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La fotografia di Vincent mostra rituali di un corpo in fieri
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Inner di Vincent Ferrané indaga le relazioni tra corpo e spazio, tra fotografo e soggetto 

Qual è il confine tra spazio privato e racconto pubblico? Inner è un progetto sull’intimità, la relazione e l’auto rappresentazione. Vincent Ferrané racconta l’intimità della nostra generazione

Vincent Ferrané: fotografia analogica per il corpo umano

Vincent Ferrané inquadra quello che lo circonda ad una distanza che appiattisce la prospettiva: in primo piano ci sono gesti quotidiani e scorci di corpo della moglie Armelle, in un racconto che rende “fotografabili” anche i momenti più semplici ed inutili della giornata. 

Nella fotografia di Vincent Ferrané (1974, Créteil) la semplicità della vita quotidiana è percepita e fotografata come una performance. Il suo sguardo analogico si sofferma su interni dalla luce soffusa, incontri con persone che vivono con lui – come la moglie Armelle – oppure estranei che trova lungo il suo percorso. Entrando nei loro ambienti domestici esplora tematiche legate all’intimità, la relazione con il proprio sé e lo spazio che ci circonda.

Il fotografo francese comincia la sua carriera nel mondo visivo nel 2004, dopo aver abbandonato l’ambito scientifico-medico della sua educazione. Il suo approccio è caratterizzato da un alto grado di improvvisazione che racconta essere una componente per gestire ogni suo lavoro come se fosse il primo.

Vincent Ferrané analizza l’intimità da vicino attraverso la fotografia analogica

Inner è un progetto personale realizzato durante i vari lockdown a Parigi imposti dalla crisi pandemica del COVID e prodotto nella forma di foto libro dalla casa editrice Art Paper Editions nel Settembre 2022. Il titolo potrebbe essere l’inizio di una qualsiasi frase interrotta, un frammento, così come le immagini sono ritagli di vita privata. Suggerisce il cerchio interno di una relazione, la luce degli spazi intimi, i luoghi interiori. Una serie che analizza l’interiorità e l’intimità tra due persone che condividono lo stesso spazio da molti anni. 

Nonostante i precedenti progetti di Vincent siano scattati per lo più in interni, questa occasione ha reso lo spazio tra l’attraente ed il soffocante, «familiare ma allo stesso tempo angusto e troppo confinato». È in questa dimensione intermedia dove le prospettive si modificano e diventano dinamiche, che si instaura il lavoro dell’artista francese.

«Ho deciso di utilizzare una tecnica fotografica analogica paradossale considerando lo spazio, ovvero un teleobiettivo in uno spazio ristretto, posizionandomi al limite della messa a fuoco per tale attrezzatura. L’idea era di appiattire le prospettive per conferire all’immagine una qualità altamente grafica ma anche molto densa. Far apparire il soggetto costretto all’interno dell’inquadratura».

Vincent Ferrané e la scelta della luce per rappresentare il corpo

 Le immagini sono una serie di ritratti frammentati del corpo della moglie in cui il taglio della luce che entra dalle finestre rende accessibile lo spazio, oltre che fisico, intimo e personale che si costruisce tra il fotografo ed il soggetto. La luce rende il corpo simile ad un paesaggio impossibile da conoscere nella sua totalità ad un primo sguardo, ma che pezzo dopo pezzo, diventa familiare. Combinando luce continua, luce naturale e flash le immagini assumono un effetto pittorico dove ogni colore è illuminato ed ogni dettaglio, anche nelle zone di scarsa illuminazione, diventa visibile.

«I gesti quotidiani sono considerati dettagli di un intero al quale non abbiamo accesso. Non avremo mai una visione d’insieme, solo elementi troncati. Non si tratta di ritagli, ma piuttosto di scelte ponderate nell’inquadratura per trovare un angolo dove, senza svelare tutto, suggeriamo quanto più possibile».

La fotografia analogica non naturalistica di Ferrané

La visione da un lato intima e dall’altro frammentaria nelle fotografie di Vincent Ferrané crea scenari a metà tra il naturale e la messa in scena. Quelli che sembrano i gesti spontanei di sua moglie nella loro casa, diventano immagini definite “non naturalistiche”, movimenti stabiliti in precedenza di fronte alla fotocamera, momenti sospesi che fuggono una narrazione precisa e continua, e si inseriscono come pause tra due azioni.

