Una delle foto di The Ameriguns, vincitore del Word Press Photo Lampoon
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Quando un fotografo si scontra con l’odio: Gabriele Galimberti e il caso Balenciaga

Cosa succede quando un ragazzo di provincia incontra il potere mediatico della moda: il rapporto tra fotogiornalismo e branding è tutto da riscrivere

Gabriele Galimberti: vincitore del World Press Photo nella categoria ‘Portraits – Stories’

In questi giorni il nome di Gabriele Galimberti ha fatto il giro del mondo. Era già successo lo scorso anno, in positivo, con la vittoria del World Press Photo nella categoria ‘Portraits – Stories’ per il suo lavoro dal titolo Ameriguns – il progetto fotografico sulla passione americana per le armi pubblicato con National Geographic

Gabriele Galimberti e la campagna di Balenciaga

Il fotogiornalista di Arezzo non aveva mai ricevuto una simile esposizione, e soprattutto una simile carica di odio. Il perché lo troverete su tutti i media internazionali, da quelli legati al settore della fotografia e della moda, ai generalisti, passando per i blog e arrivando al New York Times: una campagna firmata per Balenciaga ritraeva bambini circondati dai loro oggetti, tra cui pupazzi addobbati con cinghie borchiate, è stata contestata per pedopornografia. Pochi giorni dopo da un’altra campagna in cui Galimberti non era coinvolto, ha buttato benzina sul fuoco, dando ai complottisti la prova di una colpevolezza a carico di Balenciaga e di tutti i talenti coinvolti. Se volete approfondire la vicenda, rimandiamo all’articolo del Times uscito nei giorni scorsi, e vi sconsigliamo di informarvi su Twitter, dove la gogna nei confronti di Galimberti è stata alimentata in maniera indiscriminata attraverso accuse arbitrarie.

La fotografia documentaristica da Toy Stories a My Couch Is Your Couch

Nato nel 1977, da anni Galimberti lavora su progetti a lungo termine di fotografia documentaristica, divenuti libri e pubblicati sulle testate internazionali, da Toy Stories a My Couch Is Your Couch, scattati secondo una cifra stilistica sempre coerente: ritratti ambientati raccolti in giro per il mondo in cui i soggetti e gli oggetti o gli spazi che Galimberti esplora sono confezionati in una messa in scena in cui è l’autore a curare ogni dettaglio, dalla luce alla disposizione di qualsiasi elemento in scena.

Conoscendo e apprezzando da tempo il suo lavoro, sono rimasta stupita nel vedere questa estetica mal replicata nella campagna di Balenciaga che lo ha coinvolto, e soprattutto di assistere al suo istantaneo massacro, delle cui responsabilità Balenciaga e il suo direttore creativo Demna Gvsalia si sono fatti carico solo dopo giorni. Ormai la reputazione di Galimberti, che collabora dal 2016 con National Geographic, è compromessa: come ci racconta Galimberti in questa intervista, nell’ultima settimana, oltre a tutte le minacce di morte ricevute per telefono e via social, si è visto cancellare una mostra, annullare l’acquisto di opere da parte di un collezionista e bloccare da Disney un servizio la cui uscita era prevista per febbraio 2023. 

L’odio si diffonde in rete:  almeno cinquemila messaggi di minaccia per Galimberti e la sua famiglia

Dopo lo scoppio del caso Balenciaga, Galimberti riceve richieste di interviste da ogni parte del mondo, ultimo il Der Spiegel, e inviti da talk show negli Stati Uniti. Gli chiediamo se, nonostante le spiegazioni da parte del brand che in via ufficiale lo scagionano, continui a ricevere messaggi minatori. «Sì, soprattutto su Instagram, nell’ultima mezz’ora qualcosa di nuovo sarà arrivato. Avrò ricevuto il totale quasi cinquemila messaggi di odio». Ne apre uno a caso, recita, con errori di battitura: Your so sick and twisted… e continua augurando che a qualcuno di così disgustoso venga un giorno data una lezione. Altri gli promettono che uccideranno lui e la sua famiglia, tanto sanno dove abita.

