cartelli appesi ai cancelli della scuola di Via Vivaio
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La fine annunciata della scuola di via Vivaio e di un metodo inclusivo resistito mezzo secolo

Perché l’istruzione, i bambini e le famiglie sembrano importare così poco al Comune di Milano? Una scuola che trasloca in un edificio non adatto, un’altra che chiude all’improvviso per mancanza di iscritti

La scuola media Vivaio è un’istituzione a Milano

Il 29 aprile scorso la scuola media Vivaio aveva organizzato una giornata di giochi al centro Sportivo Saini: salto in alto, in lungo, 100 metri – un classico primaverile. La mattina aveva piovuto ma il cielo prometteva schiarite e Luca Manieri ha deciso di portare comunque suo figlio Adam. Quando è arrivato si è presto reso conto che non ci sarebbe stato nessun altro ragazzo in carrozzina per gareggiare con Adam perché i suoi compagni disabili erano rimasti a casa. 

Luca si è rivolto agli insegnanti, chiedendo come avrebbe fatto. Non c’è problema – gli hanno risposto – abbiamo portato quattro carrozzine dove siederanno altri bambini normodotati e Adam la sua gara la farà comunque. «La Vivaio è anche questo – racconta Luca Manieri nel corso della nostra conversazione – una scuola nella quale gli insegnanti sono in grado di prevedere e di agire perché non nessuno si senta mai escluso».

La scuola media Vivaio di Milano, all’interno dell’Istituto dei Ciechi

Ospitata all’interno dell’Istituto dei Ciechi, dal 1975 accoglie, accanto agli studenti non vedenti, alunni vedenti e dal 1979 ha attivato una sperimentazione musicale. Io provai a entrarci nel 1990 cantando Noi puffi siam così ma la mia performance deve essere risultata pietosa perché non fui ammessa. Della mattina della prova ricordo però il cortile dell’edificio e l’aria serena che si respirava nel via vai.

Per me, come per ogni ragazzo o ragazza nata e cresciuta a Milano, dire ‘via Vivaio’ vuol dire la scuola di Via Vivaio. Una realtà della quale, anche chi non ci andava, poteva sentirsi orgoglioso, perché simbolo di una città che ospita nel suo cuore più antico e pregiato, differenze e fragilità, e lo fa con la bellezza, al suono di pianoforte e violini.

La scuola di via Vivaio non è una scuola per ricchi

La scuola di via Vivaio, credo valga la pena sfatare ogni dubbio, non è una scuola per ricchi e nemmeno solo per chi abita nella prima cerchia. Gli alunni disabili provengono da ogni quartiere della città e la maggior parte degli alunni normodotati abita in altri municipi. Adam ad esempio ha i genitori separati, la mamma vive in via Palestro, il papà in Bande Nere. «Sì, per noi può sembrare comoda ma Adam tre volte a settimana va al Don Gnocchi prima che suoni la campanella per fare riabilitazione». 

Adam è affetto da una encefalopatia malformativa non degenerativa, come spiega il padre. «Il che vuol dire – chiarì il medico al momento della diagnosi, quando il bambino aveva dieci mesi – che può solo migliorare». Adam oggi sta iniziando a camminare con un deambulatore e parla grazie alla comunicazione per immagini e dei pulsanti vocali. «Alla primaria ci avevano detto che il deambulatore era di intralcio e che la scuola non era un centro di terapia – ricorda Luca Ranieri – da quando è alla Vivaio io non ho mai visto mio figlio così felice di andare a scuola e così tanti ragazzi che lo salutano e lo abbracciano quando lo vedono arrivare».

Scuola di via Vivaio, Milano: su 242 alunni ci sono 45 bambini diversamente abili certificati

Raccontare la storia di Adam potrebbe risultare controproducente perché è facile vederne solo il lato umano, di una comunità invincibile che accoglie chi ha difficoltà e lo mette alla pari. Di ragazzini cresciuti nel rispetto e nella condivisione. Si potrebbe pensare che Adam sia un caso isolato, una bella eccezione, ma alla Vivaio, su 242 alunni ci sono 45 bambini diversamente abili certificati. «Non è un numero normale – contesta Manieri – ma oltre quattro volte superiore rispetto alla media statale».

