La statuina del David Donatello
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David di Donatello: l’Italia dei contrasti che vuole dare spazio al nuovo ma ci riesce solo a metà

Alla 68° edizione del David di Donatello premiati i cinepanettoni con il premio alla carriera a Enrico Vanzina, la settima arte è ormai mera questione di numeri?

I David di Donatello 2023: le parole, i temi e i vincitori della serata 

Al punto più alto, letteralmente ma anche figurativamente, dei David di Donatello 2023 troviamo Le Otto Montagne, regia del duo belga Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch e tratto dal libro di Paolo Cognetti. Il David al miglior film va dunque ad una cinematografia silenziosa e misurata sul racconto di un’amicizia sorta ai piedi del Monte Rosa, nel paesino Grana, lontano dal monotono e lineare skyline della città. Premiato anche per la fotografia, che la videocamera di Ruben Impens dirige magistralmente, Le Otto Montagne è una storia individuale e, allo stesso tempo, un percorso di formazione, a tratti laconico, a tratti epico. Nel quadretto finale che vede il cast riunito sul palco a dire belle parole – «vi teniamo ‘al’ cuore» e, ancora,  «il nostro film è un’unione tra l’Italia e il Belgio, siamo europei, siamo cittadini del mondo» esordisce la Vandermeersch – manca, tuttavia, un commento di Paolo Cognetti, autore del romanzo omonimo da cui il film è tratto. D’altro canto, la scrittura della storia gli appartiene tanto quanto il Premio Strega che ne è conseguito, e due parole o una menzione in più, forse, ce le saremmo aspettate. 

Volendo fare un bilancio delle assegnazioni, la 68° edizione è, come sempre e come ci si aspettava, democratica.  Le Otto Montagne si aggiudica in totale quattro premi, a pari merito con Esterno Notte di Marco Bellocchio. Di quest’ultimo, premiato alla miglior regia, merita di essere menzionato il breve e non-preparato di discorso: «Non me l’aspettavo questo premio, ma lo accetto. Ad una certa età si diventa saggi, ciò che conta è continuare a lavorare, fare belle cose. Sono anche moderatamente emozionato. Ringrazierò in privato tutti quelli che si aspettano di essere ringraziati». Esterno Notte si porta a casa anche il David al miglior attore protagonista – Fabrizio Gifuni, per il suo ritratto umano e profondamente analitico di Aldo Moro – e un altro bel discorso, giocato qui sui termini di «esterno cinema» e «interno vita», cui Gifuni dedica la vittoria. Quaterna anche per La Stranezza di Roberto Andò, che in un’operazione non facile ha saputo alleggerire un tema alto e culturalmente impegnato come l’esordio teatrale di Pirandello dandogli quel plus di ironia siciliana sempre pronta a trasformarsi in sarcasmo. Tra i vincitori, anche Settembre, film d’esordio di Giulia Louise Steigerwalt, rimasto nel cassetto per tredici anni, come lei stessa sottolinea, e oggi monito a non mollare nonostante l’affievolirsi del rapporto tra produttori e registi – un tema, quest’ultimo, toccato da Marina Cicogna e che forse meritava maggiore approfondimento. Ma Carlo Conti lo sa bene, i ritmi della televisione incalzano e il tempo per soffermarsi sulle parole, anche quando sono ben espresse, manca. 

I temi del palinsesto dei David di Donatello 2023: la grande storia del Novecento, la storia individuale del primo Millennio e l’Italia della medietà

Alla voce David di Donatello del Dizionario del Cinema, la definizione che si dà è quella di «maggior riconoscimento del cinema italiano». Dal 1955, quando il politico e impresario del cinema Italo Gemini istituì il premio, la finalità espressa è rimasta invariata: «stimolare la competizione nel campo industriale, tecnico ed artistico della produzione cinematografica sia italiana sia straniera». Tuttavia, se in origine la statuetta in palio era una, in oro massiccio, rigorosamente Bulgari, oggi le statuette distribuite sono venticinque – di ridotta fattura – oltre a quelle speciali e alla carriera. Sul palcoscenico degli studi di Cinecittà, si celebrerà  la 68° edizione e la scaletta appare già serrata, oltre che doppia. Il canovaccio della serata guarda, infatti, a due, o meglio tre, narrazioni italiane, distinte e contrapposte: il Novecento, il primo Millennio e l’Italia del popolo medio. 

