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The Mandela Catalogue Vol. 1. Analog horror su YouTube. Di Alex Kister
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Escapismo lo-fi: perché crediamo di più alla bassa risoluzione?

Esplorare le zone grigie della grana fotografica, dove la ruvidità di immagini e suoni si fa esodo dal tardo capitalismo: il trend della bassa risoluzione in fotografia 

Immagini a bassa fedeltà – Cosa significa Lo-fi e cos’è la fotografia lo-fi

Lo-fi oppure low-fi – da Low Fidelity – significa bassa fedeltà – qualsiasi processo che non riesce a raggiungere l’accuratezza di dettaglio. La fotografia lo-fi si riferisce a pratiche fotografiche non convenzionali, scelte per estetica, che danno un’impressione di bassa qualità. Le tecniche più diffuse includono l’uso di macchine fotografiche giocattolo o di fotocamere a foro stenopeico. Può essere considerata una reazione opposta alla facilità di creare foto tecnicamente perfette nell’era digitale. Alcuni sottolineano un ritorno alla pellicola, mentre altri usano la tecnologia digitale per ottenere gli effetti analogici, o appunto, di presa istantanea di bassa qualità.

La fotografia lo-fi non cerca la perfezione, ma si diverte con la natura imprevedibile del mondo e della macchina fotografica. Ad esempio, le fughe di luce, la vignettatura e l’esposizione errata possono essere ricercate se aiutano il fotografo a ottenere l’effetto desiderato. Il lo-fi permette al fotografo di scattare fotografie senza pensare e di scegliere quelle che gli piacciono. 

Perché oggi si parla di lo-fi? Perché tutti ricercano il lo-fi?

Crediamo di più alla bassa risoluzione, all’user generated content – ovvero a un’immagine creata amatorialmente, senza costruzione professionale. Soprattutto, se l’immagine in bassa risoluzione presenta una grana pastosa, glitchato che possa indicare la presa diretta. Forse la ruvidità ci fa pensare meglio. Ci mette in contatto con i mezzi di produzione e i device di fruizione di quei prodotti culturali che plasmano il nostro mediascape cognitivo. La bassa risoluzione è una micro-insurrezione che sta avvenendo silenziosamente in tutto il mondo.

I The Beach Boys e le origini del lo-fi in un libro di Enrico Monacelli 

Desiderare l’anonimato, ma cercare la fama all’interno del pop: è un paradosso che diversi artisti cominciano a vivere negli anni Sessanta, quando il mercato discografico e il suo pubblico si fanno più famelici. Come spesso accade, dall’antinomia nasce una pratica estetica con conseguenze esistenziali e politiche: la bassa fedeltà (o anche lo-fi, dall’inglese low-fidelity). Succede a Brian Wilson, membro dei The Beach Boys. Su Reddit un utente scrive: «I Beach Boys hanno inavvertitamente definito il lo-fi in quanto estetica musicale alla fine degli anni Sessanta, dando così corpo ai dischi indie degli anni Novanta. Discuss». Lo pensa anche Enrico Monacelli, ricercatore e dottorando in filosofia, che ha appena pubblicato per Repeater The Great Psychic Outdoors (2023): un libro sul lo-fi, le sue origini nel pop, e il suo presente come esodo anti-capitalista dentro le maglie dell’alta risoluzione. 

Dalle immagini alla musica: escapismo lo-fi. Perché ci piace la bassa risoluzione? La grana delle immagini alla ruvidità dei suoni.

Dall’analog horror, dalla musica lo-fi su Youtube, per arrivare alle immagini dei notiziari e della fotografia contemporanea. Per Monacelli, esistono zone grigie tra la grana delle immagini in bassa risoluzione, tra le battute di quei suoni ruvidi in modo premeditato, dove la sperimentazione funziona come esodo, l’accesso come fuga, e l’ascolto come rivolta del suono. La bassa risoluzione è una piccola insurrezione rispetto alle stringenti regole della commercializzazione dei prodotti culturali. 

