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Iconografia della sofferenza, voyeurismo, dolore e migranti: i ministri a Cutro

Negli ultimi dieci anni, dopo il naufragio di Lampedusa 2013, l’unica risposta che l’Occidente ha prodotto sono state immagini diventate simbolo e poi dimenticate

Il Consiglio dei ministri, i migranti e l’iconografia simbolica del dolore 

Si è tenuto il Consiglio dei ministri a Cutro, comune della Provincia di Crotone dove domenica 26 febbraio, davanti la costa di Steccato, è avvenuto l’ennesimo naufragio di migranti. La decisione della presidente Giorgia Meloni di portare i ministri a Cutro arriva in risposta ai molti che nelle ultime due settimane si sono interrogati sull’assenza di figure del governo nella cittadina calabrese, resa ancor più eclatante dall’immagine Presidente della repubblica Sergio Mattarella: immobile, in silenzio, unica e sola Istituzione davanti alle bare dei naufraghi.

Il Consiglio dei ministri a Cutro è un gesto simbolico, si dice in questi casi. Perché un simbolo si può riempire di significato e svuotarlo, a proprio piacere. Un simbolo opera sulla superficie, sull’apparenza, che è poi il livello preferito dagli italiani. Il simbolo permette al singolo e alla massa di ‘affidarsi’. Deresponsabilizza, legittima ciascuno a ritenere sufficiente condividere quel simbolo. Il fenomeno migratorio ha permesso all’Occidente di creare un’iconografia simbolica del dolore. Di contro lo stesso Occidente non è riuscito a produrre alcun tentativo di soluzione, di risposta.

Dalle bare di Lampedusa a quelle di Cutro: dieci anni di morti in mare e immobilismo politico

Le immagini che raccontano i naufragi costituiscono ormai un genere mediatico, per questo è possibile identificare dei topoi ricorrenti. Le foto delle bare nel palasport di Crotone sono così simili a quelle delle 111 le bare allineate nell’hangar dell’aeroporto di Lampedusa, scattata nei giorni successivi al naufragio del 3 ottobre 2013: un barcone affonda a poche miglia dalle coste dell’Isola dei Conigli perdono la vita 368 persone, probabilmente a causa di un incendio sviluppatosi a bordo. Il numero dei morti è solo indicativo, perché il relitto, affondando, trascina con sé i corpi di decine e decine di persone.

Quell’evento ebbe non solo una forte carica emotiva, ma anche una immediata ricaduta politica, in relazione all’abolizione del reato di clandestinità. Modificò il racconto giornalistico, che da allora è entrato in una nuova dimensione narrativa. Il naufragio del 3 ottobre 2013 ha cambiato la narrazione del fenomeno degli sbarchi: oggi è quasi scomparso l’uso del termine ‘clandestino’, si raccontano storie personali dei migranti. Ma nella sostanza non è cambiato nulla e oggi anche le immagini delle bare bianche dei bambini non suscitano compassione, ma indifferenza.

In dieci anni ventiseimila migranti morti nel Mediterraneo

Cosa ricordiamo? La capacità mnemonica dell’Italia è compromessa, è così da sempre. Lungi dall’essere conseguenza di uno sguardo rivolto al futuro – questo sconosciuto – nel Belpaese viviamo in un loop temporale che non conosce ieri né domani, ma solo uno stagnante ricircolo fatto di dichiarazioni, immagini, e ancora dichiarazioni e ancora immagini. Di questo immobilismo culturale, politica e media sono protagonisti. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), negli ultimi dieci anni sarebbero 26mila i migranti morti nel Mediterraneo. In merito al fenomeno migratorio, l’unica cosa che l’Italia, e l’Occidente tutto, è riuscita a produrre dal naufragio di Lampedusa del 2013 a quello di Cutro sono state immagini, simboli, icone. Tutte a breve scadenza, cosicché ci ritroviamo a commentare immagini che sembrano le stesse di dieci anni fa.

