Parental burnout, 2021
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Generazione sandwich – figli genitori dei propri genitori: cos’è la parentification?

Il padre del mio amico non riesce più a muoversi, è prigioniero del suo corpo: non soffre di demenza, succede a un paziente su due, è rigido come legno. Un racconto di Mattia Insolia sulla generazione sandwich

Essere genitori dei propri genitori

Inizio giugno, tardo pomeriggio, Milano. Sono in un bar con un amico conosciuto sul lavoro – è un giornalista, e da anni collabora con diversi quotidiani nazionali. Ci siamo seduti giusto da qualche minuto, abbiamo fatto in tempo solo a ordinare, uno spritz a testa, quando riceve una telefonata. Scusa, devo rispondere.

Si alza, si allontana di qualche passo, uscendo dalla veranda del bar, e fa quel che deve. Torna dopo una decina buona di minuti – tanto che gli spritz sono arrivati e il ghiaccio ha preso a sciogliersi, a Milano fa già un caldo orrido. Ha gli occhi ingrigiti, adesso, lo sguardo tipico di chi ha ricevuto una brutta notizia, di chi deve avere a che fare con qualcosa di triste. Mi dice scusa, mi chiede di cos’è che stavamo parlando, mi esprime felicità per il mio libro, che ha sul comodino ma non ha ancora letto – sai com’è, poco tempo e troppo da fare. Ma lo fa con un’espressione lugubre – fronte increspata, labbra all’ingiù. Vorrei domandargli se sta bene, se è capitato qualcosa ma non siamo poi tanto in confidenza, quindi porto avanti la conversazione, seguendo la sua linea, finché il suo telefono non squilla di nuovo e la scena di poco fa si ripete.

Tornato al tavolo, più grigio di prima, la sua espressione tende al color topo ora, mi chiede di nuovo perdono, e dice che ha qualche problema a casa.

Figli?, faccio io – non so perché lo dico, mi viene fuori naturalmente.

Be’, diciamo di sì, mi risponde. E poi: sono padre di mio padre, ormai.

Senza che io gli domandi alcunché, ché sono fatti suoi: non mi voglio impicciare, mi dice che da poco più di un anno sta dovendosi occupare di suo padre, la situazione – riferendosi alla salute del genitore – sta peggiorando rapidamente, e che è molto stancante.

Io annuisco e basta – lo immagino, certo.

Continua, e mi racconta.

(A questo punto, credo sia opportuno specificare che, prima di scrivere il pezzo che state leggendo, ho chiesto al mio amico il permesso di farlo.)

La doppia responsabilità della Generazione Sandwich: genitori e figli

Il mio amico ha cinquantatré anni, ha due figli – uno di ventisei e l’altro di ventitré – e ha divorziato sei anni fa. Frequenta di rado la redazione. La pandemia ha modificato determinate routine, ma il lavoro è lo stesso complicato. Con il padre non ha mai avuto un rapporto granché facile, sereno, soprattutto in età adulta – per molto tempo si sono limitati a telefonate formali in occasioni specifiche: i compleanni, il Natale, l’anniversario della morte della madre di lui, scomparsa agli inizi del Duemila. Nel 2019 però al genitore è stato diagnosticato il Parkinson, ed è cambiata ogni cosa. A informare il mio amico è stato il fratello, che con il padre ha, tutto sommato, un bel rapporto e che è stato il primo ad accorgersi di alcuni segnali preoccupanti – cambiamenti d’umore, difficoltà nell’eloquio, ridotta capacità di muovere le gambe. Esami su esami, poi la diagnosi, schietta e precisa: Parkinson. La vita, mi dice il mio amico, la sua, quella del fratello – che vive ad Amsterdam, dove si è trasferito poco prima della pandemia, per cui ha mollato sia Milano sia pure la responsabilità della situazione – e soprattutto quella del padre è cambiata in modo radicale: dal 2019, anno della diagnosi, a oggi, il peggioramento della sua salute è stato precipitoso.

Il padre del mio amico non riesce praticamente più a muoversi, è come prigioniero del suo stesso corpo: non soffre di demenza, succede a un paziente su due, però non può muoversi – è rigido come legno. Ha bisogno d’assistenza per adempiere ai bisogni fisiologici, ragione per cui da quattro anni ha con sé, in casa, quattro persone ad assisterlo. Com’è naturale però che abbia qualcuno che badi a lui è d’aiuto solo parzialmente: il mio amico si trova a dover gestire qualcosa che, mi dice, comprende solo a momenti, e in parte, e con difficoltà.

Cosa intendi?, chiedo. A cosa ti riferisci?

A tante cose, in effetti.

Prendersi cura dei propri genitori fisicamente, emotivamente ed economicamente

La sofferenza più grande è vederlo soffrire senza poter fare alcunché: il senso d’impotenza che lo pervade, mi dice, lo deprime orrendamente, e più tempo passa, più la malattia progredisce, meno c’è che si possa concretamente fare. Il fisioterapista e la neurologa hanno un campo sempre più limitato, oggi possono agire in spazi circoscritti. I farmaci aiutano, ma entro dei confini che, rapidamente, si chiudono in modo definitivo. Il padre non parla più e i soli momenti di svago, a volerli così definire, sono quelli in cui il figlio e i nipoti vanno a trovarlo, cosa che il mio amico fa tutti i giorni. Ti sembrerà assurdo, mi confessa, ma ritagliarmi un’ora al giorno tutt’i giorni non è facile, anzi è molto difficile.

Poi?

