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Tik Tok Tak: satira e iconografia di una nuova classe politica

È disponibile la nuova fanzine pubblicata da Cesura. Il duo Luca Santese e Marco Valli fotografano senza pietà luci e soprattutto ombre dei volti in campagna elettorale. 

«Ogni campagna elettorale è considerata La Peggiore Campagna Elettorale Di Sempre. Quella per le elezioni del 25 settembre 2022, tuttavia, è stata diversa dal solito. E non nel senso di migliore o peggiore; semplicemente, non è mai iniziata davvero». 

Si apre con queste parole di Leonardo Bianchi TIK TOK TAK, l’ultima fanzine a opera della coppia ormai consolidata Luca Santese e Marco Valli – il primo tra i co-fondatori del collettivo Cesura nel 2008, il secondo parte di questo dal 2011. Il lavoro rappresenta, in maniera impietosa, grottesca, tutt’altro che edulcorata e propagandistica, luci e soprattutto ombre dei volti quasi fiabeschi che si sono sfidati nell’agone politico durante l’estate 2022. 

A fare la differenza in questa campagna elettorale è stato anche l’approccio digitale, con lo sbarco dei candidati su TikTok, in cui praticamente chiunque ha dimostrato di non averne capito il linguaggio – e non stupisce, non solo per età anagrafica, ma anche per la scarsa capacità di ascolto. «L’unico ad aver sbancato davvero–scrive ancora Bianchi–con video che hanno sfiorato i 10 milioni di visualizzazioni, è colui che per qualche strano motivo ha storpiato il nome della piattaforma in Tik Tok Tak – da cui ovviamente deriva il nome di questa fanzine».  Silvio Berlusconi, che inaugura con il suo faccione questo nuovo progetto. 

Nemo propheta in patria

L’iconografia e la narrazione proposte da Valli e Santese, inizialmente snobbate in patria sono finalmente apprezzate anche in Italia.  Tutto è iniziato dal TIME nel settembre 2018, che scelse il volto di Salvini scattato da Valli per la copertina del magazine americano, dopo che il politico stesso se ne era appropriato, trasformando nuovamente in propaganda quella che era contropropaganda. «Sicuramente» spiega Santese, «più persone e addetti ai lavori si sono accorti del lavoro, grazie a quella connessione Italia-Usa da cui dobbiamo dipendere, per cui se un giornale americano accetta un certo tipo di estetica, quello italiano che non l’ha considerata l’accetta poi cinque anni dopo.» Il progetto prosegue con questo nuovo capitolo, e chissà che un giorno non divenga archivio di Stato, documento di una Terza Repubblica che avrà segnato la Storia d’Italia.

L’immagine della politica come terreno di ricerca

Come è iniziata la vostra collaborazione sul tema politico e come avete trovato la sua cifra stilistica?

Marco Valli – Io e Luca, prima di collaborare, lavoravamo singolarmente a progetti sulla politica italiana: Luca dedicandosi a tutto il mondo legato al personaggio Berlusconi; io, da buon brianzolo, ho seguito la Lega per più di dieci anni. Verso la fine 2017, in vista delle elezioni e della campagna elettorale, abbiamo deciso di metterci insieme: avendo seguito entrambi negli anni precedenti manifestazioni la cifra stilistica già esisteva, quindi eravamo perfettamente coordinati. Abbiamo cominciato a fotografare i politici per vendere le immagini ai giornali, senza grande successo.

Il materiale però ci piaceva molto. Una notte, dopo aver seguito un comizio di tre ore di Berlusconi al Teatro Manzoni di Milano, tornati a casa esausti ci siamo messi a impaginare Boys Boys Boys [ndr. il primo capitolo del lavoro Realpolitik, seguito da Popolopopolo, sulla nascita del governo giallo-verde, e da altri due volumi sui sostenitori dei due partiti al potere, Lega Nord Party e MoVimento Lento]. Abbiamo capito che la Terza Repubblica sarebbe stata un’occasione, e abbiamo continuato a seguirla, cercando di far uscire le pubblicazioni in tempo quasi reale. Con la pandemia la politica si è congelata, e noi abbiamo lavorato a un documentario sul Covid in Italia, che uscirà il prossimo anno. 

Le origini dell’iconografia di una nuova classe politica

Luca Santese – Con la Terza Repubblica ci si offriva la possibilità di lavorare fin dalle origini all’iconografia di una nuova classe politica, ed è da lì che è cambiato radicalmente tutto: dalla fine del berlusconismo e dei governi tecnici, si è sempre più intensificata questa presenza di immagini video attraverso YouTube e gli altri social. Se le prime manifestazioni che seguivamo tanti anni fa erano con tanta gente in piazza, con un rapporto fisico nonostante la televisione avesse già da anni annientato le folle oceaniche, con i social il rapporto diventa filtrato. La cosa più interessante era l’aspetto di rappresentazione.

