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Sabrina Mezzaqui, Il mantello della Regina delle Nevi, 2014
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C’è bisogno di comunità, servono radici nell’arte: Sabrina Mezzaqui, Galleria Continua

Un’artista educata da maestre femministe che sceglie di appartenere alla sua comunità di origine. Sabrina Mezzaqui lavora su carta ruvida, sul primato della parola e del corpo

In conversazione con Sabrina Mezzaqui: la quotidianità e le ripetizioni e la banalità

Nel 1997, in occasione del Progetto Oreste, Sabrina Mezzaqui ha preso parte a Come spiegare a mia madre che ciò che faccio serve a qualcosa? Comunicazione, quotidianità, soggettività. Un convegno sulle nuove ricerche artistiche italiane. Un ciclo di incontri organizzati al Link di Bologna da cui è nato un testo, poi ripubblicato nel 2021 da la centrale edizioni. Nel suo intervento di fine anni Novanta, Mezzaqui afferma: «voglio concentrarmi su quelle situazioni esistenziali quando la quotidianità, con le sue ripetizioni, banalità e abitudini, non è percepita come rumore di fondo a cui non si presta attenzione, ma coincide con la vita stessa, con scarse possibilità di avvenimenti inconsueti. Situazioni dove l’unica realtà presente con cui confrontarsi è proprio l’abituale, dove non c’è concretamente altro a cui pensare».

Dopo più di venti anni, il rapporto con il quotidiano di Mezzaqui è rimasto lo stesso o l’artista guarda ad altro? «Il quotidiano è un’idea sorgente alla base del mio lavoro e di come evolve. Per me la quotidianità coincide con la vita e l’arte è una celebrazione della vita. Tutto parte dalla misura della singola giornata. Un tempo da ritagliare, o meglio ampliare, nel corso di ogni giorno. Idealmente, oggi tendo alla stessa immagine. A distanza di vent’anni, è la velocità ad essere aumentata nelle nostre vite. Sto rileggendo le Lezioni americane. Nelle sue sei proposte per il nuovo millennio, Calvino inserisce come secondo punto la Rapidità. Non so se oggi, a cento anni dalla sua nascita, la valuterebbe un valore per questo ventunesimo secolo».

Il confronto tra artisti, Sabrina Mezzaqui sulla relazione tra creativi

In merito alle ricerche artistiche italiane, quale il pensiero di Sabrina Mezzaqui? Si sono rinnovate o impoverite? Cosa è cambiato dalla fine degli anni Novanta.

«Quel convegno è stato organizzato dagli artisti. È stato come prendere per mano la propria ricerca, le proprie relazioni, senza aspettarsi l’intervento della galleria, del museo o del curatore. Avevo concluso da poco l’Accademia di Belle Arti ed ebbi l’opportunità di conoscere molti degli artisti attivi in Italia. Si favoriva la relazione e la collaborazione. Un tentativo a tratti utopico, se si considera che il mercato ha vinto su tutti i fronti. Se si è fortunati, come nel mio caso, ora la visibilità del proprio lavoro, passa da quei canali. Non si è più coltivata la relazione tra gli artisti. A sessant’anni mi ritrovo ad accettare inviti a mostre collettive perché sono momenti di scambio. Mi manca il confronto».

Il primato della parola nell’arte di Sabrina Mezzaqui. La piantumazione nell’opera Mettere a dimora

La ricerca artistica di Sabrina Mezzaqui potrebbe in gran parte essere riassunta nella triade libro-parola-lettura. Da dove inizia il processo creativo di un’opera?

«La mia indagine artistica parte dalla singola parola o dalla lettura. A volte anche dal libro. In realtà, si tratta di un rapporto triadico quasi interscambiabile. Ad esempio, in questo periodo al Museo Novecento di Milano è esposta l’opera Mettere a dimora. Si tratta di una definizione che ho trovato nel dizionario mentre cercavo dei significati rispetto al verbo “piantare”, nella sua accezione più agricola. Il lavoro è composto da un vocabolario aperto, da cui escono un centinaio di piante intagliate nella carta. In questo caso, il mio pensiero si è soffermato su una breve frase che contempla il dato naturale e la sua crescita».

Sabrina Mezzaqui e la lettura. Cosa resta della forza della parola in un’epoca distratta?

Nel catalogo Sabrina Mezzaqui. C’è un tempo, si legge un contributo di Mariangela Gualtieri dal titolo Tutto sarà guardato mirabilmente lo giuro (parole scritte dopo aver visto le opere di Sabrina Mezzaqui), 10 pensieri. La poetessa scrive, «che le parole vengono in dono. Questo io sento guardando le tante tessiture e distese e mucchietti e file e rotoli e sfilze. Vengono in dono e sono preziose. E sono care. Le parole di alcuni sono care: risuonando in noi smuovono il duro incrosto che ci separa dal cuore selvaggio della vita. Certe parole ci fanno più vivi». Se alcune parole vivificano, quale il punto di vista di Mezzaqui rispetto a una percentuale sempre più minore di persone che leggono libri? Soprattutto i giovani.

