Bacino ermafrodita e ricostruzione in cera, Museo Anatomico Napoli
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Femminielli: relegati a folklore ed emarginati dalle lotte per l’identità di genere

La figura del femminiello napoletano e l’impossibilità di definire un’identità di genere: il linguaggio e la ricerca scientifica devono tenere conto della soggettività dell’esperienza vissuta

CiroCiretta Cascina, autore e attore teatrale, co-fondatrice dell’AFAN (Associazione Femminelle Antiche Napoletane

«Credo che la libertà stia nel sapersi adattare alle cose. Come dice Grazia Deledda in Canne al Vento, se tu cedi al vento è più difficile che il vento ti spezzi: una quercia è possente ma una tempesta può sradicarla, la canna invece cede al vento e per questo non viene sradicata. Così la femminiella, che ha la possibilità di spostarsi dentro di sé, ha una capacità di sopravvivenza maggiore rispetto a coloro che si definiscono in maniera categorica. È un esistere precristiano, la sua presenza è antica. Viene da chiedersi: come fa ad esistere una cosa così non fragile, ma ambigua?». Con quest’immagine CiroCiretta Cascina, autore e attore teatrale, co-fondatrice dell’Associazione Femminelle Antiche Napoletane (AFAN), rappresenta e contestualizza la sopravvivenza della femminella all’interno della cultura napoletana. 

Il termine ‘Femminiello, ‘Femminella’ o ‘Femminiella’: un significato flottante usato per riferirsi a diverse forme di varianza di genere o sessualità

Il termine ‘Femminella’ o ‘Femminiella’ o ‘Femminiello’ è considerato un ‘significante flottante’ (M. Mauriello) usato per riferirsi a diverse forme di varianza di genere o sessualità considerabili come non conforme, al di fuori dal binario eteronormativo. L’utilizzo del maschile o del femminile non è regolato da alcuna norma e non è soggetto a accezioni di tipo negativo. In letteratura è più usato il maschile, mentre i soggetti tendono a definirsi con il femminile. Oltre a questo, se da un lato è unico il fatto che la cultura campana abbia da sempre un termine per riferirsi a concetti ed entità che noi, sbagliando, percepiamo come ‘contemporanee’, dall’altro va notato come le contemporanee traduzioni siano non solo elusive e parziali, ma soprattutto errate. 

Gli studi accademici definiscono la figura del femminiello come una figura liminale napoletana

Negli ultimi 30 anni abbiamo assistito ad un crescente interesse accademico e sociologico nei confronti di quella che viene descritta come una figura liminale prettamente napoletana, bisogna sottolineare che l’insieme di queste pratiche di studio e rappresentazione della femminella coincide cronologicamente con la sua presunta estinzione. In seguito ad un periodo di ricerca sul campo durante il quale ho avuto modo di intervistare personalità –accademiche e non – che si sono occupati dello studio e delle rappresentazioni dei femminielli, e confrontando le loro letture del fenomeno con un mio più personale incontro, ho cominciato ad abbandonare l’idea di poter restituire un’immagine limpida ed univoca di tali soggettività.

L’impossibilità di restituire un’immagine univoca e codificata del femminiello

Una complessa impostazione strutturale della ricerca accademico-scientifica ci spinge a creare un archetipo del femminello, il ‘femminiello originale’, codificandolo e limitandolo ad una precisa iconografia, temporalità, sessualità ed identità di genere. Una verità però non esiste affatto, ne esistono molte e sono a loro volta mutevoli e diverse tra loro: ecco che nei nostri processi conoscitivi una posizione centrale viene occupata dalle percezioni soggettive, e per questo sempre parziali ed incomplete. È mantenendo tale incompletezza che, a mio avviso, è possibile avvicinarsi ad una comprensione delle molteplicità che compongono la realtà. 

Le mancanze del linguaggio nel definire l’identità di genere; gli effetti dei processi di knowledge construction

Mancanze culturali e linguistiche ci spingono spesso a tradurre e semplificare concetti che non conosciamo, o che non ci appartengono, in parole dal simile significato, chiudendo un occhio sul restante significato inespresso. Tale processo, oltre a compromettere un’effettiva empatizzazione con il soggetto trattato, porta al perpetuarsi di codici linguistici legati ad una precisa visione egemone del reale e di conseguenza anche del non-reale. In tal senso, una serie di esperienze non definibili all’interno di una cultura e una lingua binaria vengono tradotte come ‘altro’ o come passate o morte. Questo si traduce poi  in un’effettiva trasformazione di queste entità sul piano sociale, e quindi reale. Ad essere problematizzati sono infatti i processi di knowledge construction, dove il ruolo di chi produce sapere ha conseguenze effettive sul vissuto delle persone.

Il processo di patrimonializzazione del femminiello: da personaggio di folklore a statuina del presepe e ‘prodotto tipico locale’

Maria Carolina Vesce riconosce come processo di ‘patrimonializzazione’ della figura della femminella napoletana e di tutta una cultura che la costituisce e circonda. «D’altra parte è innegabile che la femminella venga raccontata come un ‘prodotto tipico locale’, inserito nel presepe con una propria statuetta. Si rinnova, cambia, vive delle rappresentazioni dei personaggi stessi. La commercializzazione di una tombola con una voce registrata che recita i significati della smorfia associati ai numeri, mostre, pubblicazioni, video, spettacoli teatrali: c’è stato un vero e proprio investimento su questa figura sociale. E d’altra parte se il femminiello è, tra virgolette, ‘un prodotto tipico locale’ è anche una soggettività, un tipo di esperienza che permette di produrre località».