Per fortuna la maggior parte di questi hater vive negli Stati Uniti, e con alte probabilità non si sobbarcherà il costo di un volo intercontinentale dal Wyoming per stanarlo. Questo tipo di minacce, secondo un flusso costante a qualsiasi ora del giorno, complice il fuso orario, toglierebbero il sonno a chiunque. Galimberti ora le sta raccogliendo, con l’idea prima o poi di trasformarle in un lavoro. Ironia della sorte, stava lavorando proprio sulla tematica del public shaming a un pitch che avrebbe proposto a National Geographic.  

La solidarietà che non c’è – l’unico sostegno da Ray Banhoff

Galimberti spiega che a scrivergli sono: «persone a caso, in maggioranza americani: il 90% dei messaggi arriva dagli Stati Uniti, il 10% dal resto del mondo. Dall’Italia di così cattivi ne ho ricevuti al massimo 5 o 6. Da come scrivono mi viene da pensare che siano persone gonfie d’odio e sensibili al tema, e alla prima occasione lo debbano vomitare». I messaggi di sostegno sono stati pochi: «Ho ricevuto telefonate e messaggi di solidarietà dai miei amici più stretti e da qualche collega, ma l’unico che si è pubblicamente speso in mio favore è stato Ray Banhoff». Il fotografo toscano ne ha parlato sui propri canali e nella sua newsletter settimanale Bengala

Lavorare per un brand e l’accusa di contaminare la purezza giornalistica di un fotografo

«Quando ho fatto questa campagna mi aspettavo già di ricevere qualche critica per essermi in qualche modo venduto – le avevo avute direttamente da amici prima ancora che scattassi le foto. Ho risposto che mi avevano offerto soldi a sufficienza per pagare l’affitto per i prossimi due anni. È un normale gioco tra amici fotografi quello di vedere chi per primo tradisce la cosiddetta purezza giornalistica, anche se poi, in un modo o nell’altro si finisce tutti a fare un passo di là. Stavolta era il mio turno ed ero pronto a quel tipo di critica»

L’accusa di pedopornografia e l’incitamento all’odio della comunità social

Di certo però Gabriel Galimberti non era pronto – perché non poteva immaginare – per un’accusa di pedopornografia «Come ti difendi da una cosa del genere? L’unica cosa che posso dire è invitare la polizia a casa mia per dimostrare che mi stanno accusando ingiustamente. Per una settimana non ho dormito. Anche io sono giornalista, e il mio interesse professionale mi ha spinto a non chiudere i miei canali social o a cambiare numero di telefono, per capire dove sarebbe giunto tutto questo. Ho risposto a tutte le telefonate notturne, ne ho ricevute a decine perché anche se avevo rimosso il mio numero e la mia email dal mio sito, qualcuno li ha buttati su Twitter, incitando la community a disturbarmi». 

Lo statement di Balenciaga per non assumersi responsabilità

Gli chiediamo se sta agendo per vie legali, per tutelarsi. Non è così semplice: «Sto facendo causa ad alcuni media, ma è impossibile stare dietro a tutto. La polizia postale italiana se la può prendere con gli italiani, ma con gli Stati Uniti è un’altra partita: per un avvocato bisogna mettere di tasca propria almeno diecimila dollari, sapendo che li stai perdendo, e non ho quel potere di spesa». Purtroppo l’odio viene alimentato anche da media disattenti che non verificano le notizie: «Ho un avvocato in Italia e uno in Inghilterra, sto muovendo una causa contro dei media, alcuni dei quali hanno preso materiale da Twitter e ci hanno fatto un articolo, amplificando le accuse senza verificarle».

In molti sono rimasti sorpresi dalle reazioni del brand stesso, che non si è assunto alcuna responsabilità e ha anzi deciso denunciare la casa di produzione che ha lavorato alla campagna. Anche Gabriele Galimberti si sarebbe aspettato un comportamento diverso. «Quando Balenciaga ha fatto il primo statement dicendo che avrebbero indagato se n’è di fatto lavata le mani: mi aspettavo che avrebbero assunto le responsabilità, ma ci hanno messo dieci giorni, e in quei giorni la merda l’ho presa tutta io». 