«Non credo che le nuove generazioni leggano meno in termini di quantità. Anche i soli messaggi scritti sono tanti. In generale poi l’Italia non sembra essere un paese in cui si sia mai letto molto. Oltre ai dati statistici, credo che il problema sia il tempo. Sto leggendo 8 secondi: Viaggio nell’era della distrazione, un libro di Lisa Iotti che sottolinea come otto secondi siano il tempo medio che dedichiamo a una pagina. Questo preclude attenzione, lentezza verso il testo. Personalmente, leggere è una delle prime cose che faccio la mattina. Solitamente testi filosofici. Di sera mi dedico più alla narrativa. La lettura mi accompagna nel corso del giorno, anche in treno».

Sabrina Mezzaqui. Il libro come salvacondotto per la sfera spirituale

Nel 2007 l’artista realizza l’opera I trentatré nomi di Dio. Come nota Giulia Giovannetti, Mezzaqui ripropone le trentatré micropoesie di Marguerite Yourcenarsu un quaderno bianco, ornato da un segnalibro composto da novantanove perline bianche – come i novantanove bei nomi di Dio rappresentati dai grani del rosario musulmano – su cui piccolissimi buchi vanno a formare le lettere come in un alfabeto tattile per vedenti, il che ricorda Boetti, i cui fori prodotti con la forza delle dita (I vedenti, 1967) vengono riportati da Mezzaqui a strumento di eleganza decorativa.

«È uno tra i testi depositari del sacro. Mi affascina perché riesce a contenere qualcosa di cui non si può parlare. Il mistero dell’indicibile. I trentatré nomi di Dio si rifà alle poesie scritte da Marguerite Yourcenar poco prima di morire. Micro-definizioni di cosa potrebbe essere la divinità. Non sapendo dire niente del sacro, scelgo di affidarmi ai testi».

La ruvidità e fragilità della materie prime nell’arte di Sabrina Mezzaqui

Sabrina Mezzaqui si è soffermata sul significato sanscrito di sutra, immaginando il libro come un tessuto fatto di tanti fili. Che ruolo hanno le materie più ruvide, ovvero grezze, come la carta e la sua manipolazione artistica?

«Tagliando le righe del testo ne evidenzio la loro natura di fili che poi vengono spesso intrecciati o arrotolati tra loro. Le mie opere possono essere viste come tessuti di carta. Questa semplice manipolazione porta al cambiamento dell’essenza tattile di un materiale di cui, ancora per il momento, facciamo esperienza ogni giorno. Scontrini, biglietti, giornali, ricevute. Ma in verità, ci stiamo smaterializzando. Da giovane pensavo di puntare artisticamente alla smaterializzazione, mentre in questi anni mi accorgo che voglio ridare valore alla materia e all’attenzione con cui la utilizzo. La grammatura della carta sottile mi affascina perché si colloca tra ruvidità e fragilità. Richiede cura, si rompe facilmente, ma nell’intesserla diventa resistente. Così l’atto artistico può fornire una nuova forza a un materiale naturale».

Sabrina Mezzaqui e la formazione femminista anni Settanta

A partire dal testo di Carla Lonzi Sputiamo su Hegel e altri scritti, ripubblicato pochi mesi fa da La Tartaruga, si possono individuare taciti simboli della paziente resistenza femminista che ha attraversato i secoli e il mito. Il ricamo può essere uno di questi? Dalle Parche, a Penelope, alle dame rinascimentali fino alle merlettaie di Burano. La dimensione del ricamo appare strettamente femminile e l’arte di Sabrina Mezzaqui vi fa riferimento.

«Io non so ricamare. I miei progetti che contemplano il ricamo li commissiono a mani esperte. Il ricamo mi affascina, ad esempio nella dimensione di Alighiero Boetti. Nel Medioevo, i cacciatori la sera intessevano gli arazzi. Non credo sia una pratica esclusivamente femminile. Penso anche ai lavori manuali dei carcerati. Rispetto al femminismo, sono cresciuta negli anni Settanta. Ho avuto maestre e professoresse dichiaratamente femministe. È stato un periodo di formazione dove in Accademia c’erano più donne che uomini; consideriamo che invece Maria Lai era l’unica artista femmina durante il suo periodo di formazione».

