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Giancarlo Giannini e Lina Wertmuller
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Un legame si basa su amicizia o ammirazione? Giancarlo Giannini per Lina Wertmuller

Giancarlo Giannini ha ricevuto la stella sulla Walk of Fame di Los Angeles, secondo attore uomo dopo Rodolfo Valentino; ma non ha mai ricevuto un premio al Festival di Venezia

Giancarlo Giannini, il riconoscimento all’estero e la minore considerazione in Italia

Nelle quasi tremila stelle presenti sulla passeggiata di Hollywood Boulevard, da ora ci sarà anche quella di Giancarlo Giannini. Un riconoscimento forse ancora più prestigioso di un premio alla carriera o a un’interpretazione, nato per celebrare il contributo di alcune personalità del cinema, della musica, della televisione, della radio e del teatro internazionale. Traguardo che oltre a lui, se parliamo di celebrità nostrane, appartiene per ora anche a Rodolfo Valentino e Lina Wertmuller, ma anche Luciano Pavarotti, Gina Lollobrigida, Ennio Morricone, Andrea Bocelli, Bernardo Bertolucci, Sophia Loren, Enrico Caruso, Arturo Toscanini, Renata Tebaldi, Beniamino Gigli, Anna Magnani, Annunzio Paolo Mantovani, Ezio Pinza e Licia Albanese. «Forse sono più amato qui che in Italia: ad Hollywood mi hanno dato una stella, a Venezia nemmeno un gatto nero» ha commentato Giannini prima della cerimonia, lasciandosi andare a una battuta pungente nei confronti di un panorama nazionale che non gli ha dato il giusto riconoscimento, in primis al Festival di Venezia. 

Giancarlo Giannini riceve la stella della Walk of Fame di Los Angeles e la dedica a Lina Wertmuller

Dedicando la stella a Lina Wertmuller, scomparsa nel 2021, Giancarlo Giannini ha chiuso il cerchio di una carriera che come poche ha influenzato l’industria cinematografica italiana. Fondamentale fu proprio l’incontro con la regista romana che fece brillare l’attore nato a La Spezia affidandogli i primi ruoli importanti in Rita la zanzara (1966) e Non stuzzicate la zanzara (1967) e aprendo le porte a un sodalizio che avrebbe poi raggiunto il suo apice con le pietre miliari Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto (1974) e Pasqualino Settebellezze (1975). Per quest’ultimo, Giannini venne candidato all’Oscar come miglior attore protagonista in una cinquina che vide vincitore Peter Finch nella commedia satirica Quinto potere di Sidney Lumet. Il successo in teatro e nel cinema italiano, l’approdo a Hollywood insieme al suo ruolo in James Bond accanto a Daniel Craig hanno reso Giancarlo Giannini uno dei più grandi attori del cinema nazionale, riconosciuto con merito da parte dell’industria statunitense ma, come ha dichiarato lui stesso dopo aver ricevuto la stella, non abbastanza da quella italiana.  

Gli esordi di Giannini in teatro, il lavoro con Franco Zeffirelli accanto a Anna Magnani; il successo internazionale con Mimì metallurgico ferito nell’onore e Pasqualino Settebellezze

La carriera di Giancarlo Giannini vede i suoi inizi sui palchi teatrali, dopo un diploma da perito elettronico a Napoli e gli studi all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica di Roma. L’esordio a teatro arriva nel 1960 con In memoria di una signora amica, diretto da Giuseppe Patroni Griffi, mentre successivamente l’attore prende parte a Sogno di una notte di mezza estate diretto da Beppe Menegatti ma soprattutto ai due lavori di Franco Zeffirelli Romeo e Giulietta e La lupa, quest’ultimo accanto ad Anna Magnani. Il successo a teatro lo porta ad approdare al cinema, dove fin dai primi anni trova l’opportunità di confrontarsi con figure chiave dell’epoca come Alberto Lattuada, Mauro Bolognini, Ettore Scola e appunto l’amica Lina Wertmuller.

La popolarità nazionale arriva dapprima però grazie alla televisione nel 1965, con il ruolo da protagonista nello sceneggiato adattato dall’omonimo romanzo di Charles Dickens David Copperfield, diretto da Anton Giulio Majano. Il percorso dell’attore, che nel frattempo cresce sempre di più, raggiunge quindi le prime soddisfazioni internazionali grazie alla regista romana e ai suoi personaggi interpretati con peculiarità, ironia e stampo in prevalenza sottoproletario, per i quali viene anche premiato con il Nastro d’Argento al miglior attore nel caso di Mimì metallurgico ferito nell’onore nel 1972, il Prix d’interprétation masculin al Festival di Cannes per Film d’amore e d’anarchia – Ovvero ‘Stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza…’ nel 1973 e nominato dall’Academy per Pasqualino Settebellezze due anni dopo. 