Dall’essere rappresentato attraverso dei tecnici o dei critici, dei produttori di immagini, il politico ha cominciato a dare forma alla propria immagine, diventando egli stesso produttore ed editor della propria propaganda. Il nostro gioco e intervento è stato prima di tutto una riappropriazione del ruolo, ponendoci come mediatori e produttori di fotografia politica contemporanea, in opposizione radicale con quella che il potere stesso produceva di sé. Quindi, immagini e non di propaganda, ma con una prospettiva satirico-critica. 

MV – I politici hanno scavalcato i media e i giornalisti, sono diventati media essi stessi, che danno per primi le notizie che li riguardano. Per quanto riguarda le piazze fisiche, io mi ricordo un momento particolare, una manifestazione della Lega a piazza del Popolo a Roma intorno al 2019, in un periodo in cui Salvini era al massimo del consenso. A un certo punto ho guardato i manifestanti dal palco e ho pensato che di fronte a noi non c’era più la Lega di una volta, ma c’era l’Italia, quella vera. Seguendo questa campagna elettorale ci siamo resi conto che anche la destra di oggi si è trasformata in questo senso. Per questo motivo è stato più iznteressante ma anche più difficile scattare, perché non ci sono più i freak della destra a cui eravamo abituati, è una rappresentazione molto più nazionale. 

A proposito del vostro progetto, TIK TOK TAK, lo sguardo non è tanto sulla massa, ma sui volti politici. 

LS – È così perché anche nella trilogia di Realpolitik anche Boys Boys Boys inizia con un focus su di loro. Qui è come se ripartisse la narrazione sul modello del primo giro, però con dei cambiamenti dal punto di vista stilistico e di editing fotografico. Lo stile con cui lavoriamo nel tempo evolve, perché anche noi ci stanchiamo nel fare le stesse cose, e siamo contenti infatti del cambiamento che c’era stato già tra Realpolitik e Il Corpo del Capitano [ndr. il lavoro in bianco e nero dedicato a Matteo Salvini uscito nel 2018]. Inoltre c’è di mezzo anche la vicenda dello sbarco di Berlusconi e degli altri politici su TikTok: il nostro è come se fosse un TikTok di carta, in cui reinterpretiamo l’immagine dei politici. Immagine con cui loro, proprio attraverso i social, bombardano l’elettorato. 

Per fare vignette satiriche si parte da un foglio bianco e le possibilità sono infinite. Come si fa satira con la fotografia?

LS – Si fa come nell’illustrazione. È vero, lì hai il foglio bianco, che spesso può essere ancor più nemico rispetto ad avere un soggetto davanti. Quello su cui abbiamo insistito nel Corpo del Capitano, e ancor di più stiamo facendo adesso, è trovare una cifra stilistica fotografica che fosse in grado di ‘caricaturare’, attraverso un certo tipo di lenti, di luce. Stare vicini se ci è possibile ci permette di modificare l’espressività dei soggetti, fino quasi a renderli dei fumetti. Conte ha delle espressioni di un certo tipo, un Renzi, un Calenda e così via, sembrano citazioni umane di personaggi archetipici della comicità, del fiabesco, del racconto, dal gatto e la volpe alla fata turchina. Alla fine è una fiaba anche quella che raccontano loro.

MV – È importante sia la fase dello scatto che quella dell’editing, della scelta della foto, della microespressione, e la messa in sequenza, che si gioca nella fanzine su diversi livelli di lettura: dal più satirico e più leggero, dal più comprensibile a quello che forse solo io e Luca capiamo. Ci piace molto giocare con le immagini. Noi poi non siamo degli appassionati di satira contemporanea, ma siamo dei grandi appassionati di commedia, soprattutto all’italiana, quindi ci viene anche facile creare quel tipo di sapore.

A proposito di editing: quante immagini scattate sul campo, per poi selezionarne così poche? Nella fanzine c’è praticamente un’immagine per personaggio.

LS – Scattiamo migliaia di immagini ogni volta, per portare a casa una diversificazione di espressioni: per noi che mandiamo oggi molte di queste foto ai giornali è utile avere diversi tipi di narrazione possibili. Poi, nell’editing per il nostro lavoro personale scegliamo le foto che raggiungono sotto tutti i vari aspetti – quello estetico, quello narrativo e così via – raggiungono un apice dal punto della satira, dell’estetica e anche della tragedia. Noi le consideriamo iconografia: anche noi che siamo per così dire dei novizi riguardiamo le nostre prime foto, quelle di Realpolitik, e le consideriamo, tra virgolette e modestamente, in qualche modo “storicizzanti”. Sono un organico di un tempo che ormai sta cambiando e sta passando: la parte documentaria rimane centrale e questo la fotografia lo garantisce in modo esplicito rispetto alla vignetta. 