Le solite antinomie all’italiana, tra film storici, cinepanettoni e nuove riflessioni

Da una parte si ripropone la ‘grande storia’ italiana che, nella forma del cinema storico, si veste di bravura didattica. In Esterno Notte di Marco Bellocchio, candidato al miglior film, la tragedia di Aldo Moro non è assunta a pretesto narrativo, quanto a riflessione sulla natura stessa della Storia. Allo stesso modo il Signore delle formiche di Gianni Amelio è un racconto per immagini dell’Italia di ieri attraverso la lente di un evento tanto marginale quanto fondamentale. 

D’altro canto, l’assegnazione del David Speciale ad Enrico Vanzina, fautore di quel che il linguista Francesco Sabatini definisce ‘Italiano dell’uso medio’ in cinematografia, appare antinomica rispetto alla sottolineatura che si voleva dimostrare rispetto al cinema didattico. I numeri al box office dell’intrattenimento formato ‘italiano medio’ nel periodo natalizio è certo conseguenza e premessa al riproporsi del genere del cinepanettone. Tornando alla definizione che si era data, la produzione di Vanzina incoraggia la competizione in ambito internazionale? Una scelta, quella di Vanzina, che pare seguire più la logica dei grandi numeri e della rappresentazione del cinema come industria, piuttosto che come arte. Il David speciale a Vanzina appare come il conto degli incassi e degli anni di carriera del cinema macchiettistico vecchia scuola che di attuale ha poco, o nulla.    

Tra cinema e letteratura: tre dei film in gara sono tratti da volumi editi da Einaudi

Accanto, e non di contro, alla sezione sul Novecento, si delinea il filone ‘nuovo’ dell’Italia presente, prodotto di individualità ben distinte e portatrici di storie personali piuttosto che universali. Appartiene a questo filone il documentario Svegliami a mezzanotte di Francesco Patierno, adattamento scritto a quattro mani con Fuani Marino, autrice dell’autobiografia omonima edita da Einaudi. Perno del racconto visivo quanto di quello narrativo è qui il disagio interiore che affligge e inghiotte chi soffre di depressione post parto, e poi ti scaraventa nel vuoto, proprio come accadde a Fuani Marino, sopravvissuta in estremo al gesto finale. Nella produzione di Patierno, così come del cortometraggio Le variabili dipendenti di Lorenzo Tardella e in Nostalgia  di Mario Martone la grande storia si ritira dalle scene per dare spazio all’autobiografia dell’uomo. Tale filone cinematografico prevede nella maggior parte dei casi l’adattamento a narrazioni già scritte, evidenziando la tendenza della narrativa contemporanea a rifarsi al libro. Il catalogo Einaudi in particolare prevede un’ampia sezione dedicata a biografie e autobiografie cui registi affermati ed esordienti attingono a piene mani.  

Marina Cicogna la prima produttrice di Cinecittà

‘Contessa di Cinecittà’ è l’epiteto con cui Marina Cicogna viene chiamata – e ama essere chiamata. Suo nonno era il conte Giuseppe Volpi di Misurata, ministro delle finanze in epoca fascista, governatore della colonia Tripolitania in terra libica e inventore della Biennale di Venezia. Lei è certo, come suggerisce l’attributo, prima produttrice di Cinecittà, ma anche d’Europa. Fotografa e sceneggiatrice dall’autobiografia non convenzionale, il racconto di vita di Marina Cicogna si compone di immagini in sequenza di luoghi, persone e personaggi del grande schermo, raccolte del libro Ancora Spero. Una storia di vita e di cinema. Il suo nome è giunto altisonante anche negli Stati Uniti, dove ha vinto l’ Oscar per il Miglior film straniero con Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) e ha ricevuto gratificanti definizioni sulle pagine del New York Times: «La prima grande produttrice cinematografica italiana» e «Una delle donne più potenti del cinema europeo». Ai David di Donatello 2023 le verrà consegnato il David alla Carriera e, tra le motivazioni, si leggono anche ‘Made in Italy’  e ‘costume’, a dimostrazione del legame inscindibile tra moda e narrazione cinematografica. E poi, ‘fiera e anticonformista’, nel cinema come nella vita, vissuta senza compromessi né mezzi termini: «A me non è mai venuto in mente di dire io vivo con Florinda, io sono omosessuale. Ma chi me lo chiede, chi lo vuole sapere? Quando chiudo la porta, sono cazzi miei, faccio quello che voglio. Non ho mai nascosto né esibito tutto questo». L’anticonformismo al femminile pare dunque un’altra chiave di lettura di questa edizione, o almeno lo è per chi è rimasto indietro. 

