Claudia Schiffer and Nadja Auermann in the Versace Home Spring-Summer 1996 campaign. At Home With Versace. Fotografia Richard Avedon - 1996 The Richard Avedon Foundation
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Un tributo a Gianni Versace: la velocità della sua cultura, la creatività, il pop e il rock

Gianni Versace riuscì a riassumere la moda e l’estetica di due decenni, dagli anni Ottanta agli anni Novanta – in un breve tributo al maestro, la domanda: Versace è ancora cultura oppure è soltanto brand?

Versace: un tributo alle stampe in quadricromia, Andy Warhol e la signora Maria

Le stampe si producevano in quadricromia – Versace è stato il primo a lavorare con diciotto colori, a volte addirittura venti. Andy Warhol diede a Gianni Versace il permesso di usare i suoi quadri su vestiti – quando Gianni Versace era ossessionato dal futuro e dalla sartoria antica. Maria era una donna semplice che aveva abilità nelle dita di artigiana, capaci e nervose: la tradizione di secoli che dava vita a rilievi, trafori, arabeschi, trasformando le perle, i jais e i cristalli in cascate, fiori, e fogli in bassorilievi di ricamo. La Calabria rimane il suo tributo: i viaggi a Messina, le vacanze in Aspromonte o al mare, Bagnara, Seminara e Scilla – i lavori di Maria sarebbero restati un riferimento per ogni nuovo campione di ricamo. Un disegno di Karl Lagerfeld ritrae Anna Piaggi, un mix di Chanel e Versace. Per Versace, Karl era maestro, Anna un’amica, talento in reciproco scambio: è un disegno che sintetizza il concetto di moda e decorazione di un intero secolo.

Versace e Mina, Madonna, More is more – Barocco, Pop Up, Western – solo un delirio può diventare un tributo

Irregolarità contro simmetria, l’esotismo del set e una citazione dell’antico, la Magna Grecia, Delacroix e la decadenza di D’Annunzio, pop art, memorie neoclassiche e costumi da calcio americani. Una natività bizantina diventa Madonna la cantante. Non esiste il senso di colpa. Ella Fitzgerald, Patty Pravo su Tripoli, Sergio Bruni e Gloria Christian. Molteplice invece che unico. More is more. Barocco, Pop Up, Western in pelle selvaggia e frange, la Scozia in mini kilts, il denim, la stampa leopardata, i glitter – il Neo Barocco. Cremona, il disco della tigre: «è solo il pretesto per una copertina con Mina, smagrita e autoironica, paludata in un abito di Versace assurdo quanto basta, incrocio tra una mise cardinalizia e il manto di Grimilde, la matrigna cattiva di Biancaneve» scrisse Cesare Romana nel 1996. La semplicità della luce, un vestito di lamé.

Gli anni Novanta furono gli anni di Bill Clinton, della massificazione degli adulteri. Tony Blair chiamò Diana Spencer the People’ Princess e aggiunse: sì, vogliamo la monarchia ma deve essere una monarchia del popolo. La monarchia doveva capire il divorzio, doveva capire l’aborto. Sembrava che in quegli anni la Regina d’Inghilterra non piacesse più a nessuno. La Regina era la versione umana di valori troppo ostici. Non dava tributo, non riceveva tributo.

Una corona reale e un microfono, il rock, l’underground: tutto era glam, tutto era possibile. Un legame con Diana – la regina Elisabetta vietò alla nuora di presentare Rock and Royalty – la regina madre comparve fra le pagine del libro, in una foto di Cecil Beaton. «Some people are born royal, others become queen on their own» scrisse Elton John. 

Tutto era glam, tutto era possibile, tutto era un veicolo mediatico, pubblicità – Gianni Versace, la storia, la sua creatività, e il tributo agli anni Ottanta che entravano nei Novanta

Classic e Funk, Michael Jackson, metallo, tessuto che profuma, blady, tattweed. Spille da balia sul vestito nero, Elizabeth Hurley per Four Weddings and a Funeral, un tailleur bianco per il Time. «Valentino è il sarto che mi piace di più» disse Carlo, «e lei non è il principe che mi piace di più» rispose Versace. Le immagini di Avedon e Weber ritrassero un uomo sensuale, un’energia infinita, ossessionante, sfacciatamente ammirato, la Querelle de Brest – un maschio ha per primo sé stesso, come oggetto d’amore. Poi, forse, la donna o altri uomini. Un tributo o una sessione di sesso – possono diventare poesia?