MV – Noi ci relazioniamo molto coi giornali. Quando è nato questo progetto all’inizio non ci compravano mezza foto, o quasi. Ora la richiesta è salita, e tra le immagini che scattiamo ci sono quelle che finiscono in archivi per la distribuzione editoriale, nazionale e internazionale, e altre che invece ci teniamo strette per le nostre fanzine e volumi.

Il rapporto tra fotografo e soggetto: umano e politico

Avete lavorato lungamente su Salvini e sono passati esattamente due anni dalla pubblicazione del progetto dedicato a lui. Oggi vi sembra avere lo stesso potere mediatico?
MV – Per tutti è più facile mettere un follow che toglierlo. Salvini ha perso molto in engagement, non ha più quella presa, anche se i numeri sono gli stessi forse perché non ha mantenuto le promesse: nel 2019 le sue pagine Instagram e Twitter erano un vero e proprio media. Ma se fai delle cazzate prima o poi se ne accorgono tutti.

LS – Era all’apice e si è bruciato con la pandemia, ma credo sia tutto ciclico. La pancia italiana prima idolatra e poi cancella, è nel suo DNA da sempre, è già successo. È stato anche tanto al governo, ma poi cos’è cambiato? La bandiera di coerenza meloniana ora sembra abbia vinto sulla pancia. 

Come state lavorando o lavorerete su Giorgia Meloni? Il fatto che sia una donna cambia in qualche modo il vostro sguardo?

LS – È lo sguardo della Meloni che cambia verso di noi, al massimo. Con noi e soprattutto con Marco è sempre stata molto disponibile ad avvicinarsi e a farsi fotografare.

MV – Sì, anche in mezzo a decine di fotografi e operatori. Non cambia il nostro sguardo, cambia quello del soggetto. O meglio, il nostro sguardo è cambiato nel tempo, siamo diventati più cattivelli rispetto a prima, più dark, ma è lo stesso per tutti. Non dico che si tratta di figurine, ma nella fase di editing lo diventano, sono ‘ingombri’ di pagina. 

LS – La cosa importante è che noi lavoriamo sull’immagine dei politici, l’essere umano è su un livello diverso. Quello con cui dialoghiamo è l’immagine che danno di sé, è la superficie che ci interessa. È il politico Meloni che ci interessa, sono gli strumenti di propaganda. Tutti i politici sono stati fotografati allo stesso modo. Se e quando c’è eventuale sessualizzazione, un ammiccamento, è sempre orizzontale, non c’è differenza. Pensa al Di Maio orgasmico delle prime fanzine. 

Una narrazione altra e opposta a quella della comunicazione politica

La vostra fotografia è contropropaganda? Può avere lo stesso potere della propaganda? 

MV – No, per i numeri e i media al servizio. La propaganda è sempre più forte, anche storicamente. Noi non puntiamo a fare una contropropaganda che cambi le sorti del Paese, ma piuttosto il modo di vedere i politici. Il tentativo è creare una narrazione opposta a quella della comunicazione politica. 

LS – Striscia la Notizia propone una sorta di satira che mira a ridicolizzare in superficie, ma di fatto non esprime un pensiero critico, mira a divertire. Quello che proviamo a fare noi è, con un linguaggio sottile, a fare critica attraverso l’immagine e soprattutto attraverso l’editing. Non è esplicita, è uno strato che lavora più in profondità, e magari rivolto a uno sguardo futuro se osservato questo lavoro potrà dare più consapevolezza su questo presente, che nel fluire della realtà sfugge ai più.

MV – Vorremmo ci fosse per il futuro e per i posteri un’iconografia della politica che non sia solo quella che viene restituita da TV e giornali. Di per sé tutto quello che abbiamo scattato fino a oggi è un archivio disponibile per testate e photoeditor nazionali e internazionali, e diventa spesso mostre e installazioni, nelle quali noi giochiamo sulle dimensioni e i formati. 

LS – Ci piacerebbe che in futuro fosse consultabile, è questa la nostra responsabilità di documentaristi: in un futuro quasi distopico potrebbe diventare per paradosso archivio di Stato. A questo punto, se dovesse diventare mainstream, dovremo creare un’iconografia opposta.

Alessandra Lanza

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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