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Antonio Dikele Distefano: Autumn beat e il sogno del rap raccontato in un film

La voce di uno, la penna dell’altro: due fratelli di seconda generazione e la scena rap italiana nel debutto alla regia dello scrittore Antonio Dikele Distefano

Lampoon intervista Antonio Dikele Distefano 

In Antonio Dikele Distefano convivono più mondi: la scrittura, la regia e la musica. Tutte esperienze e anime che guidano il suo sguardo registico e attraversano Autumn Beat dall’inizio alla fine. Il film racconta lungo tre decenni la storia di due fratelli, Paco e Tito, che provano a sfondare con il rap negli anni Dieci.

Nel progetto si trovano diversi protagonisti della scena musicale italiana: come Sfera ebbasta e Guè, che recita nella parte di sé stesso durante uno dei periodi più significativi della sua carriera solista. Nel film è la figura di riferimento a cui Paco (interpretato da Abby 6ix nel decennio centrale della storia) cerca di arrivare.

Antonio Dikele Distefano, la serie tv Autumn Beat 

C’è una parte di te che ha prevalso? «La scrittura. Penso alla prima parte del film: i ragazzi non hanno ancora niente, dormono tutti nella stessa casa, sono senza un euro. Mi ricorda un periodo che ho vissuto anche io, quando a diciannove anni iniziavo a scrivere il primo romanzo. Anche se qui si parla di una forma di scrittura diversa».

È proprio a partire dalla scrittura che si dipana la storia di Autumn Beat. La scena del trailer è cardine: Paco accetta di fare una foto con una fan che ha tatuata sul braccio una frase cantata da lui ma scritta dal fratello. «Ma nessuno lo sapeva. Quelle erano le regole del gioco. Chi rappa, se la cava da solo», recita la voce fuori campo. 

Con questa immagine, Distefano catapulta lo spettatore a confrontarsi con uno dei temi cardine del film e tra i più discussi della storia del rap: il ghostwriting: «Ho cercato di raccontare cosa fosse il 2011, e il fatto che nel rap bisognasse rispettare determinate regole, che forse sono ormai superate. Un periodo storico pieno di tabù. In Italia tante cose andavano sdoganate, a differenza dell’America».

Il 2011 è l’anno di fondazione di Tanta Roba, etichetta di Guè e Dj Harsh che ha consolidato artisti, da Salmo a Fedez passando per Ghali ed Ensi. La presenza dell’ex Club Dogo non è casuale: «Il mio obiettivo era riuscire a raccontare una storia che sembrasse vera. La storia di un rapper che ce l’ha fatta in un passato recente. Quando abbiamo iniziato a lavorarci, il pensiero è andato subito a Guè». 

Autumn Beat: i ragazzi nella serie fanno freestyle, non hanno i social, si scambiano dischi

In occasione dell’uscita del suo ultimo album Magico, il rapper Mondo Marcio si è espresso su alcune differenze che separano la nuova generazione di rapper o aspiranti tali dalle precedenti. Quello che sembra essere cambiato, confrontandosi con lui, è il modo di sognare di fare il rapper,  le priorità, i mezzi, i modelli, le strategie. Autumn Beat presenta quel sogno in una forma lontana dall’oggi: i ragazzi nel film fanno freestyle, non hanno i social, si scambiano fisicamente i dischi. 

«La differenza tra le generazioni penso sia nell’immediatezza, e nella consapevolezza che è possibile farcela con il rap» spiega Distefano. «Se penso a quegli anni, molti emergenti non avevano la percezione che qualcosa potesse succedere». Rispetto ad allora, nelle nuove leve si riscontra più attenzione nel definire aspetti come l’estetica, la forma di scrittura, le reference, il posizionamento, la continuità o la discontinuità da determinate wave. «C’è forse più ignoranza riguardo alla parte contrattuale. Ma dentro di loro sentono che se le cose vengono fatte per bene si può spaccare». 

Tra il 2011 in cui si muovono Paco e Tito e il presente, è cambiata anche la permeabilità del processo creativo rispetto a ciò che lo circonda e al pubblico a cui si rivolge la scrittura: «Quando hai la consapevolezza che con quello che scrivi puoi riuscire ad avere un pubblico ampio, cambi anche il modo di approcciarti, cercando di scrivere anche per piacere. Quando invece sai che quello che scrivi deve essere credibile, e deve piacere prima di tutto a chi fa parte di una cerchia, scrivi pensando anzitutto a un nucleo di persone. Io preferisco l’approccio del 2011, ma di questa generazione apprezzo il fatto che hanno aggiunto un fattore estetico sempre frainteso in Italia, dove il rap veniva visto come un qualcosa uscito dai centri sociali, mentre in America il rap era Puff Daddy, The Diplomats…».

Autumn Beat, un’autobiografia visiva e i ruoli femminili

All’interno di Autumn Beat si susseguono elementi legati più o meno direttamente al regista. «Ci sono molte frasi dette a me stesso e scene che mi ricordano momenti vissuti personalmente», come gli inviti a pensare alle persone che sono rimaste nella propria vita smettendo di sprecare tempo a cercare chi se ne è andato.«Ci chiediamo spesso “cosa ci sto perdendo?”, e pochissime volte “cosa ci sto guadagnando?”. Spesso quando perdi qualcuno ci guadagni qualcosa». E poi rifletto su me stesso, su quello che provo: «Ci sono dei momenti in cui mi sento totalmente perso, e penso di essere una grandissima fregatura. È la Sindrome dell’impostore. Spesso mi ripeto che se sono qui non me lo merito»

Anche le figure femminili che sono protagoniste della storia arrivano dal vissuto personale del regista: «Nella mia vita sono cresciuto in mezzo alle donne, tra mia madre e le mie tre sorelle» spiega. «Nel film abbiamo Ife; una bambina che ridà vita al nostro protagonista e una madre che peggiora fisicamente con il passare del tempo. Il ruolo della madre rappresenta quella figura genitoriale che nella vita di molti miei amici è mancata».

