Cerca
Close this search box.
Cerca
Close this search box.
Capri, Villa Malaparte
TESTO
CRONACHE
TAG
Facebook
WhatsApp
Pinterest
LinkedIn
Email
twitter X

Da Villa Malaparte al Quisisana – Capri, ruvida e fluida

Nel giardino del Quisisana prende luogo una conversazione sulla ruvidità di Capri: i racconti e le parole di Cesare Cunaccia – mentre Jacquemus sfila a Villa Malaparte

Malaparte, la villa e l’aiuto del Ministro Ciano, la famiglia Agnelli – le conversazioni dal giardino del Quisisana

Curzio Malaparte, l’arcitaliano. La villa di Punta Massullo fu costruita lo stesso anno in cui entrarono in vigore le leggi per la tutela del paesaggio. Il ministro Ciano nel 1939 fece arrivare sul conto di Malaparte un indennizzo di previdenza a favore della madre malata, dal valore di mezzo milione di lire, cifra notevole per quei tempi. I soldi non bastarono – il Ministro si annoiò alle lamentele di Malaparte e lo redarguì; che almeno un tetto lo avesse dato, a questa madre. Il Ministro Ciano ordinò la ristampa di 100.000 copie della rivista Prospettive, di cui l’editore era Malaparte, facendo arrivare sui conti dello scrittore un altro mezzo milione. 

Malaparte era figlio di un ingegnere tessile tedesco che lavorava a Prato – il suo vero nome era Kurt Suckert. Sua madre era milanese. «Esiste ed è noto il Nero Malaparte, una cromia sulla variabile di scuro». Malaparte aveva una testa scolpita, la brillantina nei capelli, le sopracciglia marcate, il pantalone con lo stivale. Era un uomo, di certo non povero, che viveva al di sopra delle sue possibilità. Arriva a Capri da Forte dei Marmi, dove la storia d’amore con donna Virginia Agnelli trovava un habitat troppo congenito.

«Il Senatore Agnelli se ne voleva liberare, di Malaparte, allontanarlo dalla nuora Virginia Bourbon del Monte di San Faustino, la madre dell’Avvocato. La donna era già vedova a quei tempi, quindi libera di vivere relazioni con chi meglio desiderava – ma l’ipocrisia della borghesia torinese non gradiva i rapporti con un personaggio divisivo e chiacchierato quale era Malaparte». Oltre al Ministro Ciano, anche la famiglia Agnelli contribuì a finanziare la costruzione della Villa.

I virgolettati sono frasi di Cesare Cunaccia – tra le poche figure culturali che oggi possono ancora raccontare tanto di quello che in quest’ isola di Capri sia successo durante il Novecento e non solo. I racconti e le conversazioni prendono vita nel giardino del Quisisana, che ieri come oggi rimane matrice e punto d’incontro di chiunque voglia passare per questo scoglio azzurro.

Chi è l’architetto di Villa Malaparte? La titolarità del progetto e il riferimento all’architettura di Adalberto Libera

Formalmente, all’architettura di Villa Malaparte a Capo Massullo non è stata riconosciuta una titolarità. L’intento era sottolineare come quella casa apparve quale estensione intellettiva di Malaparte dalla letteratura politica all’architettura – ma a ogni modo, sono riconoscibili sia le ispirazioni sia i riferimenti al tratto di Adalberto Libera. Nel Comune di Capri ci sono i progetti depositati; c’è un ufficio di sovrintendenza dove troviamo li piani delle case razionaliste e cubiche di Bottoni che oggi non ci sono più. Non c’è niente su Villa Malaparte.

«Il colore rosso purpureo è liberiano. Se vai a Trento e vedi l’edificio delle poste che Adalberto Libera costruisce in epoca fascista noti assonanze stilistiche. Una stube tirolese ricordava gli anni della prima guerra. Pavimenti di piastrelle con la lira del poeta disegnate da Savinio, il fratello di Giorgio de Chirico. Le stanze da letto sono disposte al piano inferiore eccetto che per quella principale, come fosse la cabina di comando di una nave varata nel Tirreno. Questo salone che Malaparte vuole costruito insieme a Mastro Amitrano come una piazza romana, come un’agorà greco, dove le finestre rispondono al camino. Sul fondo di questo camino c’è un vetro temperato in modo che attraverso le fiamme si vedano i Faraglioni. Sulla copertura a terrazzo dove andava in bicicletta, il solarium a mezzaluna al cui riparo Malaparte prendeva il sole nudo. La casa era il suo monumento, un cenotafio, un’astronave, era lui: “Casa come me”. Capri, l’isola del Sole – tutti fissati con queste abbronzature esagerate, incuranti del cancro alla pelle».