Immagini e indignazione; il sentiment degli italiani alla ricerca di un colpevole; la lotta agli scafisti

Ad un livello di lettura superficiale e più immediato, le immagini producono nell’opinione pubblica reazioni poco articolate ma di forte intensità e breve durata. L’indignazione, più che la compassione, è il sentimento preponderante. Ha due caratteristiche principali: cerca responsabili esterni, ponendo la responsabilità di un atto fuori da noi e dando la possibilità di delineare un nemico comune. Tale meccanismo è sintetizzato nel sondaggio apparso su La Stampa e commentato in un articolo di Alessandra Ghisleri.

Per il 66,5 per cento degli intervistati i responsabili sono ‘altri’: gli scafisti per il 26,2 per cento, i governi dei Paesi di provenienza dei migranti per il 20,5 per cento, l’Europa per il 19,8 per cento. Solo il 9,1 per cento ha indicato come responsabili i governi italiani degli ultimi venti anni, il 7,5 il governo Meloni. La colpa è sempre di altri. Non è un caso che le dichiarazioni del governo in questi giorni puntino il dito sugli scafisti, da qualche anno è il cosiddetto sentiment a guidare la politica. Gli scafisti sono il nemico perfetto perché, non identificabili unanimemente, restano un’entità a sé. Non è un Governo, mettiamo quello libico, con cui sarebbe difficile sottoscrivere un memorandum che preveda la donazione di motovedette della Guardia Costiera. Non sono le organizzazioni di trafficanti, che necessitano di tempo e risorse per essere sgominate. 

L’algoritmo dei social che premia l’indignazione e la caciara

Data la sua intensità, l’indignazione tende ad essere manifestata apertamente e in condivisione e ciò fa sì che si creino spesso due fazioni, indignati e non indignati, che si scontrano. Lo scontro è ciò su cui si fonda l’algoritmo dei social, che premia la caciara. I media si affrettano così, per la breve durata dell’indignazione di turno, ad alimentare questa caciara. Creeranno contenuti tanto gridati quanto superficiali che gli permetteranno di creare engagement, cavalcare l’indignazione per poi abbandonare il tema e attaccarsi alla nuova polemica, trattando con la stessa predisposizione le morti dei migranti, la guerra in Ucraina,  la puntata del GF Vip o le vicissitudini di un influencer.

Ciò che conta non è la sostanza, ma le reaction della community. Si alimenta così il circolo vizioso che porta all’oblio: l’assuefazione a certe immagini si lega a un fenomeno noto come psychic numbing, intorpidimento psichico. Le risorse emotive a nostra disposizione per comprendere gli altri sono scarse e, al crescere del numero degli ‘altri’, si esauriscono: diventiamo distaccati e perdiamo la capacità di provare compassione. La realtà è che la quantità e l’entità di questi avvenimenti ha spento le capacità empatiche, trasformandoci in spettatori. O al massimo commentatori sui social.

L’utilizzo mediatico delle storie personali delle vittime, simboli a scadenza

Come anticipato, il naufragio di Lampedusa ha modificato la narrazione del fenomeno migratorio, mettendo in risalto le storie dei singoli, facendole assurgere a simboli universali. Rappresentando persone e non entità astratte, queste storie permettono l’immedesimazione facilitando l’empatia nei confronti delle vittime. Il problema che sorge è poi un altro: quante singole storie si ricordano? 

L’immagine Alan Kurdi, da Bodrum, 2 settembre 2015, fino all’opera d’arte di Ai Weiwei per poi essere dimenticato

Vi ricordate Alan Kurdi? No, non ve lo ricordate. Il corpo disteso sulla spiaggia, il viso sulla sabbia, la maglietta rossa e i pantaloncini, un bambino. Ve lo ricordate? È stato, per qualche tempo, per poco, il simbolo di una realtà che uccide senza differenza uomini, donne, bambini. La maglia rossa come manifesto del ‘mai più’. Il 2 settembre 2015 sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, vennero ritrovati dodici cadaveri sul bagnasciuga. Erano migranti che tentavano di raggiungere Kos. Tra loro un bambino di tre anni, Alan Kurdi. L’intera comunità internazionale rimase sconvolta.