La messa in scena rende le fotografie più iconiche, «ci muoviamo oltre il naturalismo, distorcendo sottilmente il movimento, alterando la prospettiva dello spettatore. Le mani appoggiate sul ventre afferrano i bordi delle costole  in un movimento che non appartiene più all’ispirazione toracica, al dimenarsi naturale o alla carezza. Resta vicino ad un piccolo gesto quotidiano, eppure è diventato qualcosa di leggermente diverso».

La relazione tra spazio privato e pubblico attraverso la fotografia analogica di Vincent Ferrané

Nonostante parta sempre da un presupposto di verità, la fotografia resta un medium evocativo e suggestivo. Vincent Ferrané sceglie inquadrature che accompagnano verso una dimensione immaginativa. Nel progetto Inner la scelta di lavorare con la moglie, e quindi in un contesto di confidenza, era imposto dall’emergenza sanitaria di quarantena.  Prima, le persone che sceglieva per i suoi ritratti non erano necessariamente conoscenti. Chiunque si rendesse disponibile a mostrare ciò che il fotografo considerava intrigante, diventava “fotografabile”, si creava un’empatia.

Ferrané indaga la relazione con il proprio corpo

In questi contesti il fotografo francese indaga la relazione con il proprio corpo, il proprio io e lo spazio che occupiamo. Ma anche l’idea di bellezza standardizzata che ancora ci influenza. Già nel lavoro del 2019 Iconography analizza il significato di “canone estetico”, la regola per cui certe figure diventano dei modelli da seguire ed altre no. Questi sono tematiche con cui ancora molti, specialmente giovani, fanno fatica a confrontarsi e si sentono a disagio. Come si rappresenta oggi il corpo, soprattutto femminile?

Per questo Vincent ama esplorare scene di momenti personali di vita quotidiana che solitamente rimangono nascoste, chiedendosi cosa le persone sono portate a mostrare o dimostrare e cosa omettono nel racconto visivo di loro stessi.

Ferrané indaga l’auto rappresentazione 

«Viviamo in un momento molto interessante quando si parla di auto rappresentazione. Molti fattori incoraggiano le persone a rivelarsi, a comunicare le proprie immagini, ad affermare aspetti della propria identità pur sapendo che questi beni preziosi toccano qualcosa di molto intimo, fragile, a volte incerto ed acerbo. L’equilibrio tra l’intimo ed il pubblico è diventato un problema costante per ognuno di noi oggi».  

L’auto rappresentazione è continuamente espressa ma poco documentata, definita dal fotografo come “il mito di Narciso di tutti i giorni” le cui complessità sono di difficile interpretazione. L’obiettivo non è quello di svelare tutte le sfaccettature dell’essere umano o catturare i suoi segreti, ma capire le scelte di mostrare certe cose ed altre no, «che siano esse intime, oscene oppure no» e quali idee, icone e modelli tendiamo a seguire.

In questo senso Vincent interpreta la vita quotidiana come una performance, una ripetizione continua di se stessi composta da ciò che siamo e ciò che gli altri si aspettano da noi, in una rappresentazione imperfetta dove si sviluppano le specificità individuali.

La bellezza secondo Vincent Ferrané – il movimento del corpo in fieri

La fotografia di Vincent mostra rituali di un corpo in fieri, momenti che altrimenti rimarrebbero nel privato perché non considerati estetici. Come in altri progetti, per esempio Milky Way del 2017 che ritrae nuovamente la moglie nel periodo di allattamento dei loro figli, l’artista francese ridefinisce il concetto di bellezza. Inserisce nel “fotografabile” l’essenza ambivalente di certi momenti di vita quotidiana, nel caso dell’allattamento la felicità della nascita ma anche il dolore, l’amore ma anche la difficoltà e stanchezza fisica. Allo stesso modo, la serie Inner trasforma gesti semplici e banali in iconici, luminose e patinate come se appartenessero a delle riviste di moda. Il concetto di bellezza si cela quindi secondo nel riuscire a scavare dentro queste prospettive opposte. 

«Forse nella bellezza non c’è equilibrio, ma uno spazio vero dove aspetti inconciliabili convivono».

Claudia Bigongiari

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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