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Schindler’s List, la casa nel campo
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Oscar 2024: La zona d’interesse a confronto con Schindler’s List 

Steven Spielberg ha definito La Zona d’Interesse di Jonathan Glazer e il secondo miglior film sull’Olocausto, dopo Schindler’s List. Espedienti e simbolismi: un confronto

La zona d’interesse candidata agli Oscar a 30 anni di distanza da Schindler’s List

Nel 1994 Schindler’s List di Steven Spielberg vinceva sette premi Oscar. Si portava a casa miglior film, miglior regista e miglior sceneggiatura non originale. Era il più grande lavoro cinematografico sull’Olocausto mai fatto. Parlava di Oskar Schindler, imprenditore affiliato al partito nazista che riuscì a salvare più di mille ebrei polacchi dal massacro, impiegandoli nella sua fabbrica. Negli anni seguenti la Shoah è tornata più volte agli Oscar. Lo ha fatto – per citarne alcuni – con Il pianista, La vita è bella e Il figlio di Saul

Trent’anni dopo il trionfo di Schindler’s List, la storia del massacro degli ebrei è di nuovo a Hollywood. La zona di interesse di Jonathan Glazer, già Gran premio speciale della Giuria a Cannes 2023, è nominato a cinque Oscar. È in lizza anche per miglior film, miglior regista e miglior sceneggiatura non originale, gli stessi vinti dal film di Spielberg. È però un’opera diametralmente opposta a Schindler’s List. Il punto di vista è quello della personificazione dell’antitesi di Schindler: Rudolf Höß. Primo comandante del campo di Auschwitz, la sua scalata alla gloria passa per il numero di ebrei che riesce a eliminare. Lui portò il gas Zyklon B nel Lager. Per Steven Spielberg, dopo il suo, La zona d’interesse è il miglior film sull’Olocausto.

L’indifferenza al male – la casa di Höß ad Auschwitz e quella di Göht a Kraków-Płaszów

C’è chi ha ribattezzato La zona d’interesse lo Schindler’s List degli anni 2020. Se le differenze sono enormi, i pochi punti in comune vanno a toccare allo stesso modo il cuore marcio delle cose. Il film di Glazer, liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Martin Amis, è quasi interamente girato negli spazi della villetta del comandante Höß (Christian Fiedel) ad Auschwitz. Davanti c’è il giardino che è l’orgoglio della moglie, ‘la regina di Auschwitz’ (Sandra Hüller). Piscina, serra, alberi di arancio, fiori. Lì scorrazzano i loro cinque figli portando avanti una normalissima vita, quasi fossero i protagonisti di uno spot della Mulino Bianco. Un paradiso bucolico. Ma appena finisce l’Eden inizia l’Inferno: il concime usato dai giardinieri è quello degli ebrei bruciati.

Davanti alla casa di Höß e famiglia c’è il campo di concentramento. L’unico confine tra i due mondi è un muro condiviso. La villa dentro la zona d’interesse del titolo, la Interessengebiet di 25 miglia che circondava il Lager. A parte il fumo dei corpi bruciati che esce dalle ciminiere, di quello che succede lì dentro non è data alcuna prova. Lo si può solo sentire. Il tappeto sonoro del film è costruito intorno alle urla del Lager: le grida disperate degli ebrei contrapposte a quelle spietate degli uomini delle SS, gli ingranaggi di qualche diavoleria industriale. La cinepresa di Glazer si posa solo su quello che sta fuori. In Schindler’s List si vede tutto. Lì il campo di concentramento è un altro, quello di Kraków-Płaszów, sud di Cracovia. A sovrastarlo c’è la residenza del suo comandante, Amon Göht. Dal balcone sparava sugli ebrei. Per gioco, diletto personale. C’è anche una scena in cui una delle sue amanti, dalla camera di letto, mezza nuda come lui, lo richiama mentre prende la mira sul malcapitato di turno. Gli chiede di «smetterla di fare il bambino». Due storie trasposte cinematograficamente in modo lontanissimo, quelle di Höß e di Göht. Il male palese e il male nascosto, relegato a rumore di fondo. Due storie unite però da un luogo, la casa, che diventa metafora di un concetto alla base di entrambi i film. L’indifferenza.

La bambina con il cappotto rosso in Schindler’s List e la bambina a infrarossi ne La zona d’interesse

Sia Glazer che Spielberg hanno poi scelto di affidare a due bambine compiti chiavi nella struttura dei film. Schindler’s List è tutto girato in bianco e nero a parte quattro scene: quella di apertura, quella finale e le due in cui si vede il cappotto rosso di una bambina. La prima volta che appare è durante il rastrellamento del ghetto di Cracovia. È quello spiraglio di colore che accende qualcosa in Oskar Schindler. È a cavallo, insieme a un’amante, sulla collina che sovrasta il ghetto quando le SS fanno irruzione e iniziano ad ammassare tutti. Nella sua fabbrica già lavoravano gli ebrei: la preoccupazione è innanzitutto a come farà a senza manodopera. Ma si fa un passo in più. Il bagliore del cappotto è la rappresentazione materica della consapevolezza che squarcia la coscienza di Schindler: non si può più far finta di niente. La bambina apparirà una seconda e ultima volta. Morta, riversa a terra, sempre infagottata nel suo cappotto rosso.

