La diga del Vajont oggi
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Tina Merlin, la prima giornalista a denunciare il disastro del Vajont contro Vittorio Cini 

In quattro minuti l’acqua rase al suolo cinque paesi. Oltre duemila vittime. Sessant’anni fa, il 9 ottobre 1963 una frana cadeva nella diga del Vajont, la più alta al mondo

9 ottobre 1963: sessanta anni dal disastro della diga del Vajont

Alle 22.39 del 9 ottobre 1963, in pochi minuti l’acqua della diga spazzò oltre duemila vite. L’onda di duecentocinquanta metri causata dalla frana del monte Toc sormontò la diga senza spezzarla e allagò i paesi del fondovalle radendoli al suolo. La SADE – Società Adriatica di Elettricità – ditta che costruì la diga, dopo il disastro del 9 ottobre emise un listino prezzi per comprare il silenzio dei sopravvissuti, offrendo un risarcimento per ogni parente perso: 3.000.000 lire per un marito, 2.500.00 lire per una moglie, 1.500.000 lire a un genitore per ogni figlio minorenne, 800.000 lire a un genitore per ogni figlio non convivente, 1.000.000 a ogni figlio minorenne per ogni genitore, 600.000 lire a un figlio maggiorenne per ogni genitore. Questi erano i prezzi per comprare una vita. All’epoca una mucca costava 150.000 lire.

La SADE Società Adriatica di Elettricità

La Società Adriatica Di Elettricità (SADE) nasce come società elettrica privata, fondata nel 1905 da Giuseppe Volpi, conte di Misurata, presidente della Biennale di Venezia e ideatore della mostra del cinema e dal conte Ruggero Revedin. Fu fondata per «per la costruzione e l’esercizio di impianti per la generazione, trasmissione e la distribuzione di energia elettrica in Italia e all’estero». Una delle prime società di elettricità in Italia, la SADE contribuì ampiamente allo sviluppo industriale di Veneto e Friuli.

Durante la Prima Guerra Mondiale la società si mise a disposizione dell’esercito per far fronte alle esigenze belliche. La SADE serviva per fornire il Polo Industriale di Venezia – Marghera, ideato sempre da Volpi. Già nel 1943 la SADE aveva predisposto i lavori per l’impianto Piave-Boite-Mae-Vajont, ma per la seconda volta, per via della Seconda Guerra Mondiale, dovette fermare i propri progetti. Nel 1947 muore a Roma, Giuseppe Volpi. Nel 1953 muore anche il Presidente della SADE, Achille Gaggia, gli succede il conte Vittorio Cini. 

Vittorio Cini, Presidente della SADE, l’inizio dei lavori di costruzione della Diga Del Vajont, la diga più grande del mondo

Vittorio Cini gettò le basi per la costruzione di Porto Marghera. Voleva trasformare Venezia, sua città d’adozione, non più in un museo a cielo aperto ma in un nuovo centro di benessere economico. Fu anche senatore del Regno D’Italia, parlamentare e Ministro delle Comunicazioni con Mussolini. Dopo la morte del figlio Giorgio per un incidente aereo nel 1949, chiese allo stato la concessione di un’intera isola, L’isola di San Giorgio, dove istituì la Fondazione Giorgio Cini. La morte del figlio lo mandò in crisi tanto da farlo allontanare dalla Massoneria per avvicinarsi all’ordine dei Gesuiti. Dopo anni ritornò agli affari prendendo l’incarico di Presidenza della SADE.

Fu Presidente della SADE dal 1953 a 1964 quando fu nazionalizzata e acquisita dall’ENEL. Fu accusato e portato in giudizio per truffa concernente il passaggio dell’impianto del Vajont dalla SADE all’ENEL. Gli fu riconosciuta l’assenza di ogni responsabilità per il suo compito di conduzione puramente finanziaria della SADE. Anni dopo e dopo numerosi dibattiti e processi, le cause della tragedia, furono ricondotte ai progettisti e dirigenti della SADE, ente gestore dell’opera fino alla nazionalizzazione, i quali occultarono la non idoneità dei versanti del bacino, a rischio idrogeologico. Fin dall’inizio dei lavori di costruzione della diga, i geologi avevano giudicato i versanti della montagna non idonei a sopportare una tale diga, in quanto erano già presenti segni di frane precedenti. 

Tina Merlin, la prima giornalista a raccontare la verità sulla storia del Vajont: osteggiata dalla SADE e dalle istituzioni dello Stato coinvolte nella costruzione della Diga del Vajont

Nel 1963 Clementina, detta Tina, Merlin aveva trentasette anni. Comunista, durante la guerra era stata una staffetta partigiana, portando messaggi da una vallata all’altra. Dopo la guerra iniziò a pubblicare racconti nella Pagina delle donne dell’Unità. Divenne giornalista per lo stesso quotidiano e fu corrispondente per Belluno, Milano, Vicenza e Venezia. Scrisse sulla resistenza, ma il libro per cui è più ricordata è Sulla pelle viva, come si costruisce una catastrofe. Il caso Vajont. «Ho un debito verso gli ertani: raccontare la loro storia». Le storie non esistono se non c’è qualcuno che le racconta. Tina era nata in quelle valli, sentiva il dovere morale e personale di raccontare la verità su quella storia. Una storia sull’arroganza dei poteri forti, sull’assenza di controlli, sull’umiliazione dei deboli, sulla complicità degli organi dello Stato e soprattutto sulla ricerca di profitto a tutti i costi. Anche a costo di oltre duemila vite.

