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Il Principe, locandina ufficiale
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La Borromeo e Vittorio Emanuele: nel docufilm, gli atteggiamenti di quegli anni

Minimalismo alto-borghese, «politica pop» e processi di personalizzazione: il caso de Il Principe Vittorio Emanuele di Savoia portato su Netflix da Beatrice Borromeo

Il Principe – lo champagnino e il rimando è all’opera di Machiavelli

L’Italia della bella vita, del mito «caviale e champagne» – «champagnino» come lo definisce Vittorio Emanuele nelle battute finali della docu-serie – si racconta con uno sguardo nostalgico, passatista. La monarchia, è vero, non c’è stata, ma i codici del potere sono rimasti nella borghesia delle grandi aziende, nei businessmen che, non più ventenni, raccontano la loro versione di quell’estate del 1978, tra Porto Rotondo e la Corsica. 

Il rimando è a un altro principe. Allontanato dall’incarico di pubblico di segretario, nel 1513 Niccolò Machiavelli scrive Il Principe. Si tratta del primo trattato politico dell’età moderna, di un’operetta scritta in un fiorentino intesa ad ingraziarsi il favore della Casa de’ Medici per farsi riassumere. L’interpretazione dei critici è spesso forzata e sembra dimenticare che Il Principe non è altro che «un’operetta d’occasione scritta per chiedere un posto di lavoro». Difatti, come sostiene Pietro Genesi nella sua introduzione all’opera, si tratta di una serie di regolette empiriche, di principi di comportamento spicciolo. Tra le più note del breve elenco che costituisce la struttura portante dell’opera rimane la convinzione secondo cui il principe debba – se costretto e se è per il bene dello stato – uccidere e ingannare. Sul piano della scienza politica l’omicidio trova qui giustificazione. 

Una breve sinossi della docu-serie Il Principe a partire dall’uccisione di Dirk Hamer: dai codici del potere ai codici vestimentari

Definito «il documentario dell’estate», complici i numeri dei download e delle classifiche Netflix, il reportage di Beatrice Borromeo è una serie in tre atti. Il racconto prende le mosse dal caso giudiziario per la morte di Dirk Hamer, spunto tragico per elementi laterali sulla vita di Vittorio Emanuele, come il complesso rapporto genitoriale o la storia d’amore con Marina Doria. Il racconto va così oltre l’episodio di Cavallo, lasciando ogni cosa in superficie: se una risposta univoca non è stata in grado di darla la giustizia italiana, certamente non può darla Beatrice Borromeo, e spesso conviene virare altrove. 

Il 18 agosto 1978 un colpo di pistola colpisce la gamba di Dirk Hamer, diciannovenne tedesco trovatosi quasi per caso su una barca di pariolini romani che da Porto Rotondo stava raggiungendo l’isola di Cavallo. Viene accusato Vittorio Emanuele di Savoia, figlio dell’ultimo re italico, al tempo dei fatti in esilio con la famiglia. La saga giudiziaria si conclude tredici anni più tardi, nel 1991, con l’assoluzione presso la Corte d’Assise di Parigi. Dopo una prima dichiarazione di responsabilità da parte di quello che la stampa francese ha definito il «prince tireur» –  il principe tiratore – l’emergere di una serie di dettagli non rilevanti inizia a offuscare fino a corrodere del tutto i motivi dell’accusa. Si è parlato per questo di un’opera di cancellazione, ovvero di meccanismi di potere che, lavorando in sordina, hanno introdotto il dubbio laddove vi erano certezze. 

Nel 2006, a distanza di tre anni dal suo ritorno in Italia post-esilio, Vittorio Emanuele viene nuovamente accusato, questa volta per associazione a delinquere. L’assoluzione è, anche in questo caso, garantita, ma il fantasma di Cavallo si ripropone nelle parole pronunciate e registrate nei giorni di carcere trascorsi a Potenza. Nell’ultimo episodio de Il Principe egli smentisce le sue stesse affermazioni, ma il dubbio attraversa lo schermo e si riflette retrospettivamente sull’intera vicenda Hamer. Un tale intreccio – o, come lo definirebbe lo scrittore Carlo Emilio Gadda, «gnommero» – è da imputare alle retrovie del potere, a correnti ben nascoste la cui parte visibile sono i codici vestimentari. 

Il valore degli abiti ne Il Principe: dal pullover nero al completo giacca-e-cravatta per il figlio dell’ultimo re italiano di casa Savoia, Vittorio Emanuele

L’immagine con cui si apre il primo atto della serie è quella di Vittorio Emanuele di Savoia bambino che, stretto in un abito da signorotto, saluta il popolo di cui non sarà mai re. «Mia madre diceva «sarai re». Ma non ci ho mai creduto. Difatti…» riferisce alle telecamere di Netflix. Nelle sezioni di intervista che intervallano i filmati d’epoca indossa un pullover nero, a collo alto, presumibilmente in lana o cotone. Come sottolineato dallo storico Daniel Roche, «la cultura delle apparenze rappresenta, prima di tutto, un ordine» e, nella sua banalità, un semplice pullover vuole trasmettere un senso di abbassamento rispetto ai gradini alti del potere. Per raccontarci la sua verità Vittorio Emanuele si libera di ogni orpello, veste un colore neutro come il nero e un capo sinonimo di parsimonia. In sintesi, si pone allo stesso livello dello spettatore. La sequenza successiva vede Emanuele Filiberto di Savoia in età pre-adolescenziale che, seduto a un capo di un lungo tavolo in marmo lucido coronato da pezzi di argenteria, immagina ad alta voce un’Italia che non ha ancora vissuto. Veste normalità nella forma di una maglietta rossa a maniche lunghe e, tra le righe, si coglie il sottinteso «sono un bambino come gli altri».