Le Tumbulelle, lo Sposarizio, la Figliata e La festa della Candelora: Mamma Schiavona da protettrice dei femminelli a simbolo della comunità LGBTQ+

Un esempio di tal fenomeno è la trasformazione dei rituali tipicamente associati ai femminielli: le Tumbulelle, lo Sposarizio, la Figliata e primo fra tutti la Candelora, ascesa al monte Partenio. Ogni 2 Febbraio il monastero di Montevergine ospita la Juta dei Femminielli in pellegrinaggio da Mamma Schiavona, icona mariana bizantineggiante, che la leggenda vuole salvatrice di una coppia omosessuale condannata al gelo dalla società per le loro devianze. Da allora Mamma Schiavona viene eletta protettrice, prima dei Femminielli e, solo più recentemente, di tutta la comunità LGBTQ+. Una messa, accompagnata da una serie di danze e tammuriate, celebra le origini arcaiche del culto, che secondo altre versioni sarebbe riconducibile ai riti pagani in onore della dea Cibele, celebrati dagli eunuchi sacerdoti, detti ‘Galli’. 

La cacciata dei Femminielli dell’abate Tarcisio Nazzaro, il femminiello pride e il diritto alla religiosità: Mamma Schiavona e Vladimir Luxuria a difesa dei Femminielli

Oggi la candelora continua ad essere celebrata secondo la tradizione ma, a partire dal 2002, in seguito alla cosiddetta Cacciata dei Femminielli da parte dell’abate in carica Tarcisio Nazzaro, che pronunciò dure parole ed accuse di eresia nei confronti delle femminelle partecipanti, iniziò ad assumere un ruolo politico. Una settimana dopo l’omelia dell’abate i centri sociali e movimenti antagonisti della Campania organizzarono il femminiello pride, manifestazione dell’orgoglio per rivendicare il diritto alla religiosità di Femminielli, donne transgender e omosessuali.  Fu in questa occasione che tornò in auge la leggenda del ‘miracolo di Mamma Schiavona’, della quale non troviamo evidenza in nessuno dei documenti della curia o del monastero. Si tratta infatti di un’operazione sostenuta con forza dalle organizzazioni giovanili di partito, assieme ai movimenti di liberazione omosessuale nazionali, che sarebbero poi confluiti nei più internazionali movimenti LGBTQ+. 

In tal contesto un ruolo importante fu quello assunto da Vladimir Luxuria, ai tempi non ancora parlamentare e figura dello spettacolo, ma militante del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, nonché direttrice artistica delle serate Muccassassina, la cui presenza fu motivo d’interesse mediatico che contribuì ad accrescere la valenza politica del rituale. 

L’appropriazione delle amministrazioni locali: il femminiello viene ‘ripulito’, posto all’interno di una vetrina e in questo modo cessa di vivere

Seguirà nell’ultimo decennio, una riappropriazione da parte delle amministrazioni locali, che si fecero promotrici di una specifica narrazione dell’evento e della figura del femminiello come ‘prodotto tipico locale’, ascrivendola ad uno specifico contesto. Tuttavia, nel riconoscere la figura in termini scientifici, è inevitabile un’operazione di musealizzazione di tale figura. Il femminiello viene ‘ripulito’, posto all’interno di una vetrina e in questo modo cessa di vivere. È in questo contesto che nasce la questione accademica dell’estinzione del femminiello. Trattandosi di esperienze umane è giusto e doveroso tenere conto della stratificazione di significati e significanti, onde evitare che anche le canne vengano sradicate come le querce, riprendendo la citazione iniziale. 

La definizione scientifica deve tener conto della soggettività: cambiare la struttura ad albero citata da Deleuze e Guattari in Capitalismo e Schizofrenia

Se scopo ultimo della nostra scienza è la comprensione dobbiamo rivedere i termini in cui strutturiamo quest’ultima ed assicurarci che questi rispettino i concetti ed i soggetti di cui intendiamo parlare. Un primo passo è costituito a mio avviso da un’apertura accademica verso le documentazioni e rappresentazioni di stampo artistico-poetico soggettivo, che permettono di fuggire alla presunzione di poter raggiungere un sapere unico ed universale, oggettivo e traducibile. Questo può essere fatto in diversi modi, ma innanzitutto a dover cambiare è una visione egemonica del sapere, che Deleuze e Guattari in ‘Capitalismo e Schizofrenia‘ riconoscono nella struttura ad albero sulla quale siamo stati abituati a strutturare il nostro sapere, favoreggiando invece una visione rizomatica, sviluppata orizzontalmente e senza gerarchia. Il rizoma ci permette infatti di vivere come le canne, fluttuare senza un corpo centrale, morire e rinascere grazie ad un sistema di interconnessioni decentralizzato che per sue conformazioni fisiche rende impossibile una gerarchizzazione e necessaria invece una polifonica molteplicità. 

Per un processo conoscitivo basato sul rizoma, orizzontale e non gerarchico e la cancellazione del concetto di ‘contro natura’

Eleggendo il rizoma a processo conoscitivo possiamo provare ad immaginare una guerra verso il nostro approccio razionale al sapere e permettere alla nostra percezione del reale di ampliarsi e soprattutto di riappropriarci di storie e sensibilità che abbiamo dovuto cancellare perché percepite come ‘non reali’, peggio, ‘contro natura’. 

Francesco Ninno 

Statuette di Maria Sanntissima di Montevergine
Statuette di Maria Sanntissima di Montevergine

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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