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Fendi ha commissionato una borsa in macramè di pura e sola canapa italiana a Prototipo Studio
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Che cos’è l’imprenditoria etica? Definizione, significato di ogni lavoro contemporaneo

Fare impresa oggi è dare profitto a titolare e lavoratori, ma anche alla comunità e al territorio dove questa impresa cresce: l’imprenditoria etica è l’unica strategia di successo per il 2024

Che cos’è l’imprenditoria etica? Definizione, significato e contrario

L’imprenditoria etica è un’attività produttiva ed economica che aggiunge al fine primario del profitto, il fine complementare di un bene per la comunità e per il territorio a cui appartiene.

Facciamo un passo indietro e togliamo il valore etico: imprenditoria significa fare impresa, ovvero creare un bene che porti guadagno sia per il titolare di questa impresa, sia per chi lavora, in questa impresa. Aggiungendo il valore etico, fare impresa significa che oltre al guadagno del titolare e dei lavoratori, l’impresa produce un bene concreto per la comunità e per il territorio, in cui l’impresa nasce e procede. In parole più semplici: l’imprenditoria etica insegna che non si lavora solo per guadagnare, ma per migliorare la vita di tutti. 

La domanda – cosa sia l’impresa etica – mi è stata posta durante il Terraviva a Bologna a fine novembre, presso un’aula del Dams a cui partecipavo rispondendo a un invito di Gaia Trussardi che di alcune parti di questa rassegna, ne aveva la curatela.

Imprenditoria etica e settore tessile italiano a Milano

Cercando di restare nei contesti di cui mi occupo, ragionando di imprenditoria etica, rimango nel settore tessile italiano. In questo paese, l’industria tessile è codificata da quella che può essere intesa come moda a livello internazionale – considerando quanta, di tutta la moda, è prodotta in Italia. La moda è un’industria e un commercio che ancora oggi attiva lavori, mestieri e percorsi abili a stimolare i sogni di ragazzi ambiziosi (purtroppo, oggi i dati indicano diminuito questo sentimento collettivo a causa di una reputazione della moda danneggiata dal consumismo). 

Milano, trenta anni fa, è stata una capitale di questo settore: Armani, Versace, Missoni, Fendi, Valentino. Tutto era inventato e fatto in Italia, tutto era catalizzato a Milano. A Parigi sfilava la couture, a Milano si inventava il prêt-à-porter. Sia la dicotomia, sia l’egemonia si sono perse. Le ragioni non sono sintetizzabili qui. 

Due esempi: il primo è imprenditoria tradizionale, il secondo è imprenditoria etica

In questo testo, vorrei limitarmi a dare due esempi: il primo è uno schema generico di imprenditoria tradizionale così come la intendiamo comunemente; il secondo, è la cronaca di tentativo in corso di imprenditoria etica. Come insegnano in ogni scuola di giornalismo, si comincia dal caso che si ritiene negativo, sbagliato, che in qualche modo si vuole sminuire – per poi entrare successivamente nell’evenienza positiva che permarrà nelle impressioni di un lettore, anche per reazione. (Quando si tratta di giornalismo politico, il secondo caso appartiene alla parte politica per cui l’editore si schiera).

L’impresa e la finanza: l’imprenditore, finanziatore e finanziere – i progetti di fast fashion

Succede che l’imprenditoria nasca quando chi possiede un’idea incontra un finanziatore. Altresì, succede che il finanziatore sia un finanziere, ovvero un professionista che dispone di capitali col fine di moltiplicarli: non importa producendo cosa, purché i capitali si moltiplichino. Succede che i capitali diventino risorse per un brand di fast fashion: ovvero, sempre più spesso, un progetto di produzione e di commercio di abiti in poliestere ed elastan importati dalla Cina, pubblicizzati su Meta e pagando una celebrity televisiva, italiana o americana. Più che sulla prima parte – la produzione – i capitali andranno sulla seconda, il commercio, e su quanto del commercio è un motore: la comunicazione. 