Sabrina Mezzaqui: l’appartenenza alla comunità e l’impegno umano attorno al Tavolo di Lavoro di Marzabotto

Sabrina Mezzaqui vive a Marzabotto, in provincia di Bologna. L’arte è ovunque, ma il suo sistema sembra continuare a privilegiare grandi centri metropolitani. La scelta umana di Mezzaqui non appare aver influenzato il suo inserimento nel mercato dell’arte, è rappresentata da Galleria Continua e Galleria Massimo Minini. Vivere a Marzabotto coincide con il recupero di un senso di comunità?

«Marzabotto è il paese di origine della mia famiglia da parte materna. Quando ero più giovane, fino circa ai quarant’anni, era il luogo da dove fuggire. Ovunque ma non lì. Nel tempo, si è accresciuto in me un bisogno di radici e comunità che qui c’è. Faccio molta vita di paese. Mi piace uscire la mattina e salutare le persone. Da qualche anno l’amministrazione comunale mi ha offerto uno spazio pubblico dove lavorare settimanalmente con un gruppo di persone. È una possibilità che riflette una decisione culturale e anche politica. Così, da ormai più di dieci anni, si ritrova il Tavolo di Lavoro di Marzabotto, composto maggiormente da donne».

L’arte di Mezzaqui è caratterizzata dal gesto ripetuto. Pazienza, cura, attenzione ma anche fisicità. Quale spazio ha il corpo? «Credo che si possa comporre un’altra triade: quotidianità-materia-copro. Il corpo per me scandisce il tempo. Mi accorgo di vedere meno e ciò può ledere la cura dei dettagli nelle opere. La fisicità è alla base della mia pratica artistica che richiede uno spazio reale, un corpo privo di dolori. È una disciplina quella corporea che esula dal celebrale e mi riporta nel qui e ora».

L’opera Eternità di Sabrina Mezzaqui in mostra a Galleria Continua di San Gimignano

L’opera Eternità (2011), in mostra a Galleria Continua in occasione della mostra Tensione Continua, è materica e processuale al tempo stesso. Composta di una base di acciaio e lastra di ghiaccio, l’installazione trae ispirazione da La regina della neve di Hans Christian Andersen. Quest’ultimo scriveva, «…realizzava delle figure che erano delle parole scritte, ma non riusciva mai a comporre la parola che lui voleva, ‘eternità’, e la regina della neve gli aveva detto: ‘Se riuscirai a comporre quella parola, diventerai signore di te stesso, e io ti regalerò il mondo intero e un paio di pattini nuovi’. Ma lui non riusciva». Mezzaqui recupera questa immagine dalla fabula di Andersen e la rende esteticamente artistica. Ancora una volta, tutto parte dal testo. Come si è caratterizzato il processo creativo in questo caso?

«Ho voluto realizzare ciò di cui Andersen racconta. Imprimere la scritta eternità nel ghiaccio e contemplarne la durata transitoria. L’ossimoro di quest’opera risiede in un immaginario che non contempla in questo caso l’uso dalla carta bensì la sparizione della parola assieme al suo supporto. L’elemento naturale seppur solidificato è mutevole, processuale».

Il mantello della Regina delle Nevi nella Torre della sede di San Gimignano di Galleria Continua

Circa due metri di altezza, un anno di “gestazione” e il coinvolgimento dei visitatori, l’opera Il mantello della Regina delle Nevi è una coltre di artigianalità. Sussiste un rapporto con il codice del costume e l’universo linguistico della moda?

«Non ho un rapporto diretto con il codice del costume. Non attingo da uno sguardo sul mondo della moda. Realizzai ad esempio un grande mantello di lana sul cui bordo è ricamata una poesia di Borges. La fonte resta il libro. Nel 2018, in occasione di una mostra presso Galleria Continua, ho collaborato con il Teatro Valdoca di Cesena e gli attori indossavano delle opere-abito che ho realizzato».

Sabrina Mezzaqui a Milano presso Fondazione Rovati

A Milano, da poco si è conclusa l’esposizione dell’opera L’incorruttibile ricamo presso Fondazione Rovati, «la mostra è durata solo quattro giorni. Sono stata presente ad accogliere i visitatori e ad inviarli a prendere un foglietto su cui era impresso un messaggio preciso. Non si tratta di una performance, non ne ho le capacità. Ero semplicemente presente».  

Sabrina Mezzaqui

Sabrina Mezzaqui (Bologna, 1964) è un’artista italiana. Le sue opere sono state oggetto di mostre personali e collettive nazionali e internazionali. È rappresentata da Galleria Continua e Galleria Massimo Minini. Insegna Metodologia progettuale della comunicazione visiva e Disegno per la scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna.

Federico Jonathan Cusin

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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