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Giacomo Balla, Dinamismo di un cane al guinzaglio
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Nasci, performa, muori: giovani in fuga dalla consulenza tossica di Milano

Giuseppe Nobile racconta l’ambiente tossico della consulenza di Milano: al Salone di Torino presenta il libro Guinzagli, edito da Accento, insieme ad Alessandro Cattelan, Matteo B. Bianchi e Raffaele Cataldo

Guinzagli di Giuseppe Nobile al Salone del Libro di Torino 2024

Domenica 12 maggio nella Sala Rossa del Padiglione 1 del Salone del Libro di Torino 2024, Giuseppe Nobile presenta il libro Guinzagli edito da Accento. Insieme all’autore, intervengono l’editore della casa editrice Alessandro Cattelan, il direttore editoriale Matteo B. Bianchi e Raffaele Cataldo (che con Accento ha pubblicato il romanzo Di me non sai). 

Il sogno segreto di tanti che vivono e lavorano a Milano: mollare tutto e andarsene. Chiudere con lo stress, con i colleghi, con gli straordinari non retribuiti. Andarsene e partire per vivere la vita sognata fuori dagli schemi che la società impone. Filippo, il personaggio di Guinzagli di Giuseppe Nobile, lo fa: si licenzia nel bel mezzo di una riunione, e parte zaino in spalla per vivere una vita che aveva sempre e solo sognato.

Guinzagli di Giuseppe Nobile: scegliere se stessi prima del lavoro, i dati delle grandi dimissioni dei giovani

Secondo i dati delle indagini Randstad Workmonitor, il 29% dei lavoratori italiani starebbe cercando attivamente un nuovo impiego, la percentuale si alza a 38% se si considera solo la fascia d’età compresa tra i 25 e i 34 anni. Il 36% dei dipendenti della generazione Z, ha già lasciato il proprio lavoro, principalmente a causa dell’incompatibilità con la propria vita privata. Se si considera la fascia di età compresa tra i 18 e i 34 anni, la percentuale di chi sarebbe disposto a lasciare il lavoro se questo interferisse con la vita privata sale al 51%. Tra questi c’è anche Filippo, anni 32, un lavoro in consulenza a Milano e personaggio principale di Guinzagli, il romanzo d’esordio di Giuseppe Nobile. Le vite di Filippo e Giuseppe hanno molti punti in comune: «Guinzagli è ispirato a una storia vera. La voglia e l’idea concreta di metterla giù nasce due anni fa». La storia di Giuseppe Nobile inizia con una laurea in economia a causa del film Wall street con Michael Douglas che lo porta a lavorare in consulenza a Milano.  

Great Resignation, le grandi dimissioni: le nuove Generazioni vogliono una vita oltre il lavoro 

L’evoluzione del mondo del lavoro degli ultimi anni passa attraverso il linguaggio che usiamo per definirlo. Nell’estate del 2021, subito dopo il COVID-19, negli stati uniti le persone si sono licenziate in massa come forma di protesta. Per definire questo esodo di massa, Anthony Klotz, professore di management alla Mays Business School della Texas A&M University ha coniato il termine Great Resignation letteralmente Grandi Dimissioni. Questa tendenza non si è esaurita con la fine dell’emergenza COVID-19 ed è in continua crescita. Le cause scatenanti di questo fenomeno sono varie ma la principale è il senso di insoddisfazione. I giovani della Gen Z, rispetto alle altre generazioni, sono i più predisposti a lasciare il lavoro anteponendo la propria felicità personale alla sfera lavorativa. 

«Nasci, performa, muori»: Conscious quitting, Quiet quitting, e Hustle culture, la protesta silenziosa delle nuove generazioni 

Il 2023 è stato definito l’anno delle Conscious quitting, ovvero «dimissioni di coscienza», dette anche climate quitting. I promotori di questo fenomeno sono sempre i giovani della Gen Z ma non solo. Sempre più persone lasciano il lavoro o scelgono un’azienda piuttosto di un’altra se non rispecchia i propri valori. Lavorare il necessario per non essere licenziati, non accettare di fare straordinari né assumersi responsabilità che non ci competono, questo in concreto è il quiet quitting. Un fenomeno in controtendenza rispetto alla hustle culture, o cultura “tossica” detta anche “burnout culture” – che è la consacrazione della propria vita al lavoro secondo gli ideali dello stacanovismo. Cultura in declino ma ancora molto presente in certi ambienti, soprattutto a Milano, soprattutto nella consulenza. 

