Anna Mariani, Xique-Xique, Bahia, Brazil, 1979
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Jonathan Bazzi, senza santificare le vittime: ‘Io esisto in quanto ho subito’ – ma non solo

L’autore di Febbre torna con un romanzo in cui è più difficile empatizzare con il protagonista. «La scrittura deve indagare contraddizioni e ambiguità degli esseri umani». Intervista a Jonathan Bazzi

Corpi minori e la gerarchia del desiderio

Niente è vero in assoluto, sempre, a qualunque condizione, età, latitudine. La contraddizione è la lingua del mondo? All’origine della vita, quantomeno della mia. E ora la voglio sfruttare. Con Febbre, finalista al Premio Strega 2020, Jonathan Bazzi aveva raccontato la scoperta della sieropositività e la ricerca di salvezza e riscatto dalla predestinazione della periferia di Rozzano. Anche il suo ultimo libro, Corpi minori, è un’autofiction in cui il protagonista tenta di far coincidere la propria disorientata mappatura del desiderio con la mappa ben più rigida e dogmatica della città di Milano, tra incontri sessuali occasionali e relazioni opportunistiche, ricerca del lavoro e di una sistemazione che sono sempre compromessi al ribasso e un vorticare metropolitano che modella la propria identità.

I ‘corpi minori’ del titolo sono sia i corpi marginali e svantaggiati, sia i corpi celesti più piccoli di stelle e pianeti, come meteore e asteroidi. «Dal punto di vista del desiderio siamo tutti corpi minori: il desiderio ci fa eleggere corpi maggiori attorno a cui orbitiamo, spesso sentendoci inferiori», spiega Bazzi. «La natura del desiderio è gerarchica, perché gli oggetti del desiderio ci appaiono sempre più grandi di noi. Dove c’è una gerarchia molto spesso c’è abuso di potere, prevaricazione, sfruttamento».

Milano, quando i sogni si scontrano con la realtà

Ogni capitolo ha il nome di una via di Milano, al punto che la vera protagonista sembra lei: Confondo in me l’amore e Milano, si legge a un certo punto, quando la possibilità offerta da un fidanzato di poter vivere nella tanto anelata città confonde le idee rispetto al vero sentimento provato nei suoi confronti. «Milano è la città più diversa e contraddittoria d’Italia. Per questo è la città dei desideri per eccellenza, il grande centro che attira persone da tutta Italia con le loro aspettative e desideri di autorealizzazione».

Anche la città in cui questi desideri devono fare per la prima volta i conti con la realtà, tutt’altro che fluida o accomodante: «Mi interessava raccontare com’è questa città quando si è privi di una struttura familiare solida alle spalle, anche dal punto di vista economico: lo sfruttamento, il problema della casa. Come con l’innamoramento, l’incontro con la realtà non regge al confronto con i sogni che si sono espansi negli anni».

Dopo aver cambiato una decina di case, da circa quattro anni Bazzi vive a Ortica: «È una zona che non conoscevo, ma mi è piaciuto subito il fatto che fosse evocativa: è legata alla vecchia Milano, alla canzone popolari, alle storie della mala». Nato a Rozzano in una famiglia del Sud Italia, Bazzi aveva un nonno lombardo appassionato di cabaret e dialetto milanese: «Faceva il postino e la sera l’allenatore di nuoto, ma era anche pieno di interessi e ha visto in me cose che altri nella mia famiglia non hanno visto. Quando mi sono trasferito qui ho avuto la sensazione di essere finito, senza averlo deciso, in qualcosa che indirettamente parlava anche di lui e della mia infanzia»

Cancel culture, diritti, politicamente corretto: il dibattito adolescenziale sui social

Nelle vecchie canzoni della mala emerge la ruvidezza di una Milano scomparsa e una microcriminalità popolare guardata con affetto, ma anche dinamiche tutt’altro che ‘politicamente corrette’, se osservate con il filtro del presente. Porta Romana bella Porta Romana / Ci stan le ragazzine che te la danno, cantava Nanni Svampa nel 1970. Un tema quello del rapporto tra arte e cambiamenti sociali, cancel culture e politicamente corretto, su cui Bazzi ha ragionato spesso nella sua attività giornalistica per il quotidiano Domani:

«Viviamo in un periodo che coltiva forme di integralismo e che fatica a reggere le ambivalenze, le contraddizioni. I termini prevalenti dei discorsi – che si impongono anche nel dibattito pubblico – sono dettati in buona parte dai social, che sono un mezzo con uno spirito adolescenziale. Gli adolescenti hanno grandi amori e grandi odi, sono polarizzati e mal sopportano le vie di mezzo, le sfumature: così è il periodo che stiamo vivendo. Anche l’impegno su certi temi, la comunicazione e l’attivismo assumono queste caratteristiche, incentivate dai social e dal modo in cui essi funzionano. Non c’è spazio per le riflessioni, l’ambiguità, le contraddizioni – che invece contraddistinguono l’essere umano».

Social, attivismo, dibattito polarizzato e identità marginalizzate 

Bazzi sente di appartenere a più di una comunità storicamente oppressa – «sono omosessuale, vengo dalle case popolari e sono balbuziente» – ma è anche uno scrittore: «Bisogna coltivare un sentimento di differenza tra le pratiche, capire che ci sono ambiti, come l’attivismo, in cui si deve procedere per termini rigidi e anche un po’ artificiali, e mantenere vivo il sentimento della bellezza e di altri ambiti e pratiche, in cui poter osservare la natura umana più da vicino». Si scopre che le rassicuranti distinzioni tra vittime e carnefici, buoni e malvagi traballano: «Servono l’arte e la letteratura per ricordarci questo, che siamo tutti persone, tutti facciamo cose sbagliate, controverse. Santi non ce ne sono. Anche se alcune forme di attivismo e comunicazione social tendono a trattare le identità marginalizzate igienizzandole, purificandole, in definitiva appiattendole».