Sul set c’erano 25 persone di Balenciaga, mi sono limitato a fare lo scatto

Attraverso i suoi canali, Galimberti ha raccontato come si è svolto lo shooting, come non avesse alcun potere decisionale sul contenuto degli scatti (cosa che avviene spesso quando un fotografo lavora per una campagna pubblicitaria di un brand): «Nelle mie foto c’erano questi due orsetti, quando li ho visti ho pensato fossero brutti e di cattivo gusto, ma mai che potessero essere legati a riferimenti sessuali o pedopornografici: me li hanno presentati come orsetti punk».

In questo, Galimberti ammette, ha pesato la sua ingenuità e la poca esperienza nella fotografia pubblicitaria: «Anche se ho fatto tre volte il giro del mondo, per alcuni versi resto un ragazzotto di provincia, e se vedo delle borchie che mi dicono essere roba da punk, io gli credo. Non ho i codici per interpretarle in altro modo, ma se sul set ci fossero stati oggetti evidenti credo che li avrei visti e non avrei scattato. I

noltre, in quanto fotografo documentarista, sono abituato a lavorare da solo e a controllare ogni minimo dettaglio. In quel caso mi sono affidato alle 25 persone di Balenciaga che erano sul set e mi sono limitato a fare lo scatto. Quelle 25 persone sono lì per controllare tutto, per prendere proprio le decisioni su cosa, come e quanto si può o non si può mostrare. Prima di questa commissione, avevo lavorato pochissimo per brand, con un paio di campagne nell’ultimo anno e mezzo, una per Amplifon e una per Voiello».

L’editoria paga poco i fotografi che così sono costretti a lavorare con i brand

Una persona non del settore dirà: ma un fotografo che collabora con testate internazionali e ha vinto il World Press Photo che bisogno ha di lavorare a campagne come queste?

«Il World Press Photo è un riconoscimento alla carriera, perfetto per il curriculum e per orgoglio personale, ma non ti dà una lira. Certo, grazie alla vittoria può essere che io abbia venduto un po’ di più la mia storia ad altri magazine, ma i tempi sono cambiati rispetto a quando ho iniziato una decina d’anni fa: se prima per un servizio venivi pagato tra i duemila e i tremila euro, ora te ne danno settecento o ottocento, mille al massimo quando sei fortunato. I possibili introiti sono scesi del 60-70% rispetto a prima, perché il mondo dell’editoria non ha più soldi, non paga più. Nel frattempo la vita costa di più, io ho 45 anni e non più 30, non voglio più vivere in un monolocale in un seminterrato: una serie di elementi che ti fanno dire: da qualche parte devo recuperare tutto quello che sto perdendo – e tutti gli altri fotografi stanno perdendo – con la crisi dell’editoria».

Anche un fotogiornalista come Salgado lavora per la pubblicità

Galimberti spiega che oggi pensare di poter limitarsi a fare solo il fotogiornalista è impossibile, non è realistico e in fin dei conti ingenuo:

«Anche Salgado fa i suoi libri, le sue mostre, ma lavora per tantissimi brand: solo in Italia lavora per Illy da almeno dieci anni. Non credo che qualcuno riesca, a meno che proprio non sia nella top 5 mondiale, quelli che tutti vogliono e tutti chiamano, con una decina di lavori commissionati al mese. Non ne conosco molti che dal mondo dell’editoria ricevono così tanti incarichi, e io inoltre non lavoro così. Per me è rarissimo che mi chiami un magazine per darmi una consegna, io ho sempre prodotto le mie storie, lavorandoci anche per uno o due anni, per poi venderle. Per quei due anni investo soldi che arrivano dalle mie tasche. Per progetti come Ameriguns significa stare tre o quattro mesi negli Stati Uniti, per fare ricerca e poi per scattare, senza calcolare tra i sei e gli otto  mesi di ricerca fatti prima da casa».


Il costo di un progetto come Ameriguns vincitore del World Press Photo 

Passare un periodo così lungo negli Stati Uniti ha un costo non da poco, un investimento che il fotografo deve sostenere senza avere la certezza di poter poi vendere il progetto. «Quel progetto mi è costato tra i 20 e i 25mila euro. Per recuperarli il servizio va rivenduto almeno venti o trenta volte, e non è facile. Dev’essere una buona storia, che interessa più o meno a tutto il mondo, sennò chi te la compra fuori dal Paese in cui hai scattato?».