Tina Merlin, Sulla pelle viva, la prefazione di Gianpaolo Pansa all’edizione del 1993: le donne e il giornalismo negli anni Sessanta

Giampaolo Pansa, all’epoca ventottenne, era un giornalista de La Stampa; il disastro del Vajont la sua prima occasione seria. Fu inviato insieme a Francesco Rosso in un luogo sconosciuto per raccontare una storia di cui sapeva poco. Quando arrivò sulla scena del disastro gli inviati degli altri quotidiani c’erano già tutti. Vedendolo avanzare Guido Nozzoli gli disse «Tu la guerra non l’hai vista. Vai avanti che la vedrai». Quello che Pansa e gli altri giornalisti si trovarono davanti fu un deserto, una distesa piana dove prima c’erano case, dove prima c’era un paese. Gli edifici rasi al suolo delle fondamenta. Tina Merlin era l’unica corrispondente donna. Non solo era donna, ma era anche comunista e corrispondente di provincia, relegata dunque ad uno status di inferiorità rispetto ai colleghi uomini.  Scrive Pansa nell’introduzione all’edizione di Sulla pelle viva del 1993.

«Tina contava poco nel firmamento delle star giornalistiche, quasi tutte concentrate all’Hotel Cappello di Belluno. Per cominciare, era una donna, e in quel tempo la cupola informativa italiana risultava soltanto maschile. Poi non era un inviato speciale, bensì un semplice corrispondente di provincia. Scriveva per un giornale di partito e, per di più, per quel giornale che era l’Unità di un partito che era il PCI. Nei confronti di Tina funzionava un black out spesso tre volte: maschilista, di rango professionale e di avversione politica. Alcune grandi firme erano implacabili in questo black-out. A malapena accettavano che qualcuno del loro rango, come Nozzoli a esempio, si dichiarasse comunista o di sinistra. Messe insieme, queste star peggioravano, dando vita spesso a squadre tronfie, spocchiose, ubriache del loro primato di copie vendute. Squadre, o pool come si direbbe oggi, che si buttavano sempre da una parte sola: contro i rossi che erano sopra-vissuti a Longarone e contro i rossi che da tutta Italia accorrevano a Longarone».

Tina Merlin, l’unica giornalista che i longaronesi volevano, la prima ad aver denunciato gli espropri, la prima ad aver anticipato il disastro della diga del Vajont: Tina denunciata da Vittorio Cini

I giorni dopo il disastro, i giornalisti si aggiravano tra le macerie come sciacalli in cerca del prossimo titolo con cui aprire il giornale. Camminavano dove prima c’erano le case, dove prima c’erano le famiglie. I longaronesi per cacciarli gli lanciavano pietre. Solo una giornalista era ammessa, ed era Tina Merlin. Tina aveva raccontato quella tragedia dal primo giorno, aveva riportato le testimonianze dei cittadini di Erto a cui avevano espropriato la casa per costruire la diga, aveva denunciato la paura crescente degli abitanti delle valli dopo i boati che emetteva la montagna per via della diga, aveva dato voce alla rabbia di chi lottava contro la SADE e contro lo Stato che si era messo a servizio della stessa. 

Nel 1959 il conte Vittorio Cini, ultimo presidente della SADE, fece denunciare la Tina Merlin dai carabinieri di Erto per ‘diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico’ tramite i suoi articoli, fu processata e assolta il 30 novembre 1960 dal giudice Angelo Salvini del tribunale di Milano perché il fatto non costituiva reato. L’olocausto del Vajont, come lo difinì la Merlin, le darà ragione. 

Non solo le vittime dell’acqua della diga: i Morti sul lavoro della diga del Vajont

Si calcola che durante i lavori di costruzione della diga oltre una decina di operai siano morti cadendo nel vuoto dei suoi 260 metri d’altezza. Questi morti non figurano nell’elenco vittime del disastro del Vajont, perché sono un insignificante perdita, una perdita calcolata nell’opera ambiziosa di costruire l’allora diga più alta al mondo. 

Sessant’anni della tragedia del Vajont, ricordare Tina Merlin e la storia 

Duecentosessanta milioni di metri cubi di roccia. La frana si stacca dal monte Toc a sinistra della Diga del Vajont e cade nel bacino. L’onda che si solleva è di cinquanta milioni di metri cubi d’acqua, solo per metà oltrepassa la diga. L’acqua che non oltrepassa la diga spazza via le frazioni più basse di Erto e Casso. L’onda più alta rade al suolo cinque paesi, Longarone, Pirago, Rivalta, Codissago e Faè.

Bastano quattro minuti e questi paesi non ci sono più, non ci sono più le persone nelle case, non ci sono più quelli che erano usciti. In tanti dalle valli erano scesi in paese a Longarone per andare al bar a vedere la partita, giocavano il Real Madrid contro i Rangers di Glasgow. Tornando a casa i più fortunati, i sopravvissuti, si videro la strada che portava al loro paese, alla loro casa, spazzata via, inesistente. Tina aveva il debito di raccontare questa storia, noi abbiamo il dovere di non dimenticare. Il 9 ottobre 2023 sono sessant’anni. 

Domiziana Montello

Longarone, prima del 9 ottobre 1963
Longarone, prima del 9 ottobre 1963
Longarone, dopo il 9 ottobre 1963
Longarone, dopo il 9 ottobre 1963

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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