Dettaglio collana cranio di volpe, Giovanni Raspini
TESTO
CRONACHE
TAG
SFOGLIA
Facebook
WhatsApp
Pinterest
LinkedIn
Email
twitter X

I topi sono ovunque, in argento: Giovanni Raspini, maestro orefice da Arezzo

On Jewels, il libro sulle opere di Raspini: l’arte della lavorazione dell’argento, ispirazioni, legame con la tradizione e la necessità di mantenere la produzione in Italia

On Jewels, L’arte di creare gioielli, Giunti Editore

Il libro On Jewels di Giovanni Raspini è contenuto in una scatola nera che si apre con un nastro dello stesso colore. Racchiude ricordi, tecniche di lavorazione, riflessioni e visioni di un’arte, quella della gioielleria, che crediamo di conoscere perché vediamo e apprezziamo degli oggetti attraverso una vetrina, ma della quale spesso ignoriamo lo studio, l’esecuzione, il lavoro.

Giovanni Raspini: gli inizi da architetto e discepolo del Gruppo Toscano di Italo Gamberini e Giovanni Michelucci

Raspini riassume così la sua vita: «Sono nato in una famiglia di antiquari specializzati in argenteria, oggetti e dipintiracconta – ma all’università ho studiato architettura». Raspini è infatti discepolo del così chiamato Gruppo Toscano, che racchiudeva tra gli altri i nomi di Italo Gamberini e Giovanni Michelucci, autori dell’opera più significative del Razionalismo italiano: la stazione di Santa Maria Novella progettata nel 1932. «Quando studiavo architettura, la nostra facoltà era nelle sale dell’Accademia delle Belle Arti di Firenze», ricorda Respini, sottolineando come la bellezza sia sempre stata una costante della sua vita.

Raspini e la passione per l’argenteria: l’acquisto nel 1985 di una piccola azienda specializzata nella fusione a cera persa

Ottenuta la laurea Raspini lavora come responsabile commerciale di un’azienda e si ritrova, negli anni Settanta, in Arabia Saudita, tra Jeddah e a Ryad, con incarico di edilizia pubblica. Dopo questa esperienza lavorativa Raspini cambia direzione: «A un certo punto è prevalsa la passione per l’argenteria – ricorda Raspini – e nel 1985 ho rilevato una piccola azienda, fondata nel 1972, che stava per chiudere perché era rimasta senza la parte creativa. Erano 14 lavoratori, con una grande esperienza nella fusione a cera persa».

Le prime bomboniere e gli charms, oggi elemento al centro dell’offerta di gioielli componibili del brand Raspini

Raspini inizia la sua carriera da gioielliere nel duplice ruolo di disegnatore e venditore: «Sono partito riempiendo delle valigie e andando a suonare ai campanelli per offrire i miei prodotti. La prima collezione – racconta – erano bomboniere e charms, dei piccoli pendenti che adesso sono parte della nostra offerta di gioielli componibili».

L’arte della lavorazione dell’argento, Raspini: il mondo vuole i gioielli, non più le decorazioni e l’arredamento 

E da questo amarcord, la prima riflessione sul rapporto tra contemporaneità e gioielli: «Il mio mondo è più vicino all’arte della tavola, all’argenteria pesante, pensata per la decorazione e l’arredamento – confessa – ma il mondo vuole gioielli, non gli importa di cornici, candelabri. Le case sono vuote e nessuno desidera portarci degli oggetti. Ci sono signore che vengono da me con valigie piene di argenteria che mi chiedono di fondere, e la ragione è sempre la stessa: mia figlia queste cose non le vuole».

Raspini e i gioielli: decorare il corpo è un desiderio primordiale, gli uomini hanno pensato prima ad adornarsi poi a ripararsi; l’ammirazione per le creazioni Masai

Raspini osserva l’ambivalenza di un fenomeno che vede persone spendere per apparire. «E i gioielli da questo punto di vista stanno a pieno titolo nel mondo della contemporaneità perché vanno a decorare il corpo». A ben vedere però questo, sottolinea il maestro, «ha qualcosa di innato, di primigenio, legato a desideri primordiali: come gli uomini primitivi che prima hanno pensato ad adornarsi e poi a ripararsi dal freddo». Anche nel libro, Raspini sottolinea la sua ammirazione per le creazioni della tribù Masai: «Un gioiello per essere tale non deve necessariamente essereprezioso’. Può essere fatto di plastica, di carta, con materiali riciclati, tappi di bottiglie, perline, bulloni, viti. Pensiamo alle creazioni dei pastori nomadi, il loro laboratorio deve essere agile per essere trasportato a dorso di cammello, o alle ciliegie su un orecchio di una bambina.»