Il sesso non fu più implicito. L’eterosessualità un limite, l’omosessualità pure. Le immagini fecero smaniare una femmina e vacillare il maschio etero, portando entrambi a febbre e a desiderio – riportavano a Dalì e Garcia Lorca a Cadaques nel ‘27, amanti in un rapporto non esclusivo. In Italia, Roy Strong disegnò i giardini di Versace sul lago di Como, i Vanzina girarono Sapore di Mare, all’apparenza una storia scapestrata e senza spessore, in realtà un ballo con Virna Lisi fu la sintesi di un periodo che neanche si concluse e già produceva nostalgia.

New York. È tutto subito. Arte, transavanguardia – i rumori del ristorante di Mr. Chow, le chiazze di colore, Dine e Calder. Madame Grès trovava posto al Metropolitan. Chic and shock. Bisogna ritornare all’inizio di tutto ciò, quando Diana Vreeland non toglieva gli occhi di dosso a un ragazzo che controllava i vestiti un momento prima della sfilata. La Vreeland andò a sedersi, applaudì e un po’ s’innamorò. 

Da Milano a New York e indietro: che cos’è il successo? Estetica, creatività – qual è stato il successo di Versace?

Andre Leon Talley scriveva che per capire Versace bisogna riferirsi all’estasi pittorica: Fragonard, Jacques Louis David, i manifesti cinematografici, l’iconografia religiosa, l’Art Decò. Vestire Versace significa credere nella tensione drammatica, un modo che è allo stesso tempo wagneriano e warholiano. Un particolare delle Sabine del 1799 conservato a Louvre diventa una gonna, una fodera di una gonna, un’immensa gala. I nettuni nudi e le fontane di Versailles, dentro ci sono i coccodrilli – è una seta del 1993. 

L’alfabeto per gli dei e Roberto Calasso, i libri con Leonardo Mondadori, le case disegnate da Renzo Mongiardino. Uno specchio magico – scrive Hamish Bowles – le corti di Luigi XVI e di Napoleone III, gli abbandoni di Poiret, Bakst e Klimt, la decadenza di Otto Dix. Millicent Rogers mescolava la sua identità americana con il genius loci del Messico. Versace ha sempre saputo usare la storia, reinventandola una volta in più. Gonne ampie da Impero Austro Ungarico, in un ritratto di Worth, mescolate all’Antica Grecia e restituite a un futuro costante. Si tratta di moda italiana. 

Versace firmò i costumi per Capriccio di Richard Strauss nel 1991, alla Royal Opera House di Covent Garden, lo spettacolo sponsorizzato da Goldman Sachs – era il 1991. Marsine, redingote – ricami glitterati, ultra-colorati. «Il potere del brand Versace nel mondo è molto più alto di quanto potrebbe emergere dal potere di vendita attuale della casa», diceva Mario Ortelli, senior luxury goods analyst a Sanfrot C. Bernstein. Il brand Versace è tra i primi ranking della consapevolezza mondiale, insieme a Coca Cola e Google – che per un’azienda di moda è un asset inaspettato e dal valore – quindi, dal potenziale – inaudito. Oggi il nome Versace è una delle parole più famose al mondo – grazie a Versace, se arrivi in Texas e parli di Milano, la gente ti risponde sulla città della moda. Vedendo gli ultimi sforzi, purtroppo sale la domanda: che cosa sta succedendo oggi a Versace? Cosa ne sarà domani di tutta questa cultura?

