con il primo atto del laborioso impegno preso dalla Fondazione alla fine del secolo scorso: dare a Portaluppi quel che è di Portaluppi. 

Da richiesto da tutti a dimenticato: Piero Portaluppi 

Prima gettonato, poi dimenticato, infine rivalutato. Il nome di Piero Portaluppi ha vissuto tutte le stagioni. L’architetto scompare il 6 luglio 1967 all’età di settantanove anni a Milano tra le mura di Casa degli Atellani, dimora rinascimentale che aveva modificato negli anni Venti e dove risiedeva. In attività realizza 133 progetti, 63 dei quali ancora visibili. Tra questi, Villa Necchi Campiglio, una delle case-museo più conosciute e visitate del capoluogo lombardo, oggi sito FAI. 

La mano di Portaluppi ha plasmato e definito alcuni angoli di Milano: la pavimentazione di Piazza del Duomo, il Planetario, l’Arengario, Palazzo della società Buonarroti-Carpaccio-Giotto (l’arco simbolo di Porta Venezia) costituiscono solo una parte del suo lascito, quotidianamente fruito da cittadini, pendolari e turisti più o meno ignari della mano dietro al design di una delle città più desiderate d’Europa. Senza contare i lavori di rifacimento del tessuto urbano commissionati nel dopo Guerra direttamente dalla Sovrintendenza per luoghi come l’Università degli Studi di Milano, la Pinacoteca di Brera e Santa Maria delle Grazie, a pochi metri dalla casa dove lo stesso Maranghi è cresciuto.

C’è tanto Portaluppi nella Milano che conosciamo. Anche per questo, la sua figura trascende il ruolo dell’architetto e dell’urbanista. Il libro edito da SKIRA si propone così di catturare e rappresentare la portata della breccia culturale di Portaluppi all’ombra della Madonnina. E chiude un corposo capitolo del dialogo tra il bisnonno e il nipote.

Piero Portaluppi: il professionista del bello

«Per me si tratta di un congedo» esordisce Maranghi, che ha cercato di capire per anni cosa pensasse davvero di Portaluppi. Oggi lo ama «senza troppe mediazioni, senza ripensamenti». L’occasione per tirare le somme è arrivata con la pubblicazione della monografia: «Dopo quasi venticinque anni di carriera ho fugato alcune riserve. Rimangono dei lati che non ho più voglia di indagare, ma al tempo stesso sono arrivato a una conclusione abbastanza definitiva sul fatto che il mio rapporto con Portaluppi si sia risolto. Ha avuto in questi cinque lustri una serie di alti e bassi, ma alla fine sento un grande debito, perché ritengo che abbia aperto a tutta la mia famiglia delle porte che prima non necessariamente erano accessibili».

Eclettismo e razionalismo di Portaluppi

Al netto del trattamento riservato dalla critica e dai contemporanei, le coordinate biografiche fornite dalla monografia sottolineano l’assoluto valore dell’operato di Portaluppi e la proficuità del suo eclettismo, rintracciabile a partire dai lavori sulle centrali idroelettriche nelle valli alpine fino all’intermezzo razionalista, passando per gli anni Venti e Trenta vissuti da protagonista e i progetti utopistici con cui veicolò la personale critica alla città massificata. È sufficiente una linea a  zig zag, uno spigolo, un motivo labirintico, un timpano o un atrio portaluppiano per aprire porte su mondi apparentemente incomunicabili, raccolti nel corredo fotografico. Il quadro viene ulteriormente arricchito dalle sperimentazioni professionali e stilistiche riportate, e dalle parentesi del libro dedicate all’uomo Portaluppi, con tutte le sue fragilità e insicurezze.

Piero Portaluppi edito da Skira

Dietro al rilancio e al riscatto culminato con questa edizione, un lavoro corale: «Mi ha molto toccato in questo senso la morte di Paolo Portoghesi (il testo di SKIRA include la sua lectio magistralis su Piero Portaluppi tenuta il 10 aprile 2018 presso Santa Maria delle Grazie, ndr). In fondo, durante questo lungo percorso, i suoi allievi come Canella o i suoi antagonisti come lo stesso Portoghesi erano quanto di più lontano ci potesse essere da Portaluppi. Però sono state delle colonne nell’aiutarci in questa operazione. Portoghesi in particolare era un intellettuale di una delicatezza, dolcezza e cultura fantastiche. Amava Schubert, Borromini… la sua lectio per i 130 anni della nascita, a Santa Maria delle Grazie, nella chiesa che Portaluppi restaurò due volte, fu straordinaria. È un mondo che ha camminato insieme e che continuerà a camminare. Solo un po’ più lontano da me».