Oltre che spazio di polarizzazione del dibattito pubblico, i social sono un luogo di sfogo della propria aggressività e differenza. Un po’ quello che fa la letteratura: esacerbare conflitti, sviscerare il peggio dell’essere umano. Con la differenza che i primi agiscono nel mondo reale, la seconda in un mondo di finzione. La letteratura come laboratorio del nostro lato peggiore, della nostra violenza repressa, per evitare che questa trovi espressione fuori dalle pagine. «La letteratura è forma di sublimazione di certi istinti e pulsioni che, se esternate nella vita e nelle relazioni, produrrebbero guai e dolori, mentre in ambito creativo sono materiale utile e fertile».

Le storie si alimentano del conflitto e i conflitti sono essenziali per mettere in moto e mantenere in movimento le narrazioni: «Il sogno contemporaneo di espulsione del conflitto dalle nostre vite e dalla nostra persona non può funzionare. Tutti noi siamo incarnati, non apparteniamo al mondo delle idee, quindi inevitabilmente abbiamo in noi anche il conflitto e abbiamo bisogno di luoghi il più possibile innocui, non lesivi per gli altri, in cui metterlo in circolo, farlo agire».

Il lusso di fare cose problematiche, meschine, scorrette

Il protagonista e narratore di Corpi Minori, al contrario di quello di Febbre, è controverso, in alcuni casi meschino. «È una differenza che ho voluto. Mi sembrava che Febbre avesse riversato su di me un’aura iper-positiva, iper-virtuosa, l’aura del ‘sopravvissuto’. Questa categoria è un problema nel momento in cui si instaura come tratto identitario predominante perché è un modo di essere passivo. ‘Io esisto in quanto ho subito’. Questo, oltre a essere limitante, ti fa diventare prevedibile, ripetitivo. Può funzionare nella politica e nell’attivismo, ma come autore occorre mantenere una libertà di ricerca, esplorare altri modi di essere e punti di vista oltre a quelli della vittima, permettersi il lusso di fare cose problematiche, meschine, scorrette».

Non tutti i lettori, tuttavia, sono disposti a veder messi su pagina i propri lati peggiori, rispecchiarsi in un personaggio ambivalente. «Una parte dei lettori di Febbre – per fortuna piccola – è rimasta delusa dal mio secondo romanzo perché non ha trovato qui la stessa possibilità chiara e univoca di condivisione empatica». Il protagonista e narratore di Febbre offriva esperienze difficili, traumatiche, in cui era più facile immedesimarsi. Il protagonista di Corpi minori – nel tentativo di trovare se stesso, andare verso un centro che è insieme ideale e reale, quello di Milano – ha uno sguardo sugli altri sgradevole, dice e fa cose fastidiose, imbarazzanti, indelicate o opportunistiche. «Dal mio punto di vista il rispecchiamento empatico è possibile anche con questo personaggio, ma è un rispecchiamento che non tutti sono pronti o interessati a fare».

Si condivide tutto, tranne i sentimenti più compromettenti

Maestro nel cartografare con la scrittura ogni minima variazione dell’interiorità. Bazzi ragiona su quanto i social abbiano cambiato il nostro modo di guardarci dentro: «C’è una possibilità di racconto e rappresentazione più ampia del passato su molte questioni. Siamo in una fase in cui il giudizio e lo sguardo altrui sono determinanti». Esisto se vengo visto, esisto se ricevo dei feedback, delle conferme da parte degli altri: «Questo porta ad autocensurare quelle parti di noi meno apprezzabili, su cui non c’è una consuetudine di condivisione, per esempio l’invidia, che pure è uno dei sentimenti su cui si fonda l’esperienza sui social, dove vediamo in continuazione i successi altrui». Una persona oggi sente di poter raccontare un sopruso, un attacco, una violenza, ma non i suoi sentimenti più compromettenti, non ammessi, che vengono negati persino a se stessi: «Ma questi restano nella mente e nel cuore, producendo degli effetti»

Rispetto ai risultati delle recenti elezioni politiche, che hanno visto prevalere il centrodestra e molti hanno considerato come il preambolo di una riduzione dei diritti di certe minoranze, Bazzi non è preoccupato: «Spero e confido in un cambiamento di discorsi e approcci nel momento in cui certe figure arrivano a coprire ruoli istituzionali. Non mi aspetto una stagione di conquiste, ma sono anche abbastanza certo che questa sarà una fase momentanea». I cambiamenti sociali e culturali sono più forti delle contingenze politiche: «Credo si tratti di una parentesi, anche se nei prossimi mesi e anni questa tendenza a guardare più indietro che avanti ci farà avvertire un certo senso di torcicollo, che non è mai esaltante».

Jonathan Bazzi

Jonathan Bazzi è nato a Milano nel 1985. Cresciuto a Rozzano, estrema periferia sud della città, è laureato in Filosofia con una tesi sulla teologia simbolica in Edith Stein e appassionato di tradizione letteraria femminile e questioni di genere. Nel 2015 ha iniziato a collaborare con varie testate e magazine pubblicando articoli, racconti e personal essay. Alla fine del 2016 ha deciso di parlare pubblicamente della sua sieropositività con un articolo pubblicato da Gay.it. Febbre (Fandango Libri, 2019) è il suo primo romanzo. Corpi Minori (Mondadori) è uscito a Febbraio 2022.

Nicola Baroni

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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