La consacrazione artistica di Giannini in Italia e i successivi lavori con i grandi registi: Luchino Visconti, Mario Monicelli e Nanni Loy

Gli anni che si susseguono dopo i primi riconoscimenti internazionali permettono all’attore di lavorare affianco ad alcuni dei più registi che hanno fatto la storia del cinema italiano: Luchino Visconti, Mario Monicelli e Nanni Loy (grazie al quale si aggiudica il David di Donatello come miglior attore protagonista in Mi manda Picone nel 1984). Tuttavia, sono i suoi primi film ad avere il pregio di costruirgli attorno un’identità fin dall’inizio ben definita e peculiare, che gli ha poi permesso di spaziare, anche con capacità trasversali come il canto, il ballo e l’imitazione degli accenti italiani, tra personaggi comici e drammatici, incarnando a tutti gli effetti quel modello di attore che ha saputo destreggiare il suo talento in un’epoca in cui i principali filoni cinematografici si alternavano, dalla commedia all’italiana alla satira sociale, dalle opere drammatiche e famigliari a quelle in costume. Questo aspetto, che si rifà più alla poliedricità di Giannini prima che alla sua immagine di artista popolare e d’autore allo stesso tempo, lo pone di diritto nello stesso immaginario collettivo di talenti del passato come Tognazzi, Manfredi, Mastroianni e Gassman, conferendogli uno status che pochi altri attori del nostro Paese possono vantare.

Il sodalizio tra Giancarlo Giannini e Lina Wertmuller: la lotta di classe e la critica sociale

Ciò che più spicca di Giancarlo Giannini sono le interpretazioni che ha donato ai suoi personaggi, conferendo loro una connotazione non solo personale ma anche specchio di un modello di personalità e stile di vita contemporanei del tempo, attitudine che lo ha accompagnato in tutto il corso della sua carriera. Ancora più significativo è il fatto che questa identità sia nata dalla sua formazione giovanile, coltivata in ambienti accademici e in teatro, per poi essere costruita, o meglio creata, come ha evidenziato lo stesso Giannini durante la cerimonia di consegna della stella, da Lina Wertmuller. È sui set della regista romana che Giannini sorprende con le sue migliori interpretazioni: in Film d’amore e d’anarchia – Ovvero ‘Stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza…’ interpreta un contadino del Polesine che nel 1932, dopo l’omicidio da parte dei carabinieri di un suo amico anarchico, decide di recarsi a Roma per uccidere Mussolini.

In questa commedia grottesca, che arriva dopo il successo internazionale di Mimì metallurgico ferito nell’onore, la sua maschera primeggia sulla scena mostrando la figura di un antieroe, catapultato nella realtà di un bordello romano, che da volgare macchietta proveniente dalle classi più basse si erge a combattente in salsa antifascista, il tutto ambientato in un contesto opulento dove la Wertmuller è sempre stata capace di collocare con disinvoltura figure spaesate dallo sfarzo, l’espressività della ricchezza, il lato tragicomico del potere se messo a confronto con le classi meno abbienti. Antonio Soffiantini detto Tunin, il contadino protagonista, prende così parte a un disegno dove il sarcasmo incontra il paradosso, caricaturando la lotta politica ma rimanendo sempre, e in questo ne è in parte influente anche lo stesso Giannini, all’interno di un racconto d’autore che nobilita con ironia critica la volgarità popolare rendendola elemento imprescindibile della narrazione. 

Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto con Mariangela Melato e Pasqualino Settebellezze

Effetto analogo è quello che trasmette l’attore in altre due opere chiave della sua filmografia condivisa con la Wertmuller: Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto e Pasqualino Settebellezze. Al centro della prima c’è il rapporto tra uomo e donna, con Giannini che veste il ruolo di un mozzo comunista di uno yacht che naufraga insieme alla moglie di un cliente che lo tratta con sufficienza e arroganza durante il viaggio. Isolati nella natura, i due protagonisti – è affiancato da Mariangela Melato – si fanno portatori di un’altra critica sociale della Wertmuller nei confronti del materialismo e dell’attaccamento alla ricchezza, colpevoli di degradare ogni forma di sentimentalismo autentico tipico di quella parte di sinistra in cui la questione morale continuerebbe a essere dominante, a differenza della mentalità della destra.