Perché in fondo, cos’altro è il successo? Cos’altro è una città? Cos’altro è Milano se non il sogno di ambizioni, stupori e colori che quest’uomo trasportò nel mondo? Quando una macchina della polizia si fermò davanti al Pio Albergo Trivulzio, quando Craxi smise di eccitare l’Italia, Gianni Versace osservò semplicemente come la cravatta non fosse più un simbolo per bene, se la indossavano anche i banditi. Is this the real life or great fantasy? – la canzone fece esplodere i magistrati del tribunale. Dinner parties, biggest dramas and fights, biggest love. Via Gesù è un centro energetico – come nel corpo umano, dentro le viscere cui nessuno ha accesso, dentro le cave delle arterie, le anse della linfa – la pulsazione si espande ovunque, per tutte le vie e le strade. I vetri dei negozi, le pozzanghere, i cofani delle macchine – sono tutti specchi che riflettono la vanità di un solo ragazzo che fu Gianni Versace. La vanità è la migliore fra le virtù. 

Gli Anni Novanta – Saddam Hussein vestiva Versace

Negli anni Novanta la stampa era aggressiva. Erano gli anni post caduta del muro di Berlino, in cui la gente voleva vivere, rispettare, voleva la fine dei vecchi modelli per entrare in un’epoca di inclusione. Il muro di Berlino cadde e non eravamo più io contro di te. L’Apartheid in Sudafrica fu sconfitta: le politiche di Mandela portarono i sudafricani in Inghilterra. Il Dalai Lama divenne la bandiera sventolata dagli attori americani, a difesa dei tibetani aggrediti dai cinesi. Bono degli U2 iniziò a fare politica. Ci abbiamo creduto tutti. 

Armani, Valentino – non li conoscevamo solo noi, qui a Milano. Saddam comprava Versace. Per molti, qui in Italia, Diana era una ragazza a cui piaceva fare shopping: le principesse erano ragazze qualunque – solo che nessuno se ne era accorto prima. Una bella donna aveva più di un amante, sognava il medico pakistano e una rockstar come Bryan Adams – soprattutto se d’estate andava a Saint Tropez, se faceva parte dell’élite intellettuale. 

Naomi Campbell in Piazza di Spagna e le lacrime per Gianni Versace – quella discesa era il tributo che vorremmo ancora dare

Velocità e Cultura. Naomi spaventava le altre dicendo che la passerella era scivolosa, così le altre camminavano incerte, mentre Naomi poteva essere la pantera. Se c’è uno scrittore che più d altri può essere rapportato a Gianni Versace, è Proust – anche se qui rischio di peccare in un’ingenua retorica didascalica: quella invenzione di manipolare il tempo, di giocare con la memoria, di andare avanti e indietro a una velocità che è puramente umana, la velocità di una sinapsi neuronale. «Quel che si è fatto si rifà continuamente», scriveva Proust. La fantasia di Versace – è normale che l’unica colonna possibile sia quella canzone, Freedom, urlata a squarciagola. Prince e Picasso – quelle scene tratte, niente di meno, dal Parade con cui Cocteau stupì Diaghilev. Insieme a Maurice Béjart, Versace portò il teatro nelle strade, negli aeroporti, nei ristoranti: ogni donna era un ruolo per Greta Garbo e ogni maschio poteva essere interpretato da James Dean. 

Frank Moore scrisse un racconto – le parole, gridate e impazienti, voglio ballare, voglio ballare. Clemente, Rotella, Paladino, Matta disegnarono meduse per Versace. Miami, quella fine. Ancora: Naomi Campbell, vestita di rosa, scese la scalinata di Piazza di Spagna, le lacrime agli occhi con le altre ragazze che Gianni trasformò nel simbolo degli anni Novanta. Era il 1997, l’ultimo tributo – non credo ci sia mai più stata tanta bellezza, insieme, in una diretta tv italiana. Fu la conclusione di un millennio e l’espressione estetica di un solo uomo. Le parole di Gianni: «Ho tante cose da scoprire, e ho sempre paura di non fare in tempo. Sono uno che non si ucciderebbe mai. Penso di essere stato fortunato, chi avrebbe mai detto che –

Carlo Mazzoni

Summer 1996 Photography Richard Avedon, The Richard Avedon Foundatio
Summer 1996 Photography Richard Avedon, The Richard Avedon Foundatio

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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