Jacquemus a Villa Malaparte – l’intimità sessuale, il pudore

Jacquemus sta per presentare la sua collezione a Villa Malaparte, in questi giorni: per la moda significa mescolare il costume di una città mercantile quale Marsiglia a un immaginario italiano che solo a Capri sintetizza la guerra con i tedeschi nazisti al dolce far niente degli americani, la nobiltà romana e napoletana alla ruvidità dei femminielli lungo i dirupi. Sintetizzando, Jacquemus è quel ragazzo che ha usato la sua prestanza fisica, i peli del suo corpo maschile mescolati a quelli di suo marito Marco Maestri come principale forma di comunicazione della sua idea creativa. Oggi hanno due figli – i gemelli Mia e Sun. Più che l’immaginario del sud della Francia, il contrasto culturale con Capri si comprende nell’ostentazione di un’intimità sia fisica che sessuale.

Il 1950 – il Quisisana e il Pudore Caprese, la ruvidità di un’isola e le “cortesie”

Flashback – l’estate del 1950. Notte fonda, sul patio del Quisisana – due giovani si lasciano andare ai baci che a Capri si suppongono leciti. Sono baci lunghi, artistici e profondi, ritmati da sussulti e ondulazioni dei corpi – così si legge nel rapporto che i poliziotti depositano in Questura portando denuncia. Quei giovani erano un pericolo per la pubblica morale, già tanto difficile da contenersi in questa stazione climatica. All’indomani: Tutta Capri si scandalizza – titolano i quotidiani nazionali. I camerieri del Quisisana si ergono a difesa degli innamorati: «ne succedono così tanti di questi fatti, sul terrazzo di questo albergo» replicano con snobismo ai giornalisti a caccia di dettagli, dando poco peso al fatto.

Apparve un articolo su La Stampa a firma di Vittorio Gorresio – il titolo era L’innocenza di Capri: raccontava come, nel corso dell’estate, la moltitudine di giovani americani giunti a Roma per la celebrazione dell’Anno Santo non aveva più sopportato le interferenze pedanti della Chiesa e della Democrazia Cristiana in materia di nudo e baci – e si era trasferita a Capri. 

Pudore Caprese è il titolo di un libro di Fausto Esposito, pubblicato dalle Edizioni La Conchiglia. La domanda appare lecita ai più: perché a Capri il senso del pudore sembra perdere così tanta consistenza quasi da diventare un trascurabile sbadiglio, irrisorio quanto un battito di palpebre? Non c’è certo bisogno di Jacquemus – ma un pretesto è buono per racconti sparsi. Le “cortesie” erano offerte dai marinai e dai contadini locali ai ricchi esteti che chiedevano loro quanti piaceri sessuali – nessun pudore, ma complicità.

«Bisogna lasciare i luoghi del centro, per ritrovare le storie e i miti di una terra aspra, difficile, quasi malevola in questa ruvidità che le restituisce la sincerità originaria. Siamo ai primi del Novecento. Tra le due guerre tutte le spie d’Europa si davano convegno a Capri. Hitler e Goering vi approdano ossessionati e nella convinzione che a Capri ci sia il Graal. Il Principe d’Assia, marito di Mafalda di Savoia e agente artistico in Italia di Hitler è la loro longa manus». Scrisse Norman Douglas che gli efebi di Allers, di Fersen e di Krupp sono poi diventati buoni padri di famiglia – e proprio Fersen fu considerato cittadino, se non eroe, di Capri fino a quando non fu egli stesso ad accusare Capri di mancanza di pudore. 