La giusta distanza con cui guardare all’opera di Portaluppi

Il concetto di lontananza ritorna sfogliando la monografia, quando ci si imbatte nel saggio Eclettiche Manie. Vite e carriere di Piero Portaluppi scritto da Jacopo Ghilardotti. Nel descrivere l’avvicinamento di Portaluppi al razionalismo, l’autore parla della “giusta distanza” mantenuta: l’espressione viene impiegata, in questo caso, poiché l’architetto vide in quello stile una freccia in più da scoccare, uno strumento più funzionale di altri per trattare il presente, ma senza costringersi a farsi terra bruciata intorno con forti adesioni ideologiche. La formula della giusta distanza ben inquadra quella tensione verso la sperimentazione ampiamente riconosciuta a Portaluppi. Un tratto che si ritrova nella sua erranza, sottolineata da più critici e dalla varietà delle sue creazioni e delle sue esperienze di vita: «Penso che sia un’espressione molto appropriata. Il suo essere errabondo era anche generato dalla possibilità di avere sempre una via di fuga. Ogni tanto Portaluppi mette un segno in più, fa qualcosa che forse è un po’ troppo, ma credo che lo faccia perché consapevole che da lì potrà sempre scappare, e continuare a essere errabondo». 

Piero Portaluppi e Milano

Maranghi è convinto del fatto che Portaluppi, nonostante le insicurezze descritte in più passaggi del libro, fosse determinato ad affermarsi in contesti estremamente competitivi e sfidanti. A partire dalla Milano degli anni Venti, “fucina di tendenze”: «In quegli anni è stato un campione assoluto. A Milano era dappertutto. E riusciva sempre a fare quel che voleva. È dopo che le cose vanno storte. La tragedia si condensa tutta in un quarto d’ora».

La guerra lascia su Portaluppi un segno indelebile il 4 ottobre 1942, quando l’idrovolante con a bordo il figlio Oreste (detto Tuccio) in volo su Algeri precipita in mare, costandogli la vita all’età di 25 anni.

«Il difficilissimo rapporto con il figlio maschio, un ragazzo in cerca di espiazione alla sua condizione di figlio non definitivamente accettato dal padre, che malgrado avesse un’offesa permanente la nasconde, va in guerra e muore, lasciando uno squarcio pazzesco, a cui segue la lettera al podestà». Pochi giorni dopo, infatti, per giustificare la sua assenza a un evento, Portaluppi invia la lettera al Segretario Federale di Milano d’Italia, che gli costerà uno dei due processi per epurazione post-liberazione (uscendo indenne da entrambi), pubblicata il 22 ottobre sul Corriere e Il Popolo d’Italia. «Tutto questo, se si guardano le fotografie, emerge con chiarezza: nel ’39 Portaluppi è uno splendido cinquantenne, nel ’44 un vecchio sessantenne ammaccato».

Scandagliando la produzione di Portaluppi, in quale lavoro l’uomo incontra l’architetto?

«La Casa Portaluppi, dove non va a vivere ma mette lo studio. In quella casa ha voluto esprimere il suo essere, a prescindere dalla borghesia, dall’industriale milanese, da Ettore Conti, dalla famiglia di banchieri che avevano sposato sua figlia. Lo stesso vale per Casa Corbellini-Wassermann, o come in Villa Necchi, dove però il committente non era contento. E si vede. In quegli edifici noto proprio un congiungersi, la libertà di una persona che fa quello che vuole. E poi un edificio che adoro, spero lo salvino: lo Stabilimento della Società Ceramica Italiana di Laveno. Visto dal vivo è sorprendente».

La Milano di Portaluppi invade anche i social

Nell’era social, il catalogo di Portaluppi può valere come spot per Milano. Lo si realizza pensando all’impronta lasciata nel centro storico della città, tra i set prediletti dai creator che girano contenuti in esterna. Mentre impazza la Milano-mania, le sue creazioni rimbalzano tra un feed e l’altro, e le geometrie portaluppiane contribuiscono ad accendere il desiderio di passare tra quelle vie almeno una volta nella vita. Il pubblico non specializzato è ancora lontano dall’associazione immediata e spontanea con cui si è soliti accostare Barcellona a Gaudì. Portaluppi avrà mai una presa forte sul turismo di massa? «Ce l’ha già. Portaluppi è già arrivato agli stranieri che visitano Villa Necchi o la Galleria De Carlo. Ormai è un nome internazionale».

Coincidenza vuole che la rinascita dell’operato del bisnonno coincida con il periodo di massima attenzione mediatica per Milano e le sue contraddizioni. Dal 2015 la città non è mai stata così satura di persone fisiche, eventi e ricchezza. È ormai un brand attrattivo e respingente, complice la legge del mercato e i continui attacchi su più fronti: costo della vita, ambiente, sicurezza, identità locale. Per molti, un pendolo che oscilla tra sogno e rassegnazione. «Noi milanesi dobbiamo interrogarci. Milano è una città ricca, da sempre. Il motore del paese. Non è mai stata una città esclusiva. Né una città solo per ricchi. Sono processi impossibili da governare, perché viviamo nell’unico sistema rimasto, il capitalistico. Tutto questo, il caro affitti inaudito della città, la ‘quartierizzazione’, la separazione così netta di aree, non sono sicuro che mi piaccia».

Filippo Motti

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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