La fotografia del corpo inerte del bambino stravolse l’opinione pubblica, sembrava che tutti volessero davvero porre fine alle morti che si rincorrevano. Due giorni dopo la morte di Alan Kurdi, Angela Merkel dava la possibilità a migliaia di profughi bloccati in Ungheria di entrare in Germania. I leader dell’Europa centrale e orientale creavano un corridoio umanitario dalla Grecia settentrionale al sud della Baviera. Il Canada si impegnava a reinsediare 25 mila Siriani e l’Inghilterra dell’allora premier Cameron accettava di accogliere 4000 rifugiati all’anno fino al 2020. Nel 2016 l’artista cinese Ai Weiwei, che ha dedicato gran parte delle sue opere artistiche al tema dei migranti attirando anche accuse di strumentalizzazione, si è fatto ritrarre in uno scatto su una spiaggia di Lesbo, nella stessa posizione in cui venne ritrovato Alan Kurdi. Poi il rosso è passato di moda. L’immagine è sbiadita. Tutto è tornato come prima.

Non compassione ma indignazione, l’effetto delle immagini dei migranti è a breve scadenza

Queste azioni, o meglio reazioni, non sono frutto della compassione, come qualcuno potrebbe pensare, ma di quell’indignazione che esplode alla visione dell’immagine. Quelle immagini non hanno il potere taumaturgico, da sole, di renderci partecipi della sofferenza. Servono piuttosto a non farci sentire complici del delitto. L’indignazione ci proclama innocenti. Almeno per il tempo necessario, fino a quando quella tragedia non sarà più attuale. Non è un caso che dalle aperture politiche seguite alla diffusione dell’immagine di Alan Kurdi si sia poi passati alla chiusura condizionata dalle esigenze politiche nazionali. L’assuefazione dell’opinione pubblica alle immagini del dramma dei migranti ha oggi annullato anche l’indignazione. Non è un caso che non si parli di soccorsi in mare o di corridoi umanitari, il governo Meloni parla di guerra agli scafisti e di misure più dure per l’accoglienza, non di misure di soccorso. 

La condivisione virale delle immagini della sofferenza annulla l’empatia

Come scriveva nel 2015 Arianna Ciccone in un articolo su Valigia Blu dal titolo L’etica della condivisione nell’era dei social, la viralità di queste immagini svuota e anestetizza la loro carica emotiva, di alimentando il cosiddetto slacktivism – l’attivismo “da poltrona” parente dell’attivismo performativo tipico dei social – che non richiede impegno né coinvolgimento: una volta postata e condivisa la foto, l’ennesimo icona simbolo del dolore, ho soddisfatto la mia coscienza e posso concentrarmi nel contare i like. 

Sul dibattito riguardo la questione etica legata alla pubblicazione e alla diffusione di foto come quella di Alan Kurdi – o dei corpi sulla spiaggia di Cutro oggi – un articolo del settembre 2015 del New York Times riportava la posizione di Max Fisher, foreign editor di Vox: «Comprendo la volontà di pubblicare la foto come modo per aumentare la consapevolezza e richiamare l’attenzione sulla gravità della crisi dei rifugiati, ma io ho deciso di farlo perché il bambino in quella foto non può acconsentire a diventare un simbolo». Perché i simboli si possono riempire di significato a piacere. Come un Consiglio dei ministri.

Giuseppe Francaviglia

Murale a Francoforte sul Meno, in Germania, in cui viene rappresentato Alan Kurdi, Di Frank C. Müller
Murale a Francoforte sul Meno, in Germania, in cui viene rappresentato Alan Kurdi, Di Frank C. Müller
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella rende omaggio alle vittime del naufragio di Cutro, 2 marzo 2023, Crotone
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella rende omaggio alle vittime del naufragio di Cutro, 2 marzo 2023, Crotone

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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