Krupp era un industriale, il suo profitto era un simbolo tedesco

«Krupp giunse a Capri con uno yacht che era stato immatricolato con il nome Puritan. Insinuavano e lo fanno tuttora le malelingue, che i capresi mandassero lì i loro figli, in cambio di talleri d’oro. Di fatto la comunità ricevette in regalo dal magnate dell’acciaio di Essen i giardini di Augusto e la discesa tra le rocce a Marina Piccola – nominata la più bella via del mondo. Che la causa sia forse la ruvidità di un’isola che è una montagna violenta, dove i limoni in fiore si affacciano sui baratri rocciosi, e si sorvola l’orrido della vertigine» – le domande di Cesare Cunaccia non cercano risposte. «Friedrich Alfred Krupp fu accolto con tutti gli onori. Finanziò la costruzione della scuola elementare – ma forse non gli perdonarono di aver fornito il motivo per cui le “cortesie” divennero uno scandalo. 

Cosa sono le “cortesie” nel Sud Italia?

Le “cortesie” – così denominate a Napoli, nel Golfo e in Costiera, un po’ in tutto il Sud Italia – erano le prostituzioni offerte da ragazze e ragazzi che con queste guadagnavano bene e senza tanta fatica. «La Bella Carmelina a Capri danzava tarantelle scostumate, posava per i pittori incarnando la sensualità mediterranea e ruvida del genius loci. Raccontava suggestiva miti e storie ataviche. Finì suicida nel 1950, già anziana, relitto dimenticato. Gli isolani erano ruvidi, non avevano pruderie – erano persone semplici. Furono infastiditi dal rumore che lo scandalo di Krupp alimentò e non ne presero la difesa. Mentre donna Lucia Morgano, proprietaria del caffè locale Zum Kater Hiddigeigei , continuò sempre a proteggere Jacques de Fersen e la sua esistenza eccessiva annidata a Villa Lysis»

«Piero Bottoni era un architetto, urbanista, designer e teorico razionalista milanese, esponente del partito comunista. Costruì il suo eremo tra il 1958 e il ’65. Nel 1968-69 progetta Villa la Quercia, dentro la fenditura di roccia della grotta detta di Fra’ Felice, che era stata di Alfred Krupp, affacciata su Marina Piccola. Krupp abitualmente dormiva al Quisisana o a bordo del Puritan e usava la grotta che aveva fatto risistemare per i suoi simposi intellettuali, musicali o carnali che fossero. Da quella grotta scaturì la sua rovina, l’espulsione dal Regno d’Italia e la gogna mediatica che infine lo costrinse al suicidio nel 1902».

«Nel contesto di quei fatti, il quotidiano partenopeo di ispirazione socialista La Propaganda iniziò ad attizzare il fuoco descrivendo l’isola come Capri-Sodoma. Fu soprattutto Matilde Serao a fare nascere sulle pagine del Mattino un sospetto e quelle illazioni scandalose che lo travolsero: Krupp, re dei cannoni e dei capitoni, scrisse la Serao, con violenza. Nella cupa Germania guglielmina, dove il giovane imperatore Hohenzollern e la sua cerchia più stretta erano stati tacciato di peccati simili, queste calunnie ed accuse montarono fino a diventare qualcosa di insostenibile per Alfred Krupp».

Capri, Quisisana, la terrazza
Capri, Quisisana, la terrazza

Capri agraria, ruvida e rustica. Le rovine tornavano alla luce perché i lembi di terra erano arati prima della semina

Ischia è un’isola verde, con acqua e sorgenti termali, campi e coltivi rigogliosi. Capri è l’Isola Azzurra: roccia, acqua e cielo. Azzurra come la lucertola dei Faraglioni. In epoca romana, Capri fu acquisita da Augusto quale proprietà imperiale dal Municipium di Napoli. Via Camerelle deve il nome ai vani per la raccolta di acqua piovana. Le cisterne hanno lavorato talvolta fino a tempi recenti, al collegamento con l’acquedotto napoletano. 

Le sirene di Capri non sono eminenze buone. Sirene ruvide – altro non erano che i capresi. La gente isolana in tempo antico viveva di contrabbando e pirateria. Davano segnali luminosi sbagliati alle imbarcazioni che entravano nel Golfo. I fondali erano difficili, fondi e rocciosi, gli scafi in legno si sfasciavano sugli scogli. Invece che dare soccorso, c’era il saccheggio dei natanti naufragati. 