Musica Lo-fi: che cos’è la bassa risoluzione in ambito musicale 

La fotografia a bassa fedeltà è stata anche comunemente collegata alla musica lo-fi. Molti definiscono la musica lo-fi un non-genere, proprio perché dalle sue prime propaggini anni Sessanta è andato incontro a mutazioni dal punto di vista musicale. Anche solo il passaggio da strumenti analogici come la scordata chitarra acustica di Daniel Johnston, precursore ‘sporco’ e autoprodotto del genere, alle pubblicazioni elettroniche degli utenti su YouTube costituisce un grande salto strumentale. In Italia gli ultimissimi esempi di un lo-fi contemporaneo sono riassumibili con Bello Figo e con i Pop X, per la loro attitudine ludica, fuori – per quanto si possa – dai circuiti discografici. 

Bassa fedeltà e bassa qualità come scelta più che estetica: registrare musica Lo-fi

Non sarebbe corretto, infatti, definire il lo-fi solamente da una prospettiva dell’estetica sonora. La bassa fedeltà e, quindi, la bassa qualità del suono costituisce una preferenza produttiva, a partire dalla location dove si svolgono le sessioni di registrazione (fuori dagli studi delle grandi etichette) fino ad arrivare alla post-produzione, non troppo invasiva, che fa permanere i suoni e le atmosfere della realtà. Nel lo-fi non si punta alla massima raffinazione del prodotto musicale, quanto piuttosto a catturare il grezzo, le intrusioni dei rumori che arrivano dal quotidiano: le musiche della sale d’aspetto e degli ascensori, il rombare delle macchine per strada, il suono che fa la droga quando viene bruciata. Ingenuità e radicalità si sposano nei brani degli esponenti del genere, che fanno una rassegna personale eppure globale delle turbe del contemporaneo: l’obbligo alla produttività, la salute mentale e quella del corpo sociale.

L’album Pet Sounds e lo studio di registrazione come strumento

In The Great Psychic Outdoors (2023) Monacelli parte dal 1964, anno in cui Wilson decide di lasciare il palco al resto della band, per concentrarsi esclusivamente sulla produzione musicale. Vincolato e coniugato alle nuove tecnologie, in Pet Sounds – album del ‘66 – il cantautore cerca di convertire lo studio di registrazione in uno strumento totalizzante dove suoni deliberati e rumori clandestini sono a pari merito udibili nelle tracce. Include i fonemi più ripugnanti emessi dalle macchine discografiche. Esplora un atteggiamento luddista per cui gli strumenti elettronici vengono portati al di fuori del loro uso e routine quotidiani. 

La musica Lo-fi e la fuga dall’industria discografica 

Se Pet Sounds è «l’apice di un’unione cibernetica con lo studio», parallelamente, tanti altri artisti – Paul McCartney, Lou Reed, Neil Young, Bruce Springsteen – si allontanano dal complesso industriale della registrazione discografica per rifugiarsi nelle camerette, nei salotti, in una comune o in una fattoria lontana, «mettendo in discussione, concretamente, il modo in cui la musica viene prodotta, come […] viene valutata e monetizzata». L’utente del post su i The Beach Boys, perciò, si sbaglia. L’uso di suoni sporchi dallo studio di registrazione e dal mondo che circonda i musicisti non è stato inavvertito e casuale. Wilson soffriva la fama, le scadenze da boy band e la competizione tra arte e mondo dell’intrattenimento. E così anche tutti gli altri che abbiamo citato. Registrare musica alle proprie condizioni, in maniera povera, ruvida e approssimativa, costituiva di sicuro un esodo consapevole dalle clausole discografiche dello sfruttamento: un antecedente delle rivendicazioni contemporanee sulla bassa risoluzione.

