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Lampoon. L'industria della moda e la filiera tessile della canapa
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La filiera tessile della canapa è il futuro sostenibile della moda, ma va supportata

Nell’industria della moda c’è spazio per la filiera tessile della canapa, che però ha bisogno di una pianificazione nazionale – le esperienze di due giovani brand italiani

L’industria della moda e la filiera tessile della canapa 

L’industria della moda sembra essere pronta. La filiera tessile della canapa in Italia, invece, no. Nel mondo della moda qualcosa sta cambiando: i consumatori finali prestano maggiore attenzione a cosa acquistano e leggono le etichette interne ai capi per conoscerne i materiali impiegati ed il luogo di produzione. Sono piccoli passi verso un’industria dedita alla sostenibilità, così le aziende del settore stanno cercando sempre di più di impegnarsi ad assumere una condotta che guardi all’ambiente. 

L’Italia ha rappresentato per anni uno dei primi paesi produttori di canapa ad utilizzo tessile, ma a seguito dell’invenzione dei tessuti sintetici prodotti nel sud-est asiatico e con il boom economico le pratiche di coltivazione e di produzione di questo tessuto pregiato ed ecosostenibile si sono perse. Alcuni brand italiani puntano al recupero delle tradizioni tessili del Made in Italy con uno sguardo al futuro, consapevoli delle trasformazioni in atto e certi delle potenzialità del territorio italiano. 

La filiera della canapa in Italia: la falla nella ricerca di filato proveniente da campi coltivati in Italia

Il problema che devono affrontare tutte queste aziende è la ricerca di filato proveniente da campi coltivati in Italia. Non è infatti possibile trovare materia prima di origine europea, o per lo meno ce n’è pochissima ad utilizzo tessile. Questa realtà è dovuta al fatto che dopo gli anni Cinquanta la canapa tessile è caduta in disuso, perdendosi così anche tutti i processi di filiera. La materia prima, il filato, che si trova ad utilizzo tessile è per la maggior parte di origine extraeuropea. Il problema è non solo tecnologico, ma di deregolamentazione di tutta la filiera di tutto quello che riguarda la canapa. 

La filiera della canapa in Italia non è sviluppata

A mancare è il processo relativo alla lavorazione dello stelo, che poi porta alla produzione del filo. Così come anche i grandi impianti di lavorazione a cui si possa affiancare la coltivazione. La lavorazione è una procedura costosa, e le aziende che lavorano nel settore sono convinti che lo Stato possa essere l’unica risorsa per la rinascita di questa produzione. Nel Novecento l’Italia era la prima produttrice di canapa. L’unico modo per ridare valore alla lavorazione è spingere sulla struttura statale e sul concetto di Made in Italy, creando prodotti non comparabili con quelli asiatici, giustificando attraverso la qualità e la ricerca del prodotto il costo di produzione. Creare così una filiera del tutto italiana.

Tessicanapa e Laurels Apron: da Sud a Nord con un solo obiettivo

Tessicanapa, fondata da Roberta De Marini, e Laurels Apron, fondata da Laura Piasentin e Paolo dal Moro, sono due giovani aziende italiane nate con l’obiettivo di trasmettere la cultura del tessuto di canapa, tramandata nelle proprie famiglie da generazioni. Fondate entrambe nel 2021, Tessicanapa recupera tessuti antichi lavorati in Italia prima del proibizionismo della canapa avvenuto dopo la Seconda Guerra Mondiale; Laurels Apron confeziona capi con tessuti prodotti tra Lombardia e Piemonte a partire da filati importati dall’estero. 

Roberto De Marini, fondatore di Tessicanapa 

Roberta De Marini racconta la sua azienda: «Tessicanapa nasce dalla volontà di ridare vita a tessuti già esistenti: utilizziamo esclusivamente tessuto di canapa filato in Italia nel Novecento, quindi è tutto tessuto antico. Nasce dalla volontà di ridare valore a questo filato che è stato dimenticato. Tessicanapa è un progetto di cuore perché è nato dal legame che avevo con mia nonna: è mia nonna che mi ha fatto conoscere questo tessuto. Porto avanti questa missione di far conoscere Cerco il tessuto di canapa italiano lavorato prima del proibizionismo dandogli nuova vita realizzando dei prodotti che sono fatti a mano artigianalmente». 