IMMAGINI

Nelle immagini riguardanti il processo il codice vestimentario muta nuovamente: la sequela di personaggi che si susseguono dentro e fuori dal tribunale vestono tutti, immancabilmente, un completo giacca-e-cravatta. Il motivo di tale scelta si può trovare nel Regolamento del Consiglio degli Stati: «[…] le persone presenti in aula vestono in modo decoroso» (art. 33 RCS). Secondo l’interpretazione dell’Ufficio della Camera, nella pratica ciò significa almeno camicia, giacca, cravatta o papillon per gli uomini e per le donne un abbigliamento adeguato al carattere ufficiale del luogo». L’aula del processo di Vittorio Emanuele non è certo quella del Consiglio degli Stati, ma il valore dell’abito non cambia. 

Il minimalismo alto-borghese del princ – Courrèges inaugura un nuovo filone di ricerca che porterà al dilagare del minimalismo alto-borghese

«Uno dei modi migliori per comunicare la rigida e immutabile fissità dei ruoli sociali è creare degli abiti-uniforme che rendano chiari i diritti di nascita della persona. Questo avviene non solo in Europa, ma anche in tutto il resto del mondo attraverso una categoria di abbigliamento che oggi chiamiamo costume» sostiene Andrea BatillaTuttavia, se fino ai primi anni del secolo scorso tale fissità di ruoli si esprimeva attraverso un senso dell’eccesso dato da ricami, velluti, ori e broccati, oggi il cambio di passo è evidente. Il mutamento radicale si è palesato con l’emergere dei codici borghesi, ben espressi in fatto di abbigliamento da Courrèges. Il rispetto dei colori naturali, la resa dei materiali organici, la consistenza ruvida delle vesti. E poi la semplificazione delle forme, l’affermazione di tagli «classici», la definizione di un nuovo decoro. Courrèges inaugura un nuovo filone di ricerca che porterà alla dittatura del minimalismo alto-borghese. Siamo a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta – gli stessi cui fanno riferimento molte delle scene e immagini d’archivio de Il Principe – e la scena della moda è dominata da suite, blazer, tessuti squadrati o a scacchiera. Dunque, il concetto di lusso non si collega più allo sfarzo, ma alla comodità di un pullover o al rigore di un completo ben tagliato. Così, anche il nostro prince esprime il suo ruolo sociale vestendo la sua divisa «inscalfibile». 

Il dualismo moda-potere secondo Maria Cristina Marchetti – Moda e politica. La rappresentazione simbolica del potere 

Nel volume Moda e politica. La rappresentazione simbolica del potere (2020, Molteni) Maria Cristina Marchetti fa il punto sullo stato attuale del rapporto tra moda e potere inteso in senso politico: «Attualmente la relazione tra moda e politica chiama anche in causa i processi di personalizzazione, leaderizzazione, individualizzazione della politica contemporanea e l’ascesa di quella che è stata definita la ‘celebrityleadership’. La mediatizzazione della politica ha sicuramente contribuito a tale affermazione: i politici compaiono nei salotti televisivi, utilizzano i social media, sono oggetto di un’attenzione che non di rado sconfina nel gossip e che in generale è attenta a tutti gli aspetti della loro vita privata. Si registra una contaminazione continua tra le dinamiche politiche, le logiche dei media e della società dei consumi che sono alla base di quella che è stata definita la ‘politica pop’ e che coinvolgono la dimensione emotiva dell’agire». Un tale discorso interessa anche una figura non politica come Vittorio Emanuele di Savoia nel momento in cui la costruzione della sua verità passa attraverso un abito rassicurante come quello che veste per il pubblico di Netflix.  

Il Principe – Vittorio Emanuele di Savoia, la docu-serie Netflix con la regia di Beatrice Borromeo in co-produzione con Francesco Melzi d’Eril. Il rimando è all’opera di Machiavelli

Il Principe è anche il nome della docu-serie Netflix con la regia di Beatrice Borromeo in co-produzione con Francesco Melzi d’Eril. Il protagonista è Vittorio Emanuele di Savoia, monarca mancato di un regno che non è mai stato, vittima proustiana di un esilio ingiusto. Durante gli anni di allontanamento forzato trascorsi in Corsica, sull’isola di Cavallo, Vittorio Emanuele viene accusato di aver fatto partire un colpo di carabina provocando la morte di Dirk Hamer. L’episodio, avvenuto nell’estate del 1978, è centrale nel true-crime all’italiana, diretto da Beatrice Borromeo, che a supporto del racconto chiama a raccolta una schiera di testimoni. 

Stella Manferdini

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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