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La Milano di domani dovrà avere più strade e statue dedicate alle donne

A Milano solo il 5% delle vie dedicate a persone fisiche sono intitolate a figure femminili. La prima statua eretta per ricordare una donna è arrivata solo nel 2021

Che cos’è l’odonomastica e quando si è iniziato a dare un nome alle via a Milano 

La parola odonomastica deriva dal greco ὁδός (hodós) ‘via’, e onomastikòs, ‘atto a denominare’. Con essa si intende sia il complesso dei nomi delle vie e delle piazze di una determinata zona sia lo studio storico e linguistico di tali denominazioni, necessarie a identificare gli spazi urbani ed extraurbani. A Milano la prima identificazione ufficiale delle vie risale agli anni Ottanta del Settecento sotto il dominio austriaco, per poi essere regolamentata come il resto d’Italia nel 1865. L’odonomastica ha un valore perché permette di riannodare il filo della storia. Che si tratti di una piazza commemorativa di un evento rilevante, come Piazza V Giornate, o di un parco intitolato a un esponente di spicco del panorama culturale nazionale, come il Giardino Carmelo Bene di via Caracciolo, ogni nome dato a un luogo di Milano costituisce una testimonianza del passato. 

Nel caso del Comune di Milano, spetta all’Ufficio Toponomastica il compito di intitolare piazze, piazzali, larghi, viali, vie, vicoli, parchi e giardini della città

Ci sono molteplici ragioni dietro a questo atto, che sottostà a sua volta a regole e procedimenti predefiniti. Nel caso del Comune di Milano, spetta all’Ufficio Toponomastica il compito di intitolare piazze, piazzali, larghi, viali, vie, vicoli, parchi e giardini della città. La procedura prevede la convocazione di una Commissione Consultiva, presieduta dal Sindaco o, per sua delega, dall’Assessore preposto. La richiesta può pervenire da Enti pubblici o privati, associazioni a carattere nazionale o locale, partiti politici, istituti, circoli, organizzazioni sindacali, comitati e gruppi di singoli cittadini. 

A Milano una via, un parco o un aeroporto dedicati a Silvio Berlusconi: il no di Beppe Sala

Nel caso di proposte di intitolazioni a personaggi pubblici, norma vuole che passino almeno dieci anni dalla morte – tempo ritenuto necessario per monitorare lo stato della reputazione della persona proposta. Può succedere infatti che nel frattempo emergano trascorsi potenzialmente problematici (come attività criminali) o che muti la sensibilità sociale e con lei il giudizio sulla figura da encomiare. Si ammettono eccezioni – previa richiesta di deroga al Prefetto per particolari meriti verso lo Stato – ma è una possibilità che molti comuni non contemplano. 

Milano compresa, come sottolineato dal sindaco Beppe Sala a ridosso dei funerali di Silvio Berlusconi dello scorso giugno. Dopo la morte del fondatore di Forza Italia, da più parti è avanzata la richiesta di intitolargli vie, giardini e aeroporti. Dal canto suo, Sala ha messo in chiaro che la deroga non sarebbe stata richiesta dal Comune in continuità con il recente passato, quando l’opzione venne scartata anche dopo la scomparsa di personaggi meno divisivi di Berlusconi – come Umberto Veronesi, nonostante avesse «salvato migliaia di vite», come sottolineato pubblicamente dal sindaco.

La statua di Indro Montanelli, lo spettro del colonialismo, nuove vie per la memoria collettiva e per favorire l’appartenenza alla comunità 

Il fatto che si attendano anni prima di dedicare uno spazio cittadino a qualcuno riafferma quanto il tema dell’odonomastica sia strettamente legato al tema del tempo. Il passare degli anni a cui sono soggette reputazioni e visioni della storia può far scontrare i cittadini con ciò che li circonda. D’altro canto, può verificarsi una dinamica opposta, che porta a ritenere inconcepibile l’abbandono di vecchie abitudini, attribuendo così alla cultura un carattere di fissità che non le è proprio. La storia è piena di episodi di rivalutazioni, fraintendimenti, damnatio memoriae e amnesie collettive. Non sempre però questi processi tengono conto di tutti gli elementi. 

Letture parziali producono conoscenze parziali, ma che possono cementificarsi al punto da eludere qualsiasi esercizio critico. È la minoranza, ad esempio, a includere nel mito di Medusa la questione dello stupro da parte di Poseidone. A molti, semplicemente, non è mai stato raccontato. Così come sono in pochi a domandarsi il perché di una statua al centro di un viale. Quel che è certo è che molto di ciò che ci circonda è stato deciso da società lontane dalla nostra sotto diversi aspetti. Nell’ottica del ricambio, è lecito aspettarsi che anche i nomi delle vie possano adeguarsi allo spirito del tempo, dando nuova linfa alla memoria collettiva e all’appartenenza alla comunità. 

