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Non è un pranzo di gala, indagine sulla letteratura working class Lampoon
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Raccontare il lavoro: quando scrivere è questione di classe

I piedi nella realtà, il culo sulla sedia, la penna sulla carta. La letteratura working class secondo Alberto Prunetti

Il lavoro, l’attività più odiata dall’uomo

Parafrasando l’incipit di un piccolo volume di Giuseppe Rensi dal titolo Contro il lavoro (recentemente ripubblicato da WoM Edizioni) potremmo ricordare che il problema del lavoro, come molti dei problemi che maggiormente interessano l’umanità, rimane drammaticamente insolubile, sia dal punto di vista morale che dal punto di vista economico sociale. Molti di noi passano la quasi totalità delle ore della propria giornata occupati in attività che più o meno li soddisfano, prevalentemente li angosciano o li incatenano in luoghi spesso detestabili, spesso non li gratificano neanche dal punto di vista economico o del valore personale.

D’altra parte, chi non ha un impiego perché escluso da un mondo del lavoro che lascia molti giovani o donne senza la possibilità di trovare occupazioni degne di questo nome, vive ugualmente uno stigma sociale che non gli permette di vivere la propria libertà.

Il lavoro è uno dei temi che più ci riguarda, ancora più dell’amore, della morte o della malattia. Eppure, la letteratura non sempre ha trovato interesse nell’occuparsene. E, quando lo ha fatto, è stato spesso provando a inquadrare l’argomento con un occhio spesso non interno al problema, ma lontano e ingannevole. Oggi, forse, le cose potrebbero cambiare.

Uno spettro nel mondo dell’editoria – intervista a Alberto Prunetti

«Uno spettro si aggira nel mondo dell’editoria tra le due sponde dell’Atlantico, turbando i sogni di chi aveva proclamato che la classe operaia non esiste più, che neanche la società esiste e che a tutta questa merda non c’è alternativa. Questo spettro, evocato di tanto in tanto, continua a battere colpi e la sua presenza inizia a manifestarsi nel campo letterario, nell’industria editoriale, nella critica dello stato dell’arte». L’introduzione del nuovo volume di Alberto Prunetti Non è un pranzo di gala, Indagine sulla letteratura working class (minimum fax, 2022) sembra avvisare che l’ora è giunta. È il momento di mappare quello che sta succedendo nella letteratura che parla di lavoro e, in modo particolare, in quella che lo fa usando la lente della classe. Per prima cosa infatti Prunetti, autore già di Amianto (Alegre, 2014), 108 metri (Laterza, 2018) e Nel girone dei bestemmiatori (Laterza, 2021), traduttore e direttore della collana Working Class di Edizioni Alegre, ci tiene a fare alcune dovute precisazioni. «È diventato importante per me – scrive – distinguere tra letteratura working class e letteratura sul lavoro perché quest’ultima etichetta, contenutistica, tematica, sta diventando un termine ombrello in cui si smarmella tutto assieme: il diario di fabbrica e l’apologia del capitano d’industria, il piantino del piccolo imprenditore costretto a chiudere (per colpa dei soliti cattivoni cinesi) scritto dopo l’aperitivo in uno stabilimento balneare della Versilia e le lacrime agre degli operai licenziati che non sanno come pagare il tetto dei propri figli».

Questione di classe

Fare letteratura working class significa invece non farsi rappresentare dalla narrazione borghese, sentire un impegno di responsabilità nei confronti delle persone di classe lavoratrice, raccontare l’oppressione non dall’alto e con una visione parziale ed esterna. Spiega ancora Prunetti: «Ogni dimensione oppressiva, che sia di classe, di genere o razzializzata, si può raccontare in due modi diversi: con i piedi fuori o dentro l’oppressione, da una posizione di relativo comfort o con le ferite di classe che sanguinano». Quella che Prunetti cerca in tutti i modi di combattere con le sue pagine accese e la scrittura tagliente è l’idea radicata e difficile da smantellare che tutta la cultura sia sempre borghese e che il suo immaginario si esprima proprio nei romanzi e nell’arte. Alle classi popolari, in questa visione, toccherebbe al massimo fare la rivoluzione, quella vera, fatta di cartelli e striscioni e non di libri o pièce teatrali.