I Just Wasn’t Made for These Times – nostalgia vaporwave e web-retrò

I Just Wasn’t Made for These Times, uno dei brani di Pet Sounds, racconta di un uomo, bloccato nel presente, nostalgico di un passato che non riesce a ricordare: «soffre di un malessere che Mark Fisher ha diagnosticato nel suo libro più conosciuto, Realismo Capitalista, ossia l’incapacità di immaginare qualcosa di diverso dalla wasteland emotiva e fisica del tardo capitalismo». Anche il lo-fi di oggi – quello elettronico delle produzioni online – funziona un po’ come una macchina del tempo. Riporta un diffuso sentimento di nostalgia per un passato che riguarda un’altra internet, quella delle origini, dell’anonimato, del DIY e dell’utente come amatore, quando le corporations non erano ancora sbarcate online con le loro pubblicità e ricerche di mercato. Si tratta di «un’ internet anonima nella quale il gioco dell’identità non si era ancora trasformato in valuta o pilastro carrieristico», racconta Riccardo Benassi, artista visivo che ha dedicato un libro, Morestalgia (2020), edito da NERO Editions alla nostalgia emanata dalle produzioni online. Correnti come il lo-fi o la vaporwave si rifanno, perciò, spesso a un campionamento di suoni ed estetiche del passato. Sembrano essere, come scrive sempre Benassi, «delle richieste disperate di rallentamento»  in un’ internet che procede troppo veloce. 

Sampling e suoni sporchi contro gli algoritmi

L’esplicita presenza – tramite il sampling – di brani altrui ne fa, pure, «una musica illegale dal punto di vista commerciale» che non può essere pertanto distribuita o acquistata da case discografiche a scopo di lucro. «Copiata, modificata, diffusa e riproposta senza limiti – è esterna a ogni tipo di industria dell’intrattenimento e alle annesse regolamentazioni». Insomma, i suoni poveri creano una sorta di cortina di fumo che li scherma dall’algoritmo e dalla raccolta di big data. Pertanto, non è un caso che i titoli delle canzoni lo-fi siano scritti con caratteri orientali, di difficile decifrazione, o che i nomi degli artisti cambino spesso. Gli amatori del genere non vogliono essere trovati. La condanna sarebbe perdere quella schermatura, che i loro brani scalino i vertici dei motori di ricerca e della scrittura SEO.

Analog horror. Anche l’horror su YouTube si fa in bassa risoluzione

Non solo la produzione musicale ma anche la cultura visuale vira verso una certa povertà, quasi in direzione contraria al progresso della risoluzione di fotocamere, smartphone, immagini sui social media. Negli anni Dieci del Duemila, mentre Instagram costruisce il suo palinsesto di foto in alta risoluzione, la vecchia guardia di Internet riscopre le creepypasta e inonda YouTube di analog horror, dove sono gli stessi utenti i bersagli del terrore, i protagonisti, con POV in prima persona, delle scene orrorifiche. Come gli autori lo-fi, anche quelli di analog horror su Youtube costruiscono i loro video sul found footage, tramite il sampling. Usano espedienti estetici ripescati dagli anni ‘analogici’ della creazione di video, tra gli anni Sessanta e Novanta. Grafiche in bassissima risoluzione, ricreazione delle interferenze delle antenne televisive, distorsioni dell’immagine che fanno sembrare che si stia guardando una vecchia cassetta VHS malconcia: questi sono aspetti chiave dell’horror analogico, quelli che rendono l’idea di un’intrusione del terrore nell’ iper-flusso quotidiano di video e contenuti online ad alta risoluzione.

Hito Steyerl. Le immagini in bassa risoluzione nella cronaca di guerra

Insomma, l’Internet degli albori è stato un vettore di propagazione di immagini e suoni in bassa risoluzione senza precedenti: contenuti ed estetiche che hanno influenzato anche il modo di fare cronaca, specialmente cronaca di guerra. Hito Steyerl, artista visiva e teorica dei nuovi media, cita l’episodio di un corrispondente della CNN inviato in Iraq che, per registrare gli scontri tra iracheni e americani, avvia una diretta streaming con il cellulare, da un veicolo blindato. Nel reportage scarseggiano tutte le informazioni essenziali per un notiziario televisivo: chi sta attaccando chi, con che armi, età e genere dei partecipanti alla milizie. La risoluzione è bassa e le immagini sono confuse, eppure risultano tanto più credibili delle immagini in alta qualità imboccate dalle potenze mediatiche. Steyerl le chiama «immagini povere»