Poi lateralmente c’è tutta una serie di problemi, grandi e piccoli, che, sorta nel primo periodo della malattia, è complicata sia da gestire sia pure da mandar giù. Problemi che, sebbene non siano drammatici, me ne rendo conto, mi sfibrano, giuro.

Adesso a cosa ti riferisci?, domando.

I risvolti psicologici e finanziari del prendersi cura dei propri genitori sulla generazione sandwich

Innanzitutto, il mio amico ha dovuto studiare la malattia del padre, nel tentativo di essere quanto più preparato e d’aiuto possibile – ha passato diverse giornate a informarsi sia su internet, dove la selva del web è tanto utile quanto confusionaria e ansiogena, sia chiedendo a medici e specialistici. Subito dopo, ha dovuto anche infilarsi nel gran ginepraio di leggi, regole e norme dello Stato che hanno a che vedere con la loro situazione – cosa ci spetta? quali aiuti ci danno? ci sono delle convenzioni? Nel quotidiano ci sono un mucchio di problemucci e faccende da risolvere: la spesa da fare, il medico, l’idraulico, l’elettricista, il caldaista da chiamare, con cui prendere un appuntamento, per cui mollare il lavoro e andare.

Delle spese ti occupi tu?

Lui e suo fratello. Finanziariamente, dice, è una tragedia. Il mio amico, deve prendersi cura di sé stesso, dei figli – che sono degli adulti, certo, però hanno ancora bisogno del suo aiuto perché in Italia a ventitré e ventisei anni la possibilità di essere autonomo proprio non ce l’hai – e di suo padre. Servono medicine, montascale, stampelle prima, poi girello, poi sedia a rotelle, pannoloni, maniglie d’ausilio per cucina, soggiorno, bagno e camera da letto. Per non parlare delle tre persone che lo assistono, della collaboratrice domestica, dei ricoveri in clinica e delle visite specialistiche. Se riesce ancora a tirar avanti, dice, è per miracolo. È un cataclisma sia emotivo sia economico e non era pronto, né adeguato. Non lo era per gestire la malattia e la burocrazia e le finanze, non lo era per cambiare in modo così radicale la sua quotidianità, non lo era per prendere in mano le redini della vita del padre. Sai che significa spiegare il Parkinson a un ottantenne? Spiegargli cosa gli accadrà?

No, ammetto io.

Era spaventato, ma non voleva darlo a vedere, e all’inizio litigavamo.

E adesso?, gli chiedo – forse stupidamente.

E adesso niente, andiamo avanti.

La generazione sandwich: cos’è la parentification

Per delineare la vicenda del mio amico gli anglofoni hanno un termine – figurarsi, ce l’hanno per tutto: parentification. In breve, è il processo per cui un figlio deve prendersi cura di un genitore. Diventare padre del proprio padre è, oggi, assai comune. Marco Missiroli ci ha scritto un romanzo meraviglioso, Avere tutto, Einaudi 2022, e che la letteratura se ne stia occupando è, secondo me, molto importante. È assai comune, ed è altrettanto difficile, specie per chi è ancora indaffarato con dei figli: con l’aspettativa di vita che si alza e con l’aumentare dell’età in cui ragazzi e ragazze lasciano il nido, trovare lavoro e ambire all’autonomia è per i venti/trentenni complicatissimo. C’è un’intera generazione schiacciata tra due responsabilità simili tra loro – ecco: genitori e figli a cui badare. Gli anglofoni hanno un termine anche per questo: generazione sandwich – che indica chi deve occuparsi di individui appartenenti a due diverse generazioni: quella precedente e quella successiva; non definisce una generazione specifica, ma un fenomeno: sandwich, dunque, perché schiacciati tra le due parti. Secondo Forbes, negli Stati Uniti in questo sandwich ci si trova il 23% degli adulti, secondo Istat, in Italia sono 15milioni di persone – una cifra che fa intendere la vastità del fenomeno.

Generazione sandwich: Cosa ci accade, schiacciati tra due generazioni?

L’impatto sulla salute mentale e sulla quotidianità e sulla progettualità nel lungo periodo è davvero molto forte, mi dice il mio amico. Prendi le ferie, ad esempio: se voglio partire e fare un viaggio, devo prima accertarmi sia che la mia ex moglie sia in città, per occuparsi dei ragazzi, sia che ci sia pure mio fratello, per occuparsi di nostro padre. Prendi le telefonate notturne: se squilla il cellulare, la preoccupazione è doppia – ché mi chiedo: cos’è successo, a chi? Prendi la lavastoviglie, che si è rotta qualche mese fa, o prendi gli infissi delle finestre della cucina e del soggiorno, che sono vecchi e fanno entrare il freddo in inverno e il caldo in estate: non posso sostituirli adesso – non con mio padre che presto avrà bisogno d’intensificare le sedute di fisioterapia, non con i miei figli che devo aiutare con gli affitti delle rispettive stanze; uno studia a Torino, l’altro lavora a Losanna. Prendi il calcetto: non posso più giocarci il mercoledì e il venerdì pomeriggio, ché devo andare da mio padre dopo il lavoro.

Il mio amico mi dice anche che odia lamentarsi, che ha paura, persino, di suonare frivolo, raccontandomi tutto questo. Ma si sente stanco, e stressato, e impotente: suo padre sta scivolando nella malattia, non c’è direzione che la morte, e i suoi figli si stanno pian piano allontanando da lui – e, nel frattempo, le montagnole delle finanze, e del tempo libero si fanno, giorno dopo giorno, sempre più basse e misere.

E adesso?, chiedo ancora – e ora sono certo che la domanda sia stupida.

E adesso niente, andiamo avanti, mi ripete lui.

Mattia Insolia

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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