Chiamiamola con il suo nome: classe

«Rivendicare l’uso del termine classe – ci spiega – significa utilizzare un approccio ben preciso, che presuppone l’esistenza di gruppi sociali omogenei tra di loro ma conflittuali con le parti avverse. Spesso il lavoro, invece, nella narrazione neoliberista è quella grande barca in cui stiamo tutti insieme. Peccato che da sempre alcuni stiano al comando e altri viaggino in terza classe e non sappiano come arrivare a fine mese. Per questo ho deciso di utilizzare e rivendicare questo termine che può apparire forte, class, tipico soprattutto dell’immaginario britannico, ma su cui dobbiamo insistere con fermezza». C’è sempre più bisogno infatti di una auto narrazione della propria subalternità di classe che dia voce direttamente a chi lavora non solo nelle fabbriche ma anche come precario in università o nella cultura o a donne e migranti dei settori della logistica e dei comparti delle pulizie.

In Italia la letteratura working class quasi non esiste

«Sicuramente oggi – ci dice ancora Prunetti – c’è un rinnovato interesse per le tematiche che riguardano il lavoro. Per molto tempo, soprattutto negli anni Novanta, quando il postmodernismo e il minimalismo erano dominanti, il tema era rimasto nelle retrovie, dimenticato dalla letteratura contemporanea. La narrativa è tornata al reale con il racconto del precariato negli anni Duemila. Poi, con la crisi del 2008, che ha segnato una cesura forte, molti hanno abbandonato la narrazione che riguarda i conflitti interiori per concentrarsi su storie che parlano della nostra quotidianità e quindi anche di lavoro». Tra gli esempi di scrittori dal background working class Prunetti cita all’interno del suo libro Stuart Douglas, che con il suo Shuggie Bain si è aggiudicato il Booker Prize nel 2020, il Premio Nobel per la Letteratura Annie Ernaux, il best seller Maid (divenuto ancora più celebre con il riadattamento dell’omonima serie tv Netflix) e, ancora, Alla linea del francese Joseph Ponthus, pubblicato recentemente da Bompiani. E in Italia? «Dal 2012 ho cercato di fare di tutto per inserire l’espressione “classe” in letteratura e di usarla in maniera produttiva e proficua eppure ancora oggi questa parola sembra essere un tabù. Anche le prove di romanzi working class rimangono modeste per quanto riguarda il numero nel nostro Paese», ammette Prunetti. Poche ma buone, verrebbe da dire, menzionando opere notevoli come Works, affresco vastissimo di luoghi e personaggi che riepiloga la vita lavorativa di Vitaliano Trevisan, recentemente scomparso, tra fabbrica, eroina e un mondo della cultura asfissiante e ingrato. O Figlia di una vestaglia blu di Simona Baldanzi, che scava nel passato operaio della madre, impiegata in una fabbrica di jeans, dedicandole un libro che fonde romanzo e inchiesta.

Gli autori di classe media se la scrivono e se la cantano

«Passiamo gran parte della nostra vita lavorando e, oggi, dobbiamo lavorare sempre di più per guadagnare sempre di meno. Il lavoro ha colonizzato ogni aspetto del nostro tempo privato e della nostra vita. Molto spesso, poi, in alcuni ambiti, come per esempio quello culturale in cui io stesso mi muovo, il tempo della vita e quello del lavoro sono completamente sovrapposti. Non si riesce più bene a riconoscere quando si sta lavorando e quando si sta vivendo. È strano quindi che ci sia ancora poca letteratura che parli del lavoro oppresso». Un esempio su tutti è quello della ristorazione. Camerieri, baristi, lavapiatti, cuochi: in Italia c’è un ristorante ogni trecento metri ed entrarci prima o dopo dal lato di chi lavora tocca a molti di noi.