Dikele, senza nascondersi, fa però una riflessione «Forse non sono riuscito a valorizzarle al meglio. Si tratta comunque di un film scritto da maschi, girato da un maschio, su un set prevalentemente composto da uomini. È un punto su cui sto cercando di lavorare per i prossimi progetti».

Jacques Audiard e Baz Luhrmann

Una particolarità di Autumn Beat è la mancata conversione di un difetto fisico di uno dei protagonisti (Tito) in un superpotere, limitandosi al contrario a rappresentarlo con disincanto «Non volevo far sì che l’impedimento diventasse qualcosa da esaltare. Al contrario, Tito si nasconde, fino a quando non troverà una bambina che riuscirà a fargli trovare un modo per ricominciare».

La scelta di non elevare il difetto di Tito nasce da un confronto indiretto tra Distefano e il regista francese Jacques Audiard: «Lui fa il contrario. Sulle difficoltà dei protagonisti crea un superpotere, come in “Sulle mie labbra” con Vincent Cassel. Analizzando questo elemento, ho capito che mi sarebbe piaciuto fare il contrario». 

A proposito di riferimenti ad altri registi, uno dei primi incontri tra Tito e la bambina che cambierà l’ultimo decennio raccontato dal film è impreziosito da una reference a Baz Luhrmann: «C’è una citazione al suo Romeo+Juliet, quando Leonardo Di Caprio vede per la prima volta attraverso l’acquario Claire Danes». 

Antonio Dikele Distefano: Rap, politica e messaggi positivi

C’è consapevolezza da parte del regista del valore politico di Autumn Beat, che ha per protagonisti dei ragazzi italiani con origini congolesi. Un’altra affinità con Distefano, italiano con genitori angolani: «La cosa che mi lascia perplesso sono le modalità con cui veniamo presi in considerazione. Quando la sinistra chiede la cittadinanza per questi ragazzi in campagna elettorale, e non lo fa, non è come la destra che chiede di rimandare a casa gli immigrati? Non utilizza gli italiani di seconda generazione per fare campagna elettorale allo stesso modo? Per me sì, anche se con meno violenza».

Autumn Beat arriva su Prime Video

Coincidenza vuole che Autumn Beat arrivi su Prime Video a poco tempo di distanza dalla vittoria di Giorgia Meloni alle elezioni politiche del 25 settembre scorso: «Sono del 1992, e da trent’anni mi definiscono un “nuovo italiano”. Questa cosa mi fa arrabbiare, perché si continua sempre con la stessa retorica. Credo che per cambiare le cose si debba fare, senza lamentarsi troppo. Ma sono preoccupato per quello che sta succedendo al mio paese. E non certo dal 25 settembre. Ho visto anche l’indifferenza della sinistra quando era al governo e non ha fatto nulla». 

Le  cronache, specialmente quelle milanesi, riportano spesso casi di giovani rapper coinvolti in episodi di microcriminalità. Recente l’arresto a inizio ottobre dei trapper Baby Gang e Simba La Rue per aver preso parte a una violenta rissa con l’uso di armi da fuoco, avvenuta all’alba dello scorso 3 luglio nella zona di corso Como.

Ma il rap c’entra davvero qualcosa?

«Sono dell’idea che quando tu hai un potere e una visibilità, quello che devi fare è mandare messaggi positivi. Le rare volte in cui ho lavorato con degli artisti, ho cercato di far passare questo concetto. Non puoi lanciare messaggi negativi a ragazzi che sono facilmente influenzabili. Da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Ma in generale, non è colpa del rap. È colpa di vent’anni di politica fatta male, di uno scenario in cui la gente sta morendo di fame, del Covid. La gente si incazza per questo, non per il rap».

«Se sei incazzato e hai bisogno di un mezzo per esprimerti, il rap rimane il genere più vicino che c’è» prosegue. «Bisogna anche sforzarsi di capire che messaggio portano questi ragazzi. Sfera Ebbasta, ad esempio, ne lancia uno positivissimo: un ragazzo di Cinisello che da un giorno all’altro si è messo sotto e ha fatto i soldi, in un paese dove hai sempre la sensazione di essere fregato, che siano tutti raccomandati, che devi scappare all’estero per farcela. Tra due, tre anni vedremo cosa ci ha lasciato in eredità questo periodo storico. Nel 2008 la gente si lamentava dei Club Dogo per Vile Denaro o di Marracash per Badabum Cha Cha, e oggi siamo tutti a dire “meno male che c’è Marra”». 

«Il rap ci dice che se hai dei sogni e ti impegni, ce la puoi fare. Ed è il messaggio che noi, come media, dovremmo portare ai ragazzi. Sono dell’idea che il più grande nemico dell’adolescenza sia la noia. Se con il rap mostri una via diversa, stai già togliendo un sacco di gente dalla strada». 

Autumn Beat

Autumn Beat uscirà su Prime Video il 10 novembre. Antonio Dikele Distefano è autore di romanzi come Chi sta male non lo dice, Non ho mai avuto la mia età e Qui è rimasto autunno che ha ispirato il film, fondatore e direttore di Esse Magazine e ideatore della serie Zero, del 2021.

Filippo Motti

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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