Se ben gestita e pensata, può succedere che la comunicazione crei un gran fumo, e che tutti si convincano che dietro quel gran fumo, più che un motore, si nasconda un drago. Gloriandosi delle fiamme del drago, il finanziere vende il brand e ottiene un ritorno positivo sull’investimento iniziale. Chi compra il brand, inietterà ulteriori capitali, ripetendo il processo con uno zero in più, convincendo chi lo ascolta che dietro il fumo, non più uno, ma sono due, i draghi. Il processo si ripete fino a quando – che sia per una contingenza burocratica in Asia, o per una legge americana dell’antitrust – può succedere che i conti non tornino: la prima decisione è tagliare il budget alla comunicazione. Senza la comunicazione, il fumo si disperde, e invece che un drago appare un fiammifero in cenere. 

Si tratta di fast fashion: brand di abiti sexy che a ogni lavaggio dispergono microplastiche; brand che procedono con post sponsorizzati affidando budget di marketing a un’azienda americana come Meta che ha inventato un algoritmo studiato per monetizzare l’invidia delle persone; brand che hanno fatto arricchire ragazze su un’estetica femminile ritoccata con Photoshop. Sì, brand che hanno raggiunto un fatturato di rilievo – uno di questi è stato acquisito dal figlio del milionario che ha avuto successo – se ci riesce il padre, perché non ci riesce anche il figlio? Se va bene una volta, andrà bene anche la seconda. La finanza oggi la è la madre di questi progetti definibili short term – la finanza chiede che un investimento dia il suo ritorno in breve tempo. La finanza deve produrre capitali, il resto se non è un disturbo, è un contorno come possono esserlo due patate arrosto.

L’imprenditoria etica, il Made in Italy e la canapa

Passiamo al secondo caso, quello per cui chi scrive parteggia: l’esempio di imprenditoria etica. In Italia ci sentiamo italiani quando ci sono i campionati di calcio e quando c’è il Festival di Sanremo – ma quel senso di unità appare anche – spero di non essere troppo utopico – quando ci ricordiamo che tutto il mondo vuole comprare quello che facciamo qui – si chiama Made in Italy. Il Fatto in Italia è sinonimo di fatto per bene, di fatto a modo – dicevo sopra: tutti i brand di moda, vengono a produrre qui. Anche brand che sintetizzano l’essenza francese – Dior, Chanel, Louis Vuitton – presentano un’etichetta dove c’è scritto Made in Italy

Quando leggiamo Made in Italy, dobbiamo ricordarci che, inopinatamente, non esiste alcuna fibra tessile coltivabile in Italia. Tutte le fibre tessili naturali che lavoriamo in Italia sono importate dall’estero. Non esiste eccezione, a oggi – ma solo una possibilità: la canapa.

Fibra tessile di canapa: fibre naturali, sequestro di CO2: la canapa è il maiale dell’agricoltura

La fibra di canapa è l’unica fibra tessile, naturale, vegetale, coltivabile in Italia. Un tempo eravamo i più grandi produttori di canapa al mondo, fino alla seconda metà del Novecento – quando sul mercato entrarono le fibre sintetiche che trasformarono il Lago d’Orta in una pozzanghera senza più alcuna forma di vita. Più economiche e più facilmente lavorabili, le fibre sintetiche diedero inizio all’inquinamento delle microplastiche, e l’avvio a quanto da prêt-à-porter sarebbe diventato fast fashion. 

Qualsiasi progetto tessile che voglia lavorare la fibra di canapa sperando di stimolare un mercato tale da ripristinare la filiera della canapa italiana è un esempio di imprenditoria etica. Dare credito e commissione a una filiera di canapa industriale, significa dare una possibilità di miglior profitto agli agricoltori italiani, procedendo con colture rigenerative. La canapa può sequestrare più CO2 di un ettaro di foresta, se il settore edile proponesse la calce di canapa ai suoi committenti esponendone le prestazioni termoregolatrici; se il settore energetico scegliesse la biomassa di canapa come fonte di energia rinnovabile. Così discorrendo: la canapa è il maiale dell’agricoltura, si usa dire: ogni sua parte può essere sfruttata. La canapa è l’unica materia prima che non ha un contrappunto: dal tessile all’edile, dall’energia all’alimentare. (Senza toccare il farmacologico che, affrontando insidie legali e burocratiche, a oggi è la prima destinazione per la coltivazione della canapa in campo). 

