Milano, i giovani e l'arredo di design
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Nell’epoca del precariato, i trentenni possono permettersi di comprare il design?

Da un lato il precariato esistenziale, dall’altro i social e il desiderio del design come autoaffermazione: cosa significa oggi per gli under 35 emanciparsi dagli arredi low cost

1968, quando Enzo Mari progettò il suo divano letto

Enzo Mari, in un’intervista di una decina di anni fa, racconta che quando nel 1968 accettò di progettare il suo primo divano letto, lo fece principalmente pensando al fatto che le persone vivono in case piccole e quell’oggetto poteva avere un’utilità. Pensò che chi vive in case piccole, di solito, non può permettersi grandi spese. Per questo realizzò il divano letto più economico sul mercato, senza rinunciare alla robustezza e alla longevità del suo prodotto. Voleva che fosse un divano letto a prova di giovani amanti. Quando comunicò il prezzo di quel complemento d’arredo ai negozianti, nessuno lo volle comprare. Non costava abbastanza, non poteva essere un oggetto di design, la sua accessibilità gli impediva di costituirsi come status-symbol.                                                                             

Le ‘case da studenti’ di Milano: un concetto estetico e sociale

Per chi ha fra i 25 i 35 anni, la scelta di acquistare un prodotto di design compendia una serie di moti interiori, che sommati spingono verso il sito di Flos invece che in direzione della sezione lampade di quello Ikea. Chi può permettersi di passare gli anni universitari a Milano, da fuorisede, spesso permane per almeno cinque anni, in ‘case da studenti’, locuzione evocativa per chi si è trovato in questa condizione. Le case da studenti a Milano, di solito sono appartamenti vecchi, che nel tempo hanno ereditato i lasciti degli inquilini che si sono susseguiti, che a loro volta, avevano, con tutta probabilità, recuperato dalle case dei genitori che se ne volevano disfare, acquistato a mercatini dell’usato o, nei casi più eroici, conquistato con pratiche di stooping (il recupero di mobili abbandonati). 

Non serve aver vissuto in uno di questi appartamenti, e nemmeno esserci finiti a cena, per poter immaginare il disagio estetico, che quell’accozzaglia di madie in legno tarlato della nonna, scaffalature in metallo e divani sfondati, possono generare. L’elemento antropologico più interessante da osservare riguarda però l’epifania che coglie coloro che, fino al giorno prima di indossare la corona d’alloro, potevano vivere senza particolari ritrosie, in stanze tappezzate di poster appicciati al muro con lo scotch e subito dopo aver acquisito il sudato titolo, si ritrovano insofferenti a desiderare qualcosa di più che una Billy di Ikea scrostata. 

L’acquisto dell’oggetto di design, simbolo del passaggio alla stabilità economica

Secondo Martina Meroi e Matilde Del Pio, ideatrici della pagina Instagram GentlePills, l’acquisto dell’arredo di design continua a preservare quella natura simbolica che lo ha reso, per le generazioni precedenti, il suggello della transizione verso la stabilità e l’indipendenza economica. Al contempo però, nell’era della divulgazione social, può arrivare a significare molto più di una semplice testimonianza socialmente legittimante dell’ingresso nell’età adulta. 

Martina Meroi e Matilde Del Pio, ideatrici di GentlePills: il desiderio di andare oltre l’estetica di oggetti e edifici

«GentlePills nasce nel 2020, quando, da poco laureate in architettura, ci siamo rese conto che quello che avremmo voluto rappresentasse l’oggetto del nostro lavoro e soprattutto la nostra passione, restava relegata entro i confini del professionismo, soprattutto in ambito social» – racconta Matilde, che prosegue: «Abbiamo provato ad andare oltre i tecnicismi e il linguaggio della riviste per addetti del settore e abbiamo provato a raccontare le storie che si nascondono dietro nomi e oggetti di design e opere architettoniche». Il loro pubblico è composto in larga parte da persone fra i 20 e i 35 anni, in parte cercano ispirazione per i propri studi, in parte sono interessate ad approfondire la conoscenza del patrimonio artistico e culturale, ma in generale, secondo Martina «c’è il desiderio di andare oltre l’estetica, per conoscere il pensiero che si nasconde dietro gli oggetti e gli edifici che ci circondano. Questo è il nostro intento, non vogliamo solo essere una vetrina prodotto». 