«Ho avuto diverse esperienze in società di consulenza, con diverse multinazionali –  Racconta Giuseppe Nobile –  La mentalità del ‘nasci performa, muori’, è insita in questi ambienti perché c’è talmente tanto ricambio e talmente tanta possibilità che qualcun altro brami il tuo posto, che le aziende non si fanno scrupoli. Non voglio criticare completamente quell’ambiente, ma allontanandomene ho capito che c’è chi è portato a vivere a quei ritmi e chi no. Si è portati a dover sempre essere disponibili e performanti. Questo porta ad attriti tra le persone e si diventa cannibali tra simili. Io non mi trovavo bene in questo ambiente, a dover performare a ogni costo. È stato il motivo per cui sono scappato. Non ero in grado di adattarmi a quelle dinamiche. Ci ho provato per qualche anno, e mi sono pure preso la vitiligine con lo stress. L’unico modo per adattarmi era andarmene e ho mollato»

Le vecchie generazioni non capiscono il nuovo approccio al mondo del lavoro della Gen Z perchè loro avevano ancora un futuro in cui sperare: Guinzagli di Giuseppe Nobile

Nel romanzo di Giuseppe Nobile, Filippo ha un’animata discussione con il padre che gli dice una frase che ogni giovane si è sentito rivolgere almeno una volta nella vita: ‘i giovani di oggi non ne volete di lavoro, è colpa nostra che vi abbiamo viziato’. Frase che rispecchia l’incapacità delle vecchie generazioni di capire i cambiamenti del mondo del lavoro di oggi e le motivazioni dietro le scelte della Gen Z. «Le vecchie generazioni avevano la speranza davanti a sé, sapevano che facendo determinati passi ottenevano determinati traguardi che potevano dare poi un senso all’esistenza. L’assioma più lavoro più ottengo aveva ancora senso. I figli di quella generazione sono cresciuti con la consapevolezza che ‘se io mi laureo, trovo un lavoro, compro la casa, e sto bene’. Nelle generazioni di oggi che si approcciano al mondo del lavoro non c’è questa futuribilità. Il pensiero frequente oggi è ‘io lavoro, ma una casa so che non me la potrò mai comprare, non avrò mai una sicurezza economica, e chissà quando firmerò un contratto decente’. A Milano anche con stipendi decenti arrivi giusto a fine mese. Non avendo più prospettiva non hai la spinta che ti porta a fare di più, quindi ti trattieni. Non penso sia una cosa comprensibile dalla generazione precedente alla mia, perché loro si sono formati con l’idea che se non ottenevi tanto era perché tu non volevi rendere tanto al lavoro».

Guinzagli, libro di Giuseppe Nobile edito da Accento
Guinzagli, libro di Giuseppe Nobile edito da Accento

Andarsene da Milano e cambiare vita: Guinzagli di Giuseppe Nobile

Filippo lascia tutto, scappa da Milano, dai colleghi e dallo stress  sceglie di viaggiare e finisce a lavorare in un canile in Sardegna. «Io ho fatto l’opposto. Dopo essermene andato, da giù sono tornato a Milano – continua Giuseppe Nobile – anche se è difficile vivere a Milano, per i tempi, i costi, lo stress. Milano ti stressa anche se sbagli strada con l’auto. Ti scontri con la difficoltà a 30 anni di non avere la possibilità di mantenerti un monolocale da solo e sei ancora costretto a dover vivere con altra gente. Ci siamo passati un po’ tutti. Il Covid con il remote working ha aiutato a far lasciare la città a chi ci stava solo per il lavoro e tanta gente ha avuto la possibilità, a parità di stipendio di andarsene. Tornare al Sud Italia con uno stipendio di Milano è oro. Nonostante le difficoltà Milano offre tanto anche a livello di apertura mentale, che in altre città non trovi. Ho vissuto sia in piccole che in grande città, in borghi abbandonati, ho visto un po’ di tutto e preferisco stare a Milano, anche se mi piacerebbe il terreno con gli animali che corrono».

Il cane è il migliore amico dell’uomo: Guinzagli il romanzo ambientato in canile di Giuseppe Nobile

Avere un cane, si dice, sia l’unico modo per fare amicizia con i milanesi. Nelle aree cani dei parchi sono tutti più amichevoli e propensi a scambiare qualche chiacchiera. I cani, sono anche i protagonisti del  romanzo Guinzagli di Giuseppe Nobile. «Sono un amante dei cani, e non potendone avere con me, almeno scrivendone sono in loro compagnia. Anche io, come Filippo, ho fatto un’esperienza in canile. Poi non ho letto molto di un canile né mai sentito gente che mi ha raccontato di averci vissuto, quindi ho detto perché no?». Filippo, parla con Sansone, il suo cane preferito del canile, come al suo confessore. I cani nel libro rappresentano la parte sensibile, che non usa la ragione ma segue l’istinto, quello che vorrebbe fare anche Filippo che invece si abbandona a elucubrazioni mentali. «Tutti vorremmo essere ascoltati senza che l’altro davanti a noi sia pronto per rispondere, il cane è così. Quando parli con le persone solo propensi a darti una risposta per trovarti una soluzione. Tante volte non servono le soluzioni, servono due orecchie, e i cani le hanno. E quando ti guardano sembra quasi che gli interessi quello che gli stai dicendo e anzi sono con te. In Sicilia ho due grossi cani, facciamo grandissime chiacchierate tutti e tre insieme, ho voluto riportare la cosa. È una sorta di terapia, anziché torturarsi il cervello senza far uscire determinati pensieri, li fai uscire in maniera più giocosa». 