Milano, la scuola di via Vivaio: affitti da pagare e ricorsi al Tar

Purtroppo la storia di Adam, con tutta la sua umanità, si inserisce in un racconto più ampio fatto di affitti da pagare e ricorsi al Tar. Una battaglia iniziata nel 2021 che da un lato vede il Comune di Milano rescindere il contratto con la Fondazione Istituto dei Ciechi per l’affitto dello stabile e intraprendere i lavori di messa a norma di un altro edificio scolastico situato in Viale d’Annunzio, sulla Darsena, dove la scuola dovrebbe trasferirsi a partire da settembre obbedendo a una sentenza della Corte dei Conti che non consente al Comune di sostenere affitti in perdita per le strutture scolastiche quando ci sono edifici vuoti di proprietà della città a disposizione. Sul fronte opposto i genitori che, dopo vari sopralluoghi e incontri con l’amministrazione, non riconoscono il nuovo stabile idoneo alle necessità dei ragazzi.

Docenti e genitori contro le scelte del Comune di Milano sulla scuola di via Vivaio

Luca Manieri ha scritto una lunga lettera all’attuale dirigente scolastico, Lorenzo Alviggi, elencando tutte le criticità riscontrate in seguito all’ultima visita effettuata il 14 giugno scorso. Manieri non tralascia nulla: l’area sosta per i pulmini dedicati al trasporto disabili, non sufficiente, al contrario di via Vivaio dove c’era a disposizione un cortile interno; la rampa di ingresso posto a piano rialzato la cui pendenza del 7% non consente l’autonomia del ragazzo in carrozzina; i servoscala che creeranno code e malessere; i corridoi, la cui ampiezza inferiore rispetto a via Vivaio (tre metri contro cinque) non consentirà la realizzazione delle isole di co-educazione, uno dei pilastri del metodo Vivaio. 

«Le isole – illustra Manieri nella lettera – sono spazi creati nei corridoi in corrispondenza delle porte, tenute sempre aperte, delle classi. Queste isole sono state pensate per dare un’idea di continuità e sono utilizzate da disabili, spesso accompagnati anche da qualche alunno non disabile (altro concetto del metodo Vivaio per rinforzare il senso di totale condivisione e inclusione) dove spesso gli stessi insegnanti interagiscono in tempi diversi. Questo non sarà più possibile. Il Comune ha comprato dei tavoli a forma triangolare con il lato lungo appoggiato alle pareti delle classi. In pratica i ragazzi saranno seduti, se utilizzati, non più intorno a un tavolo (perché matematicamente non più possibile) ma tutti seduti davanti a una parete come se fossero in punizione. In quella posizione non c’è nessuna visibilità verso l’interno delle classi. Perdiamo il senso di inclusione e continuità che caratterizza il metodo di co-educazione della Vivaio».

Angelo Moratti, presidente di Special Olympics 

La posizione dei genitori è supportata anche dal 75% degli insegnanti che ritengono difficile riuscire ad applicare un metodo sviluppato negli anni nella nuova struttura. Il Comune non fa marcia indietro, soprattutto dopo aver investito nella ristrutturazione del nuovo stabile oltre un milione e mezzo di euro. Intanto in via Vivaio ci sono gli scatoloni e iniziano ad arrivare i camioncini per il trasloco. 

Angelo Moratti, presidente di Special Olympics che ha come obiettivo l’inclusione delle persone con disabilità intellettive grazie allo sport e componente del comitato dei genitori, quando parliamo su Zoom mi dice: «Non c’è stata la volontà di portare avanti il progetto educativo e questo è stato evidente con l’allontanamento l’estate scorsa dell’ex dirigente, la dottoressa Laura Lucia Corradini, che si è sempre opposta al trasferimento». 

Il suo statuto consente alla scuola di via Vivaio, a differenza di ogni altra scuola pubblica, di poter assumere i docenti in autonomia e di non dipendere dalle assegnazioni dello Stato. Un’autonomia che ha dato fastidio anche al sindacato. «Milano è una città ricca, con tanti imprenditori che si potrebbero impegnare per mantenere viva un’eccellenza come è via Vivaio, riconosciuta anche all’estero, ma il Comune questa strada non l’ha voluta percorrere», mi dice Moratti.  Gli chiedo se come imprenditori sarebbero disposti ad adoperarsi per il salvataggio della scuola e mi risponde che «sì, certamente». Perché non si è tentato? Forse il Comune è sordo o forse la voce degli imprenditori mecenati non si è alzata abbastanza?