Ascoltare le voci operaie e non solo intellettuali di classe medio borghese

«In questo settore ci sono anche moltissimi ragazzi scolarizzati che, in attesa di laurearsi o anche dopo aver studiato, finiscono a passare anni della loro vita tra sale, banconi e cucine. Ma è un ambito in cui si fatica a trovare qualche racconto che testimoni come si vive e si lavora ogni giorno. In molti pensano che ci sia qualcosa di cui vergognarsi a fare questo genere di lavori e, spesso, appena arrivano in qualche grande grande studio di avvocati o simili, cancellano quelle esperienze dal loro curriculum senza lasciarne nessuna traccia». A questo proposito non può non venire in mente un passo di un romanzo di Giorgio Falco, Ipotesi di una sconfitta, in cui lo stesso autore racconta il suo lavoro in fabbrica evidenziando il senso di una non appartenenza: «loro erano operai veri e operaie vere, confezionavano le merci che poi sarebbero state esposte nei supermercati; noi eravamo studenti, giocavamo a fare gli operai, potevamo occuparci del futile». Ci sono voci operaie, poi, che non arriveranno mai sugli scaffali delle librerie e neanche sui tavoli dei grandi editori perché non riescono a vivere di scrittura e devono mantenersi con lavori materiali che non permettono loro di scrivere. In questo modo il mondo dei libri continua a essere invaso da autori di classe media illuminati. Ma a chi parlano?, si chiede Prunetti. «Parlano a un ristretto gruppo di persone che assomigliano a loro. Se la scrivono e se la cantano, immaginandosi un lettore target middleclass, che è quello che va alle loro presentazioni».

Pacche sulle spalle e poverty porn

«Ci sono paesi – racconta ancora Prunetti – dove la letteratura working class ha preso piede, come la Gran Bretagna o la Svezia e dove il tema è considerato in maniera estremamente seria. Nascono Festival dedicati, si cercano nuove pubblicazioni. Nel nostro Paese il fenomeno non è ancora così diffuso ma necessita già a monte di un approfondimento. Anche quando nascono narrazioni che parlano di working class il pericolo, sempre dietro l’angolo ovunque, sia in Italia che all’estero, è infatti quello di dare in pasto le nostre esperienze di vita proletarie a chi vive nella garanzia del proprio privilegio».

Alimentare il voyeurismo middle-class di chi compatisce le vite dei poveri e assicurarsi qualche pacca sulla spalla non deve essere secondo Prunetti lo scopo di chi scrive libri che rientrano in questo filone. Un lettore middle class che fa il turista nelle vite dei poveri è quanto di peggio ci si possa augurare.

Keep your fucking place

Il rischio c’è ed è quello di mettere una cornice, ingabbiare queste opere con etichette che ne depotenziano l’aspetto di conflittualità e che finiscono per non mettere in discussione il privilegio economico di chi sta in alto. «Se sei nero scrivi di blackness, se sei donna scrivi di questione di genere, se sei working class scrivi di miseria e traumi o non scrivi. Insomma, keep your fucking place». Senza intrecciare, in un’ottica intersezionale, classe e identità, la narrativa non acquista la sua viralità politica.

Rispetto ad altre opere sul lavoro la narrativa working class si impegna invece anche a storicizzare e raccontare il conflitto. «Il problema di molti libri che sono stati scritti e diffusi in Italia, come quelli che raccontano la letteratura del precariato, è quello di rimanere sulla superficie del fenomeno, senza storicizzarlo. Se non si racconta il fallimento del movimento operaio degli anni Settanta non si riesce a comprendere la crisi dei primi Duemila con la conseguente precarietà diffusa che è diventato il dramma dei nostri giorni».

Con il culo sulla sedia e la penna sulla carta

Tra saggio, pamphlet e indagine sui testi che raccontano il lavoro in Non è un pranzo di gala c’è anche la narrazione delle esperienze personali di Prunetti, urlate con ironia e con un certo risentimento («Dopo la laurea non avevo fatto alcun dottorato ma ero finito a lavorare in pizzerie e ristoranti per quasi dieci anni. Avevo anche pulito merda di cavalli in resort di lusso»). E, in appendice, un vero e proprio manifesto per aspiranti scrittrici e scrittori working class: «Scrivete non per vanità, ma per fare il culo al capo. O alla professoressa snob che vi umiliava. O al fighetto con la villa che andava in settimana bianca che vi bullizzava a scuola. I piedi nella realtà, il culo sulla sedia, la penna sulla carta. Dategliene secche».

Alberto Prunetti

È nato a Piombino nel 1973. È autore dei romanzi Amianto. Una storia operaia (Alegre), 108 metri e Nel girone dei bestemmiatori (entrambi Laterza), tradotti in vari paesi. Traduttore e redattore, ha vissuto in Inghilterra lavorando come cleaner, pizza chef e kitchen assistant. Cura per Edizioni Alegre la collana Working Class e fa parte della redazione di Jacobin Italia.

Rosa Carnevale

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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