Altro costume tragicomico lo ritroviamo nel personaggio del guappo Pasqualino Frafuso in Pasqualino Settebellezze, capolavoro che ci consegna invece un Giannini dagli sguardi esausti di fronte alle stravaganze della storia, tra gli orrori dell’autoritarismo, le regole del maschilismo partenopeo, la repressione delle donne e della dignità delle persone, ancora una volta imbastiti in un’allegoria d’ispirazione felliniana che la Wertmuller dirige con acume. Sono la mimica e l’espressività dell’attore ad arricchire il teatro grottesco dove viene trasportato, che funge da sfondo a un attacco al modello opportunista dell’uomo che impersonifica. Anche qui, Giannini si fa maschera della lotta di classe del cinema della regista, consolidando un volto che non rimarrà però per sempre legato alla satira e alle manifestazioni irriverenti.  

L’approdo di Giannini a Hollywood: i ruoli in Lili Marleen, New York Stories, Hannibal e Man on Fire; il successo nella franchise di James Bond

Grazie al suo lavoro in Europa, anche Hollywood e il cinema internazionale si accorgono di lui. Giannini partecipa a grandi produzioni internazionali e nel 1980 prende parte a Lili Marleen, diretto da Rainer Werner Fassbinder, per poi apparire nove anni dopo nell’episodio diretto da Francis Ford Coppola nella commedia collettiva New York Stories, diretta anche da Martin Scorsese e Woody Allen e presentata fuori concorso al 42° Festival di Cannes. Seguono poi Hannibal di Ridley Scott, dove interpreta l’ispettore di Polizia Rinaldo Pazzi, ruolo che gli vale il Nastro d’Argento come miglior attore non protagonista, e Man on Fire di Tony Scott, fratello di Ridley, nel quale accompagna Denzel Washington e Dakota Fanning in un thriller basato su un romanzo di A.J. Quinnell. Il ruolo che lo consacra definitivamente nel panorama degli attori italiani che hanno ottenuto successo fuori dai nostri confini, è quello dell’agente segreto René Mathis nei due film di James Bond Casino Royale (2006) e Quantum of Solace (2008) accanto a Daniel Craig. Una parentesi importante per l’attore, che entra così a far parte di uno degli universi letterari e cinematografici più importanti di sempre, andando ad occupare un posto tanto ambito nel settore quanto affascinante agli occhi del pubblico.

Nemo propheta in patria: il recente esempio di Stefano Massini, premiato ai Tony Awards per Lehman Trilogy

Con la sua stoccata nei confronti del Festival del Cinema di Venezia, Giannini ha mostrato con quella stessa ironia disinteressata che appartiene ai suoi personaggi, sventolando la bandiera di quello che si può definire uno dei detti più diffusi quando si discute di industria culturale nel nostro Paese: nemo propheta in patria. Ciò che si dice dei detti, però, è che hanno sempre una base di verità: analogo è per esempio ciò che è accaduto nel 2022 a Stefano Massini, premiato ai Tony Awards – il riconoscimento più importante del teatro statunitense, corrispondente agli Oscar per il cinema – per il successo della sua opera Lehman Trilogy.

La notizia, che ha suscitato accoglienze positive da parte degli stessi media di settore americani contribuendo a rendere l’opera di Massini una delle più replicate nei teatri di Broadway, secondo lo stesso autore non avrebbe però riscosso altrettanta attenzione mediatica nel nostro Paese, complice soprattutto il minore appeal del teatro sul grande pubblico italiano rispetto a quello americano. Ecco che, quindi, anche per Giannini sarebbe arrivato il momento di fare i conti con il passato e far riemergere vecchie ruggini, magari togliendosi qualche sassolino dalla scarpa e decidendo così di punzecchiare la Biennale, galvanizzato dalla stella e sicuro di aver mancato – per il momento – un’opportunità imperdibile e meritata per un professionista come lui. Che sia stato solo un caso non si può dire con certezza, ma per un Leone alla Carriera, senza dover attendere per forza la possibilità di una Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile, c’è ancora tempo. 

Matteo Mario

Giannini e Visconti
Giannini e Visconti

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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