Piazzale Luigi Cadorna, il generale della disfatta di Caporetto. Emergency nel 2021 chiese con una raccolta firme di passare la piazza a Gino Strada

Per una fetta di popolazione si tratta di una questione rilevante, come dimostrano gli attacchi reiterati alla statua di Indro Montanelli nel Parco di Porta Venezia, ritenuta simbolo di oppressione coloniale per il matrimonio di madamato contratto dal giornalista in Etiopia nel 1936, o le proposte di cambiare il nome a Piazzale Luigi Cadorna, il generale della disfatta di Caporetto. Come fece Emergency nel 2021, chiedendo con una raccolta firme di “passare” la piazza a Gino Strada. 

C’è una certa resistenza a intavolare una discussione sulla possibilità di ripensare i nomi sulle mappe delle città, anche se considerare di rivedere intitolazioni anacronistiche dovrebbe essere un processo naturale. I punti di riferimento spaziali con cui ci rapportiamo quotidianamente sono lo specchio della società, quindi sono destinati a mutare. La loro messa in discussione richiede partecipazione attiva, perché – come suggerito da Deirdre Mask in Le vie che orientano – plasmano e orientano lo sguardo sul mondo di chi li vive. 

Vie e statue di Milano: gender gap e toponomastica di genere

Per secoli le donne sono state escluse dagli spazi pubblici. La città odierna porta ancora i segni di questa pratica discriminatoria. Secondo Maria Pia Ercolini, fondatrice dell’associazione Toponomastica femminile, è fondamentale fornire modelli femminili visibili come le statue per accrescere l’autostima delle ragazze: è restituendo l’operato delle donne che «le bambine scoprono ambizioni e desideri attraverso la storia»; la stessa storia che vedrebbe solo gli uomini protagonisti, a giudicare dal numero di monumenti celebrativi al maschile. Dentro i confini di Milano, come rivendicato dalla toponomastica di genere, il gender gap sussiste: la maggior parte delle vie e delle statue del capoluogo lombardo sono infatti dedicate a uomini. Il progetto Mapping Diversity condotto dallo European Data Journalism Network ha preso in esame 145.933 strade di 30 grandi città europee in 17 diversi paesi, dando la possibilità attraverso una piattaforma web di esplorare quelle vie e scoprire quali siano intitolate a figure femminili e perché. A Milano, 2677 delle 4480 strade e piazze cittadine sono dedicate a persone; di queste, 2523 sono intitolate a uomini, 135 a donne: appena il 5%, tra cui numerose Madonne e sante. 

La prima statua femminile mai costruita nel centro meneghino rappresenta la patriota Cristina Trivulzio di Belgiojoso (1808-1871). Ma fu inaugurata solo nel 2021. Prima di allora, le 121 statue meneghini erano tutte maschili. Seguì nel 2022 la statua di Margherita Hack (1922-2013), la prima di una scienziata eretta all’ombra della Madonnina, più precisamente di fronte alla sede di via Festa del Perdono dell’Università degli Studi di Milano, nella cornice di un progetto promosso da Fondazione Deloitte in collaborazione con Casa degli Artisti e con il supporto del Comune di Milano. 

Guerriglia odonomastica per la Milano del futuro

La lotta a questa disparità ha prodotto varie forme di contestazione, tra cui rientra anche la cosiddetta guerriglia odonomastica, che passa dalla riappropriazione dei luoghi attraverso atti contro-informativi, come apporre sotto i nomi delle vie cartelli riportanti informazioni aggiuntive sulla persona o sull’evento storico a cui viene intitolato il luogo. L’obiettivo è diffondere maggior consapevolezza su temi come razzismo, colonialismo, violenza, discriminazione e sfruttamento. È il caso di quanto avvenuto il 19 febbraio 2019 nel quartiere Cirenaica di Bologna, dove vennero affissi sei cartelli dal cantiere culturale Resistenze in Cirenaica per ribadire l’anima anticolonialista del rione, ricordare il massacro di Addis Abeba del 1937 e contrastare la rimozione dei crimini del colonialismo italiano dalla memoria nazionale. 

La guerriglia odonomastica può anche sfociare nella sostituzione del nome di una via in favore di un altro: l’8 marzo 2023, durante il corteo organizzato dal movimento femminista e transfemminista Non una di meno in occasione dello sciopero globale transfemminista dal lavoro produttivo e riproduttivo, la Piazza Quattro Canti di Palermo intitolata al vicerè di Villena venne simbolicamente re-intitolata a Giovanna Bonanno, mendicante impiccata verso la fine del Settecento nella stessa piazza dopo il processo per stregoneria e la condanna per avvelenamento. Nonostante la questione dell’odonomastica femminista venga spesso liquidata dai detrattori come un capriccio woke, il ricambio toponomastico è inevitabile, e sempre più donne e rappresentanti della comunità LGBTQIA+ emergeranno come possibili nomi per vie, piazze e monumenti delle città per come le conosciamo ora. E il cortocircuito generato da queste battaglie rappresenta un importante promemoria sul valore simbolico che i luoghi possono rappresentare in città interessate da processi di spersonalizzazione come Milano.

Filippo Motti

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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