Gli Americani a Capri, il Rest Camp e i tedeschi – Ms. Collins al Quisisana, una notte al Number Two e la suite 221

«Gli Americani arrivano a Capri già dalla metà dell’Ottocento. Il colonnello sudista McCowan si era insediato alla Casa Rossa di Anacapri. Sul finire del secondo conflitto mondiale formarono una colonia stabile che si fermò qui durante la fase finale della guerra. Capri dal 1944 era un Rest Camp – ovvero, il luogo dove i soldati americani – i piloti dell’US Air Force in particolare – arrivavano per riposare e curarsi le ferite della guerra, sia fisiche che emotive».

«Al Quisisana, che fu sede del comando del Rest Camp sotto il comando del colonnello Woodward, per tradizione ogni anno si celebra il 4 luglio, ricorrenza dell’indipendenza americana. Vi furono anche matrimoni con ragazze isolane. Il Quisisana in origine era un sanatorio invernale per nordici malati o di salute debole in cerca di sole – se ne comprende il nome. Diventò poi il centro di ogni festa».

«L’ultimo contingente tedesco nel 19943 era asserragliato al faro di Anacapri. Al comando c’era un giovane ufficiale che aveva studiato archeologia e che si rifiutò di eseguire l’ordine di fare saltare le mine posizionate ovunque. Chiese soltanto di poter raggiungere Napoli in pace insieme ai suoi 700 soldati – gli Italiani acconsentirono. Una liberazione incruenta tra tanti orrori bellici. I capresi erano nascosti nelle grotte e vedevano le bombe che cadevano a pioggia su Napoli e a Salerno attendendosi il peggio – non credettero ai loro occhi quando videro il contingente tedesco lasciare l’isola senza sparare un colpo».

A ottobre del 1950, Ms. Miriam Collins alloggia nella suite 221 del Quisisana. L’ereditiera americana doveva il suo patrimonio alla coltivazione del cotone. Tra i bagagli c’è un cofanetto che racchiude spille e collane, in oro, smeraldi, zaffiri, diamanti e rubini. Non per altro, in molti si rivolgono a Ms. Collins chiamandola la Regina. Tra i tavolini delle terrazze e nel giardino del Quisisana la notte è giovane – quando Ms. Collins, circondata da un gruppo di ragazzi portati da Milano e Perugia e da un gruppo di americani allegri, decide di fare quei pochi passi che dividono il Quisisana dalla porta del Number Two. 

Si racconta che la Regina fosse di ottimo umore. Non era una donna sensuale ma una di quelle americane pudiche che continuano a vedere il mondo dentro una luce rosa. Al Number Two, le bottiglie si svuotarono e i bicchieri si riempirono – alcuni volarono nel frastuono del locale. Si fece tardi e la Regina invitò tutti a salire nella sua suite 221. Voleva offrire alla compagnia ancora qualche cosa da bere. Una signora turca e un pianista di colore – salì in camera anche il barman, Toni Grandi – che si buttò nel letto della Regina. Gli altri raccontarono di averlo visto addormentato e poi semi-cosciente, scherzando o tentando di sedurla. Il resto rimase mistero.

Capri: Edda Ciano e Chantecler – il gallo variopinto

A Capri persisteva un Bengodi che il regime fascista bannava come peccato mortale, una café society internazionale e sregolata che per definizione alimentava il potere intellettuale. Coppie e combinazioni strane, eccentricità e tolleranza, fino all’avvento delle leggi razziali. «A Capri c’è la figlia del Duce, Edda la contessa Ciano, di fatto la vera Regina di Capri prima della Seconda guerra mondiale. Da Villa Ciano dominava l’isola. Circondata da un plotone di donne, si presentava con una sofisticazione estetica che strideva con il populismo grossolano del padre e la semplicità contadina di donna Rachele sua madre. Edda Ciano era il paradosso di Mussolini. Entrava in una stanza con una padronanza maschile, una sicurezza che poi dopo la guerra, si vena di una grandezza da tragedia greca».