Dall’Iraq a Gaza – anche l’informazione è indistinta – un libro di Vincenzo Estremo

Facciamo un salto alle ultime settimane di bombardamenti israeliani sulla striscia di Gaza e sugli altri territori occupati. La guerra – lo avevevamo già capito con la controffensiva ucraina – non si vince più soltanto in trincea, ma è una guerra informazionale, di immagini, dove quelle che prevalgono, in termini di credibilità, sono sempre più sporche, autoprodotte e fuori dai circuiti di informazione tradizionale. Sempre in questi ultimi mesi, anche Vincenzo Estremo, docente e teorico dell’immagine in movimento, ha scritto un libro, che si intitola Indistinzione. Tre movimenti dell’arte sulla guerra, e parla – tra le altre cose – di come è cambiato il modo di registrare i conflitti contemporanei: «A partire dal 2009 con le proteste in Iran, passando al 2011 con i moti di insurrezione delle Primavere Arabe, sino all’occupazione di Gezi Park a Istanbul nel 2013, abbiamo acquisito familiarità con un immaginario composto principalmente da registrazioni affrettate prodotte con le telecamere di telefoni cellulari, video low-res incorniciati male e pesantemente pixelati». 

Nahel Merzouk, Bruna, Floyd: la bassa risoluzione come ricerca della verità 

Torniamo a Monacelli che scrive che la bassa risoluzione è «una forza culturale straordinaria, che sta ridisegnando la nostra coscienza come collettività. Una micro-insurrezione che sta avvenendo silenziosamente in tutto il mondo». Ne abbiamo dei palpabili riscontri in diversi episodi di video home made che sono riusciti a smascherare la brutalità delle forze dell’ordine. In Francia, questo giugno, con l’uccisione di Nahel Merzouk, il ragazzo della Mercedes gialla. In Italia, con i video rilasciati da studenti e passanti dopo il pestaggio di Bruna, una donna trasngender caricata e presa a manganellate dalle forze dell’ordine milanesi, video che l’hanno scagionata dall’accusa di essersi mostrata nuda e aver importunato gruppi di bambini appena usciti da scuola. Per tracciare le conseguenze politiche e di mobilitazione delle immagini in bassa risoluzione è chiaramente imprescindibile, poi, citare il fermo e l’assassinio di George Floyd. In questi casi, la bassa risoluzione è stata davvero «una forza culturale straordinaria» capace di produrre realtà, fondare azioni e determinare futuri. 

La ruvidità della fotografia contemporanea – riviste e brand 

Difficile credere ai reportage televisivi che omettono e correggono, così come è difficile sfogliare una rivista e credere alla verità delle persone che vediamo in copertina. Anche i brand, in particolare quelli di moda, hanno cominciato a riscontrare grandi problemi di fedeltà rispetto alle loro campagne pubblicitarie, e le riviste di settore sentono una maggiore responsabilità in quello che mostrano. La ruvidità, l’uso di pasta, di grana e di mezzi di produzione analogici non è solo un trend della fotografia, è anch’esso una modalità di produzione estetica che ha delle precise conseguenze etiche. 

I testi di riferimento
Riccardo Benassi, Morestalgia, NERO Edizioni, Roma 2020. 
Vincenzo Estremo, Indistinzione. Tre movimenti dell’arte sulla guerra, Politi Seganfreddo edizioni, Milano 2023. 
Enrico Monacelli, The Great Psychic Outdoors. Lo-fi music and escaping capitalism, Repeater Books, Londra 2023. 
H. Steyerl, The Uncertainty of Documentarism, in «Chto Delat Newspapers», 2007
H. Steyerl, In Defense of the Poor Image, in «e-flux Journal», Issue #10, novembre 2009

Alessia Baranello

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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