Il desiderio che si eredita dalla classe media borghese

Quando si parla di acquistare un complemento di design, le spinte motrici sono senz’altro più di una. Da un lato c’è il desiderio figlio di un’infanzia passata in case borghesi, non da ricchi, non da poveri. Le case della classe media, quella che ha la possibilità di mandare la prole a studiare nella capitale del design, facendo sacrifici, ma neanche troppi. La stessa che è nata più povera dei propri padri e quasi sicuramente morirà più ricca dei propri figli. Sono noti da tempo, infatti, i dati Ocse che testimoniano come nel decennio che si è chiuso nel 2020, l’Italia sia l’unico Paese europeo in cui i salari sono calati del 2,9%, ultima posizione in classifica. Appena sopra, la Spagna, dove sono aumentati ‘soltanto’ del 6,2%. 

I social aumentano il desiderio dei prodotti di design, ma chi se li può permettere?

Lo strumento social amplifica il ventaglio di possibilità che possono muovere trentenni precari a rivolgersi verso l’estetica di design; ma questa tensione non si traduce automaticamente nell’acquisto di un prodotto d’autore, come spiega Martina: «Anche quando si parla di design, i social non sono solo uno strumento di divulgazione. Sono soprattutto una finestra sui salotti di persone celebri, che influenzano anche in questo ambito il nostro desiderare: vediamo una certa lampada nella camera da letto di qualcuno e spesso l’unico modo che abbiamo per poterla avere è rivolgerci al fast furniture. Comprendiamo questa tendenza, ma il nostro obiettivo è quello di superare la mera fruizione estetica, perché il desiderio di una sedia o di una poltrona non sia soltanto emulativo, ma consapevole anche del contenuto di pensiero proprio di quei complementi d’arredo». 

I tentativi di associare il design ai concetti di funzionalità, durabilità e resistenza; la vittoria del desiderio autoaffermazione

Gli sforzi teoretici di intellettuali come Enzo Mari hanno cercato di alimentare l’attrattività del design con i concetti di funzionalità, durabilità, resistenza, sforzi che perlopiù sono stati subissati dal desiderio di autoaffermazione sociale. Anche quando qualità e longevità sono state chiamate in causa, hanno sempre avuto più l’aria di essere una excusatio non petita davanti alla propria coscienza, che non motori propulsori per l’acquisto di design, un po’ come accade quando si spende un capitale per un capo d’alta moda, quando non si habitué dell’haute-couture

L’acquisto del design tra precarietà e insicurezza emotiva

Ma in un momento storico e in un Paese in cui il precariato giovanile è endemico e i salari costantemente insufficienti per affrontare il costo della vita, soprattutto in una città come Milano, dove vivere da soli resta una strada impervia e comprare casa un’ambizione per pochi, l’acquisto di una lampada di design difficilmente può bastare per inaugurare una nuova età della vita. La stabilità immobiliare ed emotiva, che insieme ha sorretto la struttura esistenziale dei nostri padri e delle nostre madri, oggi sembra non essere più un topos appetibile per un mondo che si muove con moto schizofrenico, alimentato da infinite possibilità.

Nell’instabilità sistemica i complementi di design diventano manifestazione soggettiva

Per queste ragioni, come spiegano Matilde e Martina: «Nell’instabilità sistemica in cui viviamo, la ricerca della nostra identità si complica e il desiderio di rivederci negli oggetti che ci circondano diventa più pressante». Scegliere di arredare lo spazio che abitiamo, anche transitoriamente, con oggetti che dicono qualcosa di chi siamo, e lo fanno in quanto espressione di un pensiero, prodotti di intelletto e non soltanto con il loro prezzo o la loro estetica, è un modo per cercare stabilità nel movimento perenne che ci attrae e ci incuriose, ma che al contempo disorienta, per la sua epocale distanza rispetto al modello culturale entro il quale siamo nati e cresciuti. I complementi di design assumono allora un nuovo significato, anzi diventano oggetti molto più significanti, perché non sono più soltanto il marchio materiale di un momento di passaggio, ma una manifestazione soggettiva, che crea e alimenta la nostra identità.

Giorgia Martini

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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