«Chantecler aveva una sorta di enclave al beach club La Canzone del Mare, della cantante inglese Gracie Fields. Amico di Mona von Bismark, del marchese Ettore Patrizi e dei Sirignano. Il suo legame con Edda Ciano si rinforza e diviene amitié amoureuse dal 1946, quando la Ciano viene amnistiata e torna sulla sua isola dopo la caduta del fascismo e le morti del padre e del marito. Chantecler fondò la gioielleria nel 1947 – leggenda dice che cominciò trasformando alcuni gioielli che Edda Ciano aveva salvato dal sequestro dei suoi averi. Chantecler si rivolgeva a Edda Ciano dandole del lei in pubblico, chiamandola contessa. Chantecler è il gallo variopinto, pettegolo, witty e vanaglorioso della novella di Rostand»

Il Ballo dei Re a Napoli, la strada per la villa dei Serra di Cassano, Pupetto Sirignano e i ghepardi della Marchesa Casati

La duchessa Elena Serra di Cassano viveva a Villa Cercola. Il 3 settembre del 1960 a Napoli, aveva aperto le porte palazzo avito del marito a Napoli, a Monte di Dio. Una festa che in seguito fu raccontata come il “Ballo dei Re”. Il 1960 era l’anno delle Olimpiadi e nel Golfo si svolgevano le regate veliche. La Regina d’Olanda, il Re di Svezia, la maharani di Baroda e quella di Jaipur. Le principesse reali danesi, Juan Carlos, giovane principe delle Asturie. Onassis e la Callas in pieno amore. L’Aga Khan, Elsa Maxwell e la nobiltà nera romana. Grace Kelly e Ranieri decisero all’ultimo momento di non partecipare, perché la Regina di Grecia pare avesse sussurrato quanto non le avrebbe fatto piacere incontrare un’attrice che giocava a fare la sovrana. 

«La Cercola diverrà alla fine dei Sessanta dimora di Valentino e Giancarlo Giammetti. A Villa Castello viveva il principe Pupetto Sirignano. Era sposato con Anna Grazioli, che girava per Capri con un ghepardo al guinzaglio. Un’usanza di Capri – passeggiare per i vicoli con i ghepardi – in emulazione della Marchesa Casati durante gli anni in cui aveva locato Villa San Michele a Anacapri da Axel Munthe. Di ghepardi ne aveva due anche Mananà Pignatelli Cortes d’Aragona, residuo dannunziano, che vestita e truccata pesantemente di nero spaventava i bambini dell’isola». 

«Si diceva fossero leopardi, ma erano tutti ghepardi. Il ghepardo è più simile a un cane, si addomestica. Li usavano i rajah indiani per andare a caccia. Il leopardo è una tigre. Si girava con i ghepardi – non con i leopardi – differenza non da poco. Mio padre allevava una varietà di strani animali selvaggi» i racconti di Cesare Cunaccia sono flussi di pensiero senza ordine razionale.

La dolce vita comincia a Capri, ben prima che a Roma

Le famiglie patrizie napoletane si rifugiano qui durante la guerra – si dice che “la Dolce Vita” fu un’invenzione degli anni Cinquanta e Sessanta – ma la Dolce Vita italiana nacque a Capri negli anni Trenta e in qualche modo continuò durante il periodo bellico successivo, specie qui al Quisisana. La villa di Mona von Bismark, il Fortino a Marina Grande, esiste ancora. È stata manomessa negli anni e attraverso vari passaggi di proprietà – ma in quella casa fu inventato un décor inedito, tale da definire un’identità per Capri. 

«Mona Bismark la acquista nel 1936. Fu rielaborato il linguaggio della sua casa di Palm Beach e i dettami di Syrie Maugham. Grotte Möbel in foglia d’argento, dipinti di José-Maria Sert e Dali, specchi lunari, japonisme e classicità. Il conte Eddie von Bismark, terzo marito gay di Mona, diede il suo contributo a questo scenario. Mona Bismark coltivava rose antiche in giardino in bermuda di lino austriaco firmate Balenciaga. Saputo del ritiro del Maestro basco nel 1968, la contessa si chiuse tre giorni nelle sue stanze capresi, rifiutando il cibo. Gusci di coquilles-Saint Jacques furono lavorati con olio caldo come accadeva per il barocco fixé napolitain, così da perdere l’incavo e diventare bidimensionali. Furono disposti come un foglio sulle pareti di bagni e boudoir de Il Fortino. Il risultato mimava l’argento cangiante, una rugiada madreperlacea ruvida»