Laura Corradini, l’ex dirigente scolastico di via Vivaio

Laura Lucia Corradini è una donna combattiva che non si dà pace per salvare una scuola che «per capirla bisogna viverla. È un luogo unico perché è un posto dove la disabilità è la normalità». La richiesta di diventare dirigente della Vivaio le era arrivata direttamente dalla preside precedente, Amanda Ferrario, nel 2018. «Mi era stato detto di prendermene cura perché la Vivaio era un bene, un valore da custodire» ricorda. Parlando, l’ex dirigente, ripercorre le tappe della vicenda: «Che l’affitto sarebbe scaduto si sapeva da tempo ma da parte del Comune non c’è stato alcun tipo di previsione né l’intenzione di trovare un’alternativa in co-progettazione con le famiglie e i docenti. La vicesindaca Scavuzzo è venuta a visitare la scuola la prima volta nel febbraio 2022».

Laura Corradini definisce l’operato del Comune come un atto di prepotenza: «A scuola lo definiremmo bullismo». Come per i genitori con i quali ho parlato, per Laura Corradini la soluzione non è rimanere a tutti i costi in via Vivaio ma trovare un’alternativa adatta. «La normativa dice che si possono pagare affittanze passive se non ci sono edifici adeguati e la scuola di viale D’Annunzio non lo è. È un labirinto di scale su quattro livelli con porte tagliafuoco ovunque. La Vivaio è una realtà di condivisione e autonomia che ciascuno sviluppa in base al proprio potenziale e l’ambiente di apprendimento è imprescindibile rispetto alla proposta educativa. Spostare la Vivaio in Viale d’Annunzio vuol dire mandare all’aria quarantacinque anni di esperienza». 

La Fondazione Istituto dei Ciechi

C’è un terzo attore in questa vicenda, la Fondazione Istituto dei Ciechi, proprietaria dello stabile che ospita da sempre la Vivaio e che secondo la stessa Corradini ha fatto tutto il possibile perché la scuola rimanesse. «Altri al posto loro ci avrebbero sbattuti fuori. È da un anno che non ricevono l’affitto pattuito e si erano detti disposti a tenerlo ben sotto il valore di mercato». L’edificio dell’Istituto si trova in una zona di pregio e la rendita che ne deriva dall’affitto dei locali serve a sostenere le attività che svolge a sostegno delle persone non vedenti: mille tra ricoverati e ai servizi domiciliari e 450 ragazzi seguiti nelle scuole di ogni ordine e grado. Quando la scuola andrà via, se così sarà, l’Istituto è intenzionato a mantenere la stessa destinazione d’uso e si augura di ospitare un nuovo progetto educativo attento alle disabilità. Sarà però necessariamente un’esperienza privata, un privilegio di pochi. Nessun fiore all’occhiello di cui un’amministrazione si potrà vantare.

L’asilo di via Spiga e il deserto del quadrilatero

Il caso della scuola Vivaio è particolare, per il metodo, la storia e perché, effettivamente, per il Comune rappresenta un costo che evidentemente non vale la pena sostenere per consentire a un progetto educativo così unico di resistere. Caso diverso è quello della scuola dell’infanzia di via Spiga, la cui chiusura è stata annunciata pochi mesi fa. La ragione: ci sono pochi bambini iscritti perché in centro non vivono più le famiglie. «Nel quadrilatero è ovvio che l’utenza sia bassa» – ammette Ippolito Ferrario, padre di uno dei bambini che ha appena concluso il primo anno, ma togliere i servizi scolastici significa drammatizzare la gentrificazione urbana del centro di questa città. Ai bambini rimasti senza scuola il Comune ha offerto delle alternative poco distanti, come la struttura all’interno del parco di Porta Venezia. «È stato prepotente il modo in cui il Comune ha gestito la vicenda, come l’ha comunicato e il poco rispetto riservato alle famiglie».

La contraddizione del quadrilatero: Montenapoleone e Sant’Andrea 

Ferrario è proprietario di due negozi di moda e riconosce che dal punto di vista economico e commerciale la zona non potrebbe vivere miglior momento: «Ci sono nuove aperture, come l’hotel Ferragamo, gli affitti sono sempre più alti, è un quartiere ambito a livello internazionale. Nello stesso contetsto, a livello di qualità della vita per chi ci vive, la situazione peggiora di giorno in giorno. Montenapoleone e Sant’Andrea esteticamente sono problematiche: traffico, macchine e motorini dappertutto. Di pedonalizzare la zona non se ne vuole nemmeno parlare però perché l’associazione dei negozianti – ovvero Montenapoleone District – è contraria, eppure sarebbe una vera svolta». 

Noda della redazione.