David Donatello 2023: premiata Isabella Rossellini, nepo baby ante litteram

Accanto a Marina Cicogna, un David Speciale viene assegnato ad Isabella Rossellini. Figlia della più alta aristocrazia cinematografica – Ingrid Bergman e Roberto Rossellini – Isabella Rossellini non ha mai corrisposto ai luoghi comuni, a partire dai primi anni nella televisione arrogante e provocatoria di Renzo Arbore al cinema dei fratelli Taviani, David Lynch e di Scorsese. Non una nepo baby ante litteram, quanto piuttosto una che il proprio posto se l’è guadagnato, a costo di scelte spesso fuori norma – dalla satira funebre in La morte ti fa bella (1993) a Green Porno, i documentari sulle abitudini sessuali degli animali. Una poliedricità, che si è applicata anche nel campo della fotografia di moda, dove è stata musa di Bruce Weber, è stata forse riconosciuta dal grande pubblico più che dalla critica, che in oltre quarant’anni di carriera le ha concesso ben pochi premi. 

La parola ai film candidati. Politica ‘al passato’, cultura e qualche voce fuori campo. 

La cinquina di film candidati al David di Donatello 2023 come miglior film annovera temi e soggetti di carattere storico appartenenti al più recente passato italiano e alla cultura nostrana. Esterno Notte (2022) per la regia di Marco Bellocchio è il racconto dei cinquantacinque giorni di ‘stridente silenzio’ che nel 1978 seguirono il rapimento di Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, e precedettero la notificazione della sua morte. Il Signore delle formiche (2022) per la regia di Gianni Amelio narra il noto caso dell’ex partigiano e intellettuale Aldo Braibanti, condannato per plagio – ma in realtà per omosessualità – verso il giovane assistente. L’Italia degli anni Sessanta, conforme ad una certa disciplina morale di stretta distinzione tra generi e corrispondenti orientamenti sessuali, e il Partito Comunista italiano, di cui Braibanti era esponente, lo ripudiano in toto e quel che è rimasto è un amore dimidiato e sporcato dai giudizi. Soffermandosi sulle due pellicole candidate, appare spontaneo chiedersi come mai di politica si parli sempre al passato, col senno del poi. Senza nulla togliere a temi di per sé fondamentali ieri quanto oggi, ci si aspetterebbe che talvolta fossero i fatti del presente a parlare dell’Italia, piuttosto che quelli del passato. 

Accanto al genere storico, caratterizzato per sua stessa natura da una densità narrativa incalzante, troviamo pellicole di più ampio respiro. La Stranezza (2022) per la regia di Roberto Andò vede il trio Salvo Ficarra, Valentino Picone e Toni Servillo sullo sfondo della Sicilia degli anni Venti. È in tale contesto che Luigi Pirandello muove i primi passi nella regia teatrale dopo un periodo di personale crisi narrativa e conosce i due becchini-teatranti che gli daranno l’idea per il capolavoro che fu Sei personaggi in cerca d’autore. Adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo vincitore del premio Strega di Paolo Cognetti  Le Otto Montagne (2022) per la regia di Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch è una storia di amicizia. Al di là dell’ambientazione suggerita dal titolo stesso, l’estetica supera qui i canoni consueti della montagna e, prediligendo un formato ristretto, costruisce un sentiero visivo che si snoda sul filo della narrazione. Infine, Nostalgia (2022) per la regia di Mario Martone dà forma cinematografica al romanzo omonimo di Ermanno Rea, a riprova di un dialogo produttivo tra narrativa e cinematografia. Un film articolato e complesso, specchio delle difficoltà della vita nel rione Sanità di Napoli, dove Felice, il protagonista, torna dopo anni di separazione nel tentativo di ricomporre la propria identità. 