La zona d’interesse è invece tutto a colori. L’estetica è limpida, ultradefinita. Sono solo le interferenze visive e sonore – buchi neri e rossi tra le immagini; urla e cani che abbaiano dentro il Lager – a spezzare la patina di banale quotidianità scelta da Glazer come prospettiva della storia. Anche qui però c’è una bambina, un po’ più avanti negli anni di quella di Schindler’s List, che Glazer utilizza per rompere per un attimo l’incantesimo dell’indifferenza. Le sue scene, al contrario, sono notturne a infrarossi. Polacca, ogni sera, scappa da casa per raggiungere il campo. Con sé ha una borsetta piena di mele che lascia tra gli spiragli dei confini del Lager, sperando che qualcuno le trovi e possa mangiarle. 

Il simbolismo – le candele in Schindler’s List e il vomito ne La zona d’interesse

In entrambi i film ci sono i semi di un simbolismo che rovescia l’asse della malvagità su cui sono costruiti. In Schindler’s List, dove tutto è male palese e svelato, ci sono le candele. Come il cappotto rosso della bambina, quelle della scena iniziale sono tra gli unici lampi colorati impressi sulla pellicola. Simboleggiano la quiete prima della tempesta: una famiglia ebrea le accende in occasione dello Shabbat, la festa del riposo, ignara di quello che sarebbe successo. Si spengono subito e lasciano spazio al fumo in bianco e nero che da lì in poi avvolge lo sguardo dello spettatore. Qualcuno ci ha letto un richiamo ai corpi bruciati degli ebrei. Poi le candele si riaccendono più in là nel film, quando Schindler concede agli operai della sua fabbrica di lasciare il lavoro e andare a festeggiare lo Shabbat. Quasi la luce in fondo al tunnel che sarebbe arrivata da lì a poco per il migliaio di prescelti da Schindler.

Tutto al contrario ne La zona d’interesse. È solo verso il finale che Glazer sembra aprire il cervello di Höß. A suggerire un movimento di consapevolezza dopo anni di negazione del male in lui è un getto di vomito. Il comandante ha appena lasciato una riunione a Oranienburg, vicino a Berlino, dove è stato trasferito da Auschwitz. Scendendo le scale del palazzo tra le cui mura si fissavano i prossimi passaggi del piano di Hitler, il suo stomaco esplode sul pavimento. A Interview Magazine, Christian Fiedel ha lasciato intendere che la spiegazione più ovvia è anche quella giusta. È il corpo che cede nella lotta contro la mente. Si possono chiudere gli occhi (e le orecchie) davanti a tutto ma non si può portare il corpo a mentire per noi. Candele come presagio di un nuovo inizio, vomito come indizio della fine. L’ispirazione per Glazer, ha spiegato Fiedel, è arrivata da The Act of KillingL’atto di uccidere, produzione a metà tra il film e il documentario del 2012 che racconta la purga dei comunisti indonesiani a metà degli anni ’60. Uno dei responsabili del massacro, a testimoniare l’impeto di consapevolezza che lo coglie, cede in una fontana di vomito.

Le scene finali di Schindler’s List e de La zona d’interesse – il presente

Il rovescio tra bene e male è anche alla base delle scene di chiusura dei due film, che rompono la narrazione cronologica e atterrano nel presente dopo l’Olocausto. In quello di Spielberg tutto torna a colori per riprendere la processione dei discendenti degli ebrei salvati da Oskar Schindler sulla sua tomba. Di nuovo, una fessura in cui il bene trova posto nell’immensità del male che Schindler’s List rappresenta per oltre tre ore. 

Non ha il gusto della nota positiva l’ultima scena de La zona d’interesse. Dopo il vomito di Höß, per la prima volta Glazer ci porta dentro Auschwitz. Non quella dello sterminio, ma il museo della memoria che è oggi. Solo che nemmeno togliersi da davanti il generale del genocidio lascia scivolare via l’ansia indotta dal film. Come era per Höß, ancora oggi il Lager viene presentato come un luogo di lavoro: le addette alle pulizie spazzano e lavano il pavimento. Quasi incuranti a ciò che è intorno a loro: i pigiami a righe e le pile di scarpe indossate da chi ad Auschwitz è stato ucciso.

La zona d’interesse

La zona d’interesse è il libero adattamento cinematografico dell’omonimo libro di Martin Amis, morto negli stessi giorni in cui il film di Jonathan Glazer vinceva il Gran premio speciale della Giuria al Festival di Cannes 2023. In lingua tedesca, prodotto tra Polonia e Regno Unito, è candidato a cinque Oscar: miglior film, miglior film straniero, miglior regia, miglior sonoro e miglio sceneggiatura non originale.

Giacomo Cadeddu

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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