A luglio 2023, il Comune ha dato avvio ai primi lavori di rigenerazione del centro, cominciando dalla riapertura di Piazza San Babila, con fondi pubblici. Il progetto in proposizione per il rifacimento della pavimentazione di Montenapoleone, e di alcune vie limitrofe, proposto da Montenapoleone District con finanziamento privato da parte di uno sponsor (un’azienda concessionaria di spazi pubblicitari su strada) prevede di mantenere il transito delle macchine. Studiando il progetto, non si rilevano spazi per la piantumazione di alberi.

Ippolito racconta che durante un incontro con le famiglie e l’amministrazione comunale era girata la voce che al posto della scuola d’infanzia sarebbe subentrata una scuola di moda privata e un possibile Museo della Moda. Il presidente del Municipio 1, Mattia Abdu, lo nega: «Dovremmo fare un bando di assegnazione, cosa che non si sta facendo. Intanto, le scuole elementari e medie restano. In tutta la zona c’è un problema di frequentazione: abbiamo 250 posti liberi nelle materne; mentre mancano i nidi. Rispetto al passato le famiglie scelgono di mandare i figli più vicino a casa. Si è cercato di contrastare il pregiudizio molto radicato un tempo, che voleva migliori le scuole del centro rispetto agli istituti periferici, cosa non vera» .

«Il centro di Milano è sempre più caro – continua Abdu – più adatto a single, a residenti temporanei, è un fenomeno di gentrificazione che il Comune può bloccare fino a un certo punto. Sui tempi sono d’accordo: abbiamo un’amministrazione che rischia di lavorare più sulla contingenza che sulla pianificazione. Perché non si è fatto nulla per cercare di arrestare questo processo negli ultimi dieci, quindici anni?»

Cristina Renzoni, Piazze scolastiche | Reinventare il dialogo tra scuola e città 

Tra gli aspetti critici della sede di Viale D’annunzio destinata alla scuola Vivaio evidenziati da genitori e docenti c’è l’ingresso, affacciato sul controviale e senza spazio sufficiente agli otto pulmini che tutte le mattine accompagnano gli studenti disabili. Questo aspetto mi ha fatto riflettere più in generale su cosa rappresenta lo spazio di ingresso e uscita dalla scuola, dove i ragazzi si incontrano, si salutano, si fermano per chiacchierare e pianificare i pomeriggi. Uno spazio non sempre presente, soprattutto nel caso degli edifici del centro affacciati sulla strada e comunque spesso risicato, dedicato alle auto dei genitori ferme in doppia o tripla fila. 

Cristina Renzoni è professoressa di Urbanistica al Politecnico di Milano e autrice, assieme a Paola Savoldi e Paolo Pileri del libro studio Piazze scolastiche | Reinventare il dialogo tra scuola e città edito da Corraini nel 2022 basato sulle esperienze e gli interventi messi in atto a Milano e Torino per trasformare gli spazi davanti alle scuole da luoghi spesso anonimi in luoghi belli, educativi e inclusivi. Ho voluto parlarle perché, partendo dall’approccio che Milano ha verso le piazze scolastiche, si può cercare di rispondere alle domande più ampie che mi sono posta scrivendo questo articolo. Ovvero: che rapporto ha il Comune di Milano con l’istruzione? Come considera le scuole e chi le frequenta? È presente l’idea e la consapevolezza che è da lì che si creano i futuri cittadini o gli abitanti importanti sono solo quelli che vanno e vengono, mangiano, bevono e affittano finché è di moda? Renzoni mi aiuta nel ragionamento. 

«Riconoscere lo spazio antistante le scuole è una sfida, non solo in vista della città dei 15 minuti che si dice di voler costruire ma anche dal punto di vista della qualità dello spazio davanti ai servizi collettivi dei quali la scuola è il principale. Milano al momento riconosce solo in parte questo spazio con il progetto “Piazze aperte per ogni scuola” inaugurato nel 2018. A Barcellona, per fare un esempio, da dieci anni è attiva una politica pubblica che sarà in programma fino al 2030 e prevede interventi capillari e diffusi di urbanistica tattica davanti a tutte le scuole della città. Decidere di mettere o meno le scuole al centro di un progetto di rigenerazione urbana che per forza di cose coinvolge la sicurezza, la ciclabilità, l’autonomia dei più piccoli e il verde, è un’operazione strategica che indica chiaramente che certa idea di futuro un’amministrazione ha in mente per la propria città»

Claudia Bellante

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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