Ci sono poi i progetti continuativi, che un fotografo lascia aperti a continue evoluzioni portandoli avanti nel tempo: «Come Toy Stories, che è aperto da quasi quindici anni e ogni volta che sono impegnato in un nuovo viaggio approfitto per aggiungerne un pezzo: immagino che poi quando avrò 80 anni potrò fare un libro di bimbi e giochi raccolti in cinquanta anni di carriera, ma anche sul cibo, sulle medicine. In questo modo sarà possibile vedere il cambiamento, per esempio oggi si vedono molti più oggetti elettronici, i vestiti sono cambiati, le camerette e gli arredamenti. Ora anche nei posti più remoti si vedono gli arredamenti IKEA che sette anni fa non erano ancora arrivati».

Pubblicazioni con il gruppo Disney annullate, mostre cancellate, collezionisti spariti 

Sapendo quanto può costare un progetto fotografico chiediamo a Galimberti cosa ha comportato da un punto di vista economico il caso Balenciaga, se è in qualche modo riuscito a rientrare dalle spese sostenute: «Per ora sì, considerando gli avvocati e tutte le perdite che ho subito».  

Il vero problema sono le ripercussioni a livello di immagine: «Mi hanno cancellato una mostra all’estero, sponsorizzata da un altro brand, un collezionista che aveva ordinato tre foto mi ha scritto che non le compra più. Avevo una pubblicazione con National Geographic a febbraio, già impaginata, e l’hanno cancellata per tutelarsi. Non credo che il gruppo Disney di cui fa parte abbia voglia di rischiare con questa storia. Ero stato contattato da un musicista italiano che mi aveva chiesto dei ritratti per la comunicazione del nuovo disco ed è sparito. I peggiori sono stati americani e inglesi, i primi in particolare: appena c’è un problema connesso a bambini, genere o razza ti cancellano. Già per il progetto sulle armi avevo subito diverse critiche e qualche shitstorm, e in parte posso ipotizzare che quest’onda sia stata cavalcata anche perché c’era già un trascorso».

È vero che non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli?

Una citazione abusata è quella della frase che Oscar Wilde mette in bocca al suo Dorian Gray: non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli. Ci chiediamo, e domandiamo a Galimberti, se anche in questo caso possa avere una sua verità: «Minima. La prima cosa che ho notato è stato quello che ho perso. Di positivo non c’è ancora nulla di concreto, ma ho attenzione su di me in questo momento, tra interviste e inviti in dibattiti, e secondo la mia agente nelle prossime settimane o mesi potrà portare a qualcosa di buono. Io non lo so, ma a questo punto ci spero».

La morale: se da fotografo lavori con un brand pretendi di avere il controllo di tutto

Passare attraverso un caso mediatico di questa portata lascia insegnamenti. Ci chiediamo quale possa essere il lascito del caso Balenciaga per il fotografo: «Se mai mi dovessi trovare a lavorare su una campagna che avrà una tale esposizione, che vedrà tutto il mondo, farò tutti i controlli possibili su ogni dettaglio. Se avessi fatto lo stesso lavoro per un negozietto di provincia ad Arezzo, la città in cui sono nato, avrebbe girato nei magazine locale, qualcuno si sarebbe incazzato. Ho imparato di poter dar totale fiducia al mio assistente o ai miei collaboratori con cui lavoro da quindici anni, ma non a un gruppo di persone che non ho mai visto prima e che incontro per la prima volta su un set. Se dovesse ricapitarmi, l’ultimo controllo prima che esca qualsiasi immagine sarà il mio».

Gabriele Galimberti

Nato nel 1977, è un fotografo italiano che vive in Val di Chiana (Toscana), dove è nato e cresciuto.

Ha passato gli ultimi anni a lavorare su progetti fotografici documentari a lungo termine in giro per il mondo, alcuni dei quali sono diventati libri, come Toy Stories, In Her Kitchen, My Couch Is Your Couch e The Heavens. I suoi lavori sono stati pubblicati da riviste e giornali internazionali come National Geographic, The Sunday Times, Stern, Geo, Le Monde, La Repubblica e Marie Claire. Le sue foto sono state esposte in mostre in tutto il mondo, ad esempio al Festival Images a Vevey, Svizzera, Le Rencontres de la Photographie (Arles) e il V&A di Londra.

Alessandra Lanza

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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