Laura Piasentin co-fondatrice di Laurels Apron

Laura introduce Laurels Apron: «Il progetto è nato dal desiderio di dare spazio alla creatività e di rivolgerci a quel mondo di artigiani e creativi, per passione o per professione. Ci siamo resi conto che sul mercato non c’era una proposta di abbigliamento dedicata a loro. O meglio c’era, ma erano tutti prodotti tecnici e funzionali e spesso non particolarmente belli esteticamente e neanche curati dal punto di vista della sostenibilità. Noi abbiamo pensato di mettere insieme tutti questi aspetti e di dare loro una proposta di un capo: siamo nati con il grembiule, quindi, con un capo che fosse funzionale e adatto al lavoro artigianale o creativo, ma che fosse anche di design, sostenibile, che rappresentasse i valori di chi lo indossa».

Tessuti italiani e filati extraeuropei, ma nel Novecento l’Italia era la prima produttrice di canapa

Il duo meneghino ha raccontato i processi che portano alla creazione dei capi firmati Laurels Apron, nonostante le difficoltà sul territorio nazionale: «Noi siamo passati dall’acquistare il tessuto fatto da tessitori italiani a seguire l’intero processo, non dalla coltivazione, ma a partire dal filato: acquistiamo il filato, realizziamo i nostri tessuti, facciamo tutte le parti di finissaggio, di lavorazione dei tessuti e poi ovviamente la confezione dei capo. Il filato noi lo prendiamo da filature italiane che importano a loro volta, tendenzialmente la provenienza è o India o Cina. Il venditore italiano la rivende, magari fa la roccatura e altri processi che servono per aumentarne il grado di umidità, perché diventa più facile da lavorare, però fa solo quello. Il filato gli arriva da fuori Europa».

Ovviare al problema dell’importazione del filato: la ricerca nell’antico 

Roberta De Marini ha cercato una soluzione alla mancanza di filato di canapa coltivato in Italia riscoprendo vecchi tessuti tramandati nelle famiglie di generazione in generazione: «La canapa che impieghiamo è italiana: Tessicanapa utilizza tessuto dei corredi che le famiglie si tramandavano di generazione in generazione». Continua spiegando la produzione della canapa tra fine Ottocento e inizio Novecento: «La canapa era coltivata, gli steli erano raccolti, macerati, pettinati per staccare il filo. In base alle volte in cui era macerata deriva anche la sua morbidezza. Ecco perché le lavorazioni, soprattutto per la macerazione, erano fatte vicino ai corsi d’acqua, ai fiumi o ai laghi. La lavorazione è costosa, e si ottiene un prodotto di qualità». 

La canapa è il futuro dell’industria della moda

Entrambe le aziende sono coscienti delle trasformazioni che stanno avvenendo negli ultimi anni nel mercato del consumo e per questo motivo rappresentano due punti di partenza per l’industria italiana, spiega Tessicanapa: «L’economia sta cambiando. Anche il fatto stesso del prodotto handmade: l’Italia è un indice di qualità del prodotto stesso e questo potrebbe spingere l’Italia a crearsi un mercato di nicchia, al contrario del fast fashion creato proprio per le masse. Bisogna educare il consumatore a comprare bene. La comunicazione della moda è una comunicazione di massa».

Abiti in filato di canapa contro il fast fashion

Le case di moda devono puntare sull’abbigliamento realizzato con tessuti in filato di canapa, accantonando l’assetto strutturale del fast fashion. Le produzioni massicce e i capi realizzati con tessuti sintetici nocivi per l’ambiente, sia per la loro produzione sia per il loro successivo smaltimento, non sono più accettabili. Laura e Paolo sottolineano l’importanza del loro lavoro culturale, concettuale e creativo: «Quello che teniamo sempre in considerazione nella fase di creazione è unire la parte di stile e design all’aspetto funzionale e di comodità che ci deve essere. La canapa è interessante proprio per come è lavorata e in più vediamo che altri brand affermati producono capi in canapa, anche nel settore lusso. Questo è legato alle diverse proprietà della canapa. Tutta questa tendenza al fast fashion sta cambiando: i consumatori stanno acquisendo consapevolezza. L’acquirente cerca capi che si distinguano dal fast fashion, che siano durevoli nel tempo. La canapa è tra le fibre naturali più resistenti: le caratteristiche di sostenibilità a livello di coltivazione e lavorazione unite alla proprietà della resistenza sono gli aspetti che rendono la fibra idonea all’utilizzo nel settore tessile».

Noemi Soloperto

Rocche di filati di canapa italiana, coltivata tra la Puglia e l'Emilia Romagna
Rocche di filati di canapa italiana, coltivata tra la Puglia e l’Emilia Romagna

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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