Ruolo e funzione del David di Donatello, ieri e oggi  

In parallelo e per analogia con i premi della cinematografia europea – i Bafta in Gran Bretagna, i César in Francia, i Goya in Spagna, i quali sono emanazioni delle corrispondenti Accademie nazionali di cinema – il David di Donatello porta come seconda denominazione quella di Accademia del cinema italiano. In oltre cinquant’anni di storia, esso ha infatti concorso a dare forma e caratteristiche proprie al cinema italiano. Muovendosi di pari passo con l’evoluzione stessa della società, ha traghettato la cinematografia dal secondo dopoguerra, quando i film si vestirono per la prima volta a colori, al nuovo millennio, con effetti speciali annessi. Ad ogni novità è corrisposta un’aggiunta nel pannello dei premi, e ad ogni nuovo astro del cinema il conferimento del dovuto riconoscimento. Così, la storia del David di Donatello vuole essere anche la storia del cinema italiano e del suo ingresso nel panorama più ampio del cinema internazionale, ma nel 2023 pare riuscirci solo a metà. 

Un po’ di storia: alle origini del David di Donatello 

Istituito nel 1955 dal politico e impresario del cinema Italo Gemini, gli anni precedenti alla fondazione del David di Donatello – inizialmente al singolare, poi soppiantato dal plurale – avevano visto una serie di significativi interventi da parte dello stato per meglio inquadrare l’industria cinematografica sul piano normativo attraverso la creazione di spazi e istituzioni. Tra questi, la Direzione generale della cinematografia presso il ministero della Cultura popolare, il Centro sperimentale di cinematografia e gli Studi di Cinecittà. Nel 1945, all’indomani del secondo conflitto mondiale, vennero poi costituiti,  per iniziativa di alcuni imprenditori romani, l’Open Gate Club – un circolo aperto al pubblico straniero nell’ambito del quale venivano proiettati i film dei maggiori autori italiani – e l’AGIS, l’Associazione generale italiana dello spettacolo , di cui Italo Gemini fu nominato presidente. La sua direzione coincise con gli anni d’oro dell’evoluzione artistica e culturale del mondo dello spettacolo, di cui il David di Donatello fu il necessario compendio. 

La prima assegnazione della statuetta avvenne nel 1956 presso il cinema Fiamma di Roma. L’occasione fu delle più istituzionali, svolta alla presenza dell’Alto patronato del Presidente della Repubblica e del Ministero dello Spettacolo. Fra i premiati del primo anno troviamo il produttore Nicolò Theodoli per Racconti Romani (1955), Goffredo Risi per la produzione di Pane, Amore e … (1955), Vittorio De Sica per l’interpretazione in Pane, Amore e … (1955) e Gina Lollobrigida per La donna più bella del mondo (1955). Per la sezione internazionale, vennero conferiti premi, tra gli altri, a Walt Disney per Lilli e il vagabondo (1955). 

Nel 1957 la premiazione trovò nuova sede nel Teatro Antico di Taormina. Pur mantenendo la struttura originale della giuria, composta da personalità eminenti della cultura, del cinema, dell’arte e del giornalismo, l’ambita statuetta del David si aggiunsero premi laterali nella forma di targhe d’oro e d’argento. Fino al 1980 Taormina continuò ad ospitare la rassegna e le premiazioni annuali, con l’eccezione del 1978, quando venne scelta la sede di piazzale Michelangelo a Firenze, e del 1979, quando si tenne al Teatro dell’Opera di Roma. Infine, dal 1981 la Città Eterna è stata ufficializzata come sede, mentre i luoghi designati si modificano di anno in anno. 

Stella Manferdini

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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