Lampoon, un impegno pragmatico

Era il 2019, ovvero un anno prima della pandemia. Qualcuno potrebbe insinuare che collettivamente avessimo un presentimento, qualcun altro risponderebbe non dire idiozie. Ero ai tempi, come sono oggi, un editore – mi ripetevo che un giornale come Lampoon, per restare coerente con una linea editoriale dedicata al rispetto umano, alla diversità e alla fragilità umana, alla sostenibilità in genere, dovesse avere un impegno pragmatico che andasse oltre alle parole. Volevo che Lampoon avesse una bandiera. Un sogno sì, ma non un’utopia; un’azione da sostenere. Confrontandomi nel panorama editoriale in Europa e in America, Lampoon rappresenta Milano, allora come oggi. Volevo che Lampoon si impegnasse su un’operazione dedicata a Milano, capace di raccontare Milano. 

Lampoon, Forestami e Stefano Boeri – le piantumazioni urbane

Chiesi un appuntamento a Stefano Boeri. Il Bosco Verticale era già un segno iconico di Milano. Non si trattava solo di un edificio, ma di un messaggio: alberi, ragioniamo con gli alberi, posiamo alberi nel cielo. Insieme a Boeri, il Sindaco di Milano aveva lanciato l’iniziativa di Forestami: ovvero piantare tre milioni di alberi a Milano entro il 2030. Iniziai ad approfondire i dettagli. Feci incontri per valutare il processo burocratico tramite il quale Lampoon avrebbe potuto catalizzare il reperimento dei fondi: Forestami doveva risolvere un’impasse con l’agenzia delle entrate, per poter ricevere oltre che a donazioni anche sponsorizzazioni (un’impasse che dopo quattro anni non sembra risolto). Seguii le operazioni e le proposizioni: collegando un finanziamento a un progetto di piantumazione in una zona definita, il racconto di tale intervento avrebbe facilitato il ritorno di un investimento (ancora oggi, questo non è possibile). Analizzai le aree urbane: ho compreso come sia più difficile riforestare le campagne, rispetto alle città, e che il problema non era piantare un albero, ma trovare un terreno dove questo albero potesse essere piantato.

Oltre a essere un editore, sono un giornalista: il giornalista è un curioso di professione. Per ogni informazione che recuperavo, per ogni conversazione che aprivo, per ogni passaggio che comprendevo – volevo saperne di più: mi interessava tutto quanto potesse riguardare la forestazione, urbana e rurale, tutto quello che a tanto potesse essere connesso. 

Chi legge adesso potrebbe avere la sensazione di un volo pindarico, di una digressione eccessiva. Non è così, perché è proprio arrivando all’agricoltura rigenerativa che tutta la mia concentrazione si è catalizzata sulla filiera della canapa in Italia. Dalla compensazione dei crediti di carbonio alla biomassa per energia rinnovabile: mi fu chiaro che tutto la canapa potesse e dovesse catalizzare la transizione che porterà dall’agricoltura tradizionale all’agricoltura rigenerativa. Il contrasto al consumismo, la dismissione della plastica, la responsabilità etica di tutto quanto possa essere definibile come lusso contemporaneo – oggi suonano come un nuovo credo ortodosso che mi concede orgoglio. 

L’imprenditoria etica e la filiera della canapa in Italia: Prototipo Studio

Prototipo nasce così: più precisamente, si chiama Prototipo Studio perché a tutti gli effetti è uno studio, una ricerca, un lavoro sperimentale. Prototipo è un’azienda che vende filo e tessuti in canapa – a oggi non soltanto canapa e non soltanto canapa italiana – perché a oggi, non esiste canapa italiana se non in progetti sostenuti da aziende che diventano mecenati (tra questi, Fendi ha commissionato una borsa in macramè di pura e sola canapa italiana). Prototipo Studio è un brand indipendente – una collezione di bluse, giacche sarner, pantaloni e camicie – sempre con canapa, in purezza o in mescola con altre fibre naturali – lana, cotone, lino, seta. Mai, neanche in minuscola parte, Prototipo lavorerà con una fibra sintetica. Prototipo, raggiungendo profitto, chiederà agli agricoltori di coltivare canapa e ne ritirerà le paglie garantendo una fonte di reddito migliore rispetto alle colture intensive. Sembra un’ingenua utopia, invece è solo imprenditoria etica.  

Carlo Mazzoni

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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