Avere le cose in ordine: perché ci sono così tante aspettative sull’avere trent’anni? Guinzagli di Giuseppe Nobile

Trent’anni è l’età in cui un uomo dovrebbe avere le cose in ordine. ‘Ne ho trentadue e le aspettative che si hanno per  quelli della mia età con una laurea in Economia non sono certo quelle di spalare merda di cane’ dice Filippo in Guinzagli. Il concetto di avere le cose in ordine «è sempre figlio delle generazioni precedenti. Ossia la generazione dei miei genitori, che a 25 anni si era già fatti e finiti. Avendo introdotto la laurea nell’equazione, fatti e finiti si è dopo qualche anno in ritardo, quindi a trent’anni. È un checkpoint obbligato nel quale ci si aspetta di aver raggiunto determinati traguardi. Nella società c’è una mescolanza tra chi vive ancora come si pensava prima e chi invece no. Così ti ritrovi tu trentenne a paragonarti con delle persone che non hanno effettuato un percorso di studi, o che sono rimaste nella città e hanno determinate vite, determinate conquiste, ma ti confronti su due piani totalmente diversi che non andrebbero nemmeno confrontati. Quindi cerchiamo di guardare a chi ha di più. A trent’anni dovresti avere un lavoro, una casa, dovresti essere in grado di mantenerti, avere tutto chiaro quando in realtà ti stai approcciando adesso alla vita».

De-costruire il maschio: Filippo e gli stereotipi maschili sulla sessualità e la carriera in Guinzagli di Giuseppe Nobile

Filippo è tutto quello che lo stereotipo del maschio non vorrebbe: è insicuro, non sa approcciare le ragazze, ha problemi di erezione, è indeciso, scontroso, rimugina su quello che gli altri pensano di lui e fuma un po’ troppa erba. «Con Filippo ho voluto decostruire lo stereotipo maschile. Nel rap o trap c’è lo stereotipo del ragazzo di strada. Ci sono ragazzi di strada ma non tutti sono fatti per stare nella strada, come ci sono degli stereotipi maschili ma non tutti sono fatti per lo stereotipo. Non tutti sono portati per essere forti e coraggiosi, per essere degli stalloni a letto, per essere l’uomo che non deve chiedere mai. Quando non lo sei, ti senti sbagliato, credi di non essere abbastanza.. Nella vita tante cose che mi fanno ridere di questa ‘maschitudine’. Mi piaceva raccontarla per ridere. Ho voluto mettere cose che ho vissuto sulla mia pelle o che ho vissuto da altri ragazzi. I ragazzi vorrebbero dire determinate cose ad alta voce, ma non si sentono liberi di farlo, non potendo parlare si tormentano e si tengono tutto dentro. Di conseguenza nasce il problema che gli uomini tra di loro non parlino di intimità. Queste riflessioni mi sono venute vivendo con una sessuologa. Mi ha fatto riflettere sulle cose che portiamo avanti per crearci un personaggio, per darci una forma, quando in realtà non contano. Filippo è una summa di quello che volevo raccontare, non il maschio solito, l’antieroe un po’ stronzo a cui va tutto dritto non sarebbe stato reale».

‘L’unica cosa che il viaggio mi ha insegnato e che è che la libertà non esiste’: Guinzagli di Giuseppe Nobile

Quello di Filippo è un viaggio, dentro e fuori se stesso. Un Ulisse moderno che si interroga su quali siano le sue responsabilità e su cosa scegliere tra la sicurezza di una scrivania e l’adrenalina di una tavola da surf. ‘‘L’unica cosa che il viaggio mi ha insegnato e che è che la libertà non esiste’’. Il viaggio si sa, non è mai lineare e mai sempre in discesa. Filippo si interrogherà sull’aver fatto la scelta giusta, se la vita che aveva tanto sognato è quelle di cui ha veramente bisogno. «Quella frase in particolare nasce da un concetto filosofico di Kierkegaard, che parla dell’angoscia. L’angoscia subentra nel momento in cui un uomo è libero, poiché la libertà assoluta prevede infinite possibilità di errore. Essendo noi esseri umani incapaci di scegliere senza un’indicazione, non possiamo essere liberi, perché se siamo liberi ci angosciamo. Quando ti ritrovi libero completamente, ti rendi conto che la libertà non esiste. Molli tutto, parti e quindi sei libero? Non è detto. Dobbiamo accettare il fatto che non siamo in grado di gestire la libertà. Possiamo raggiungerne un certo livello, ma non possiamo andare oltre un certo punto. Quella frase è il mood del romanzo. Lo stato d’animo non vuole essere fai, puoi cambiare, puoi fare quello che vuoi nella vita. Ognuno di noi ha qualcosa che lo fa sentire oppresso, può essere il lavoro, può essere la famiglia, qualunque cosa;  proviamo a prenderci i nostri spazi ed essere liberi almeno in quello che possiamo essere».

Domiziana Montello

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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