Le donne a Capri si vestivano da uomo di giorno e poi uscivano in abito lungo la sera, le scarpe erano piatte. Irene Galitzine va in giro con pantaloni a tunica, il suo pigiama palazzo. Irene appartiene a una famiglia di principi georgiani. Nasce a Roma, all’Hotel De Russie dove i suoi sono scappati dalla rivoluzione bolscevica. Oscar Wilde arriva al Quisisana con Bosie. La sera, scendono in sala da pranzo e gli inglesi presenti si indignano. La coppia deve lasciare l’albergo e viene accolta da Axel Munthe. Wilde era appena uscito di prigione dopo che il tribunale lo aveva condannato per pederastia. Lo scandalo a Parigi causato da Jacques de Fersen, conte o barone che dir si voglia, avvenne pochi anni dopo le vicende di Oscar Wilde in Inghilterra. Intanto, donna Marella Agnelli tollerava. Si mostrava indifferente all’amicizia particolare tra suo marito e la first lady americana, Jacqueline Kennedy. A porre fine a quella vacanza tra costiera e Capri negli anni Sessanta, arrivò un telegramma dalla Casa Bianca: More Caroline, less Gianni. Come back immediately

Jacques Fersen, l’antenato amante svedese di Maria Antonietta, lo scandalo del Condorcet e sua sorella, la Marchesa di Bugnano

Il suo cognome era Adelsward – fece aggiungere il Fersen e così si fece chiamare. La famiglia era proprietaria delle acciaierie Longwy-Briey – Fersen entrò in possesso del suo patrimonio a 22 anni. «Matermania era una grotta di antichi misteri orfici. Diventò un anfratto ideale per cerimonie eccentriche un po’ ingenue di rievocazione classica alla fine dell’Ottocento e, si vociferava, di orge qualche volta interrotte dall’intervento della forza pubblica. Fersen venerava la memoria del suo antenato, l’amante di Maria Antonietta. La sua casa eretta nel 1905 in pieno isolamento ed esposta agli agenti atmosferici, Villa Lysis, un tempio “amori et dolori sacrum”, era piena di sculture di Gemito, di un bric-à brac decadente e reperti, anche di dubbio valore, che evocavano la storia d’amore tra Fersen e l’Austriaca»

Jacques Fersen arriva a Capri a inizio del Novecento – di fatto in fuga da Parigi dove non era più gradito. Era stato imputato di aver coinvolto gli studenti del liceo Condorcet in orge omosessuali, con invocazioni sataniche. Si trattò forse di rapporti con i ragazzini consumati insieme ad altri esponenti dell’aristocrazia parigina, Proust docet. Il conte finì a processo e in prigione per cinque mesi. Nessuna donna della buona società l’avrebbe mai più sposato e coperto. Non avrebbe avuto alcun senso per lui continuare a sopravvivere a Parigi, bandito dai salotti e dal contesto sociale.

Arrivò a Capri e fece costruire Villa Lysis, vivendo con l’amante romano Nino Cesarini. Continuò a condurre le sue orge nella grotta di Matermania, per poi suicidarsi con champagne e cocaina nel 1923. Sembra un romanzo di Pitigrilli. Nel frattempo, Villa Lysis era divenuta il centro culturale ed estetico dell’isola. Nino Cesarini la ereditò da Fersen e la mise in affitto per coprirne le spese. I locatari erano esponenti della cultura omosessuale internazionale, attratti dalla leggenda e dallo scandalo di quei luoghi. Fino a quando la sorella del defunto nobiluomo, Germaine, sposata a Napoli e diventata Marchesa di Bugnano, appoggiata dal governo fascista per cui suo marito era in prima linea, buttò fuori tutti.

Capri, pianta in vaso
Capri, pianta in vaso
Capri, il giardino del Quisisana
Capri, il giardino del Quisisana
Capri, Quisisana - lo scalone
Capri, Quisisana – lo scalone
Capri, Quisisana, la discesa verso il giardino
Capri, Quisisana, la discesa verso il giardino
Capri, Quisisana, il patio sulla via
Capri, Quisisana, il patio sulla via
Capri, la passeggiata verso Villa Malaparte
Capri, la passeggiata verso Villa Malaparte
Capri, Villa Malaparte
Capri, Villa Malaparte

Carlo Mazzoni

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

CONDIVIDI
Facebook
LinkedIn
Pinterest
Email
WhatsApp
twitter X