Dentro l’azienda Giovanni Raspini: non vogliamo essere esclusivi, vogliamo includere

La visione di Raspini ci porta a rivalutare il concetto di lusso, di esclusivo, parole che nella sua azienda sono vietate. «Noi non vogliamo assolutamente essere esclusivi. All’opposto, vogliamo includere.» E anche all’associazione che erroneamente facciamo tra gioiello e oro. Raspini lavora esclusivamente con l’argento: «Lo prediligo perché mi sa offrire degli effetti di chiaroscuri che nessun altro materiale è capace di creare: è il massimo della luminosità quando è lucido e non potrebbe essere più nero quando è ossidato. E tra questi due estremi regala una scala di grigi unica che mi consente di dare profondità alle texture e di riprodurre ad esempio le pelli di animali come i serpenti, le tartarughe o le conchiglie. L’oro questo non lo consente perché non si ossida. Rimane bellissimo anche se non viene lucidato ma perde la profondità.»

Le creazioni: argento, topazi, ametiste, quarzi rutilati e la tradizione fiorentina dall’opificio delle Pietre Dure

Le collezioni di Raspini coniugano forme uniche, come le riproduzioni di paesaggi all’uso di gemme e non solo. «Mi piacciono le pietre trasparenti: topazi, ametiste. I quarzi rutilati sono bellissimi con le loro pagliuzze di carbone e oro. Anche il quarzo ialino, chiamato comunemente cristallo di rocca. Generalmente lavoriamo con i semipreziosi anche se il nostro scopo è essere irriverenti, quindi perché un gioiello d’argento non può avere dei diamanti?». Nonostante il suo amore per le pietre e la lunga storia che le lega a Firenze, Raspini loda le infinite possibilità che l’argento offre nell’accostare diverse lavorazioni e materiali: «L’opificio delle Pietre Dure nacque a Firenze a metà del 500, con Cosimo De Medici ma anche gli smalti di vetro fuso risalgono a una tradizione millenaria».

Giovanni Raspini gioielli: la materia arricchita dal movimento, l’eleganza è sottrazione 

 «Noi facciamo gioielli molto ricchi o anche estremamente semplificati per arrivare all’essenza della materia ma non sono poveri perché vengono arricchiti dal movimento, dalla martellatura. L’argento può essere mosso, accarezzato, cesellato. Tante volte l’eleganza è sottrazione, non ha bisogno di fronzoli». In un’arte come quella della gioielleria saper coniugare tradizione e innovazione è necessario, soprattutto perché Raspini, come lui stesso spiega, non è un poeta, un artista solitario, un sognatore. «Noi siamo un’azienda e i conti devono tornare. Siamo una comunità di centoventi persone e lo scopo di questa comunità è realizzare degli oggetti che siano belli, che generino nelle persone un desiderio di possesso. Per ottenere questo abbiamo bisogno di contemporaneità, di stare dentro l’universo scintillante della moda. Se sul nostro segno si deposita la polvere, abbiamo perso il nostro proposito».

Le mostre sull’arte di Raspini: Capitano Nemo, Vanitas Mundi fino al Palazzo dei topi d’argento a Monte San Savino

A compensare quella che lo stesso Raspini definisce come l’eterna discrepanza tra l’ideale e il reale ci sono poi le mostre. Occasioni che consentono all’azienda di creare collezioni formate da pezzi unici, di inventare e sperimentare, partendo ogni volta da un tema distinto. «Ne abbiamo fatte cinque sino a ora, nelle quali abbiamo potuto esprimere il nostro estro, la capacità tecnica, la fantasia. Come Capitano Nemo, dedicata al mare, o Vanitas Mundi ispirata al dualismo tra presenza e assenza, eterno ed effimero, vita e morte, composta da teschi principalmente.»

L’ultima, un giro del mondo in ottanta gioielli.  «Alcune collane sono delle vere e proprie miniature di luoghi, per ricreare l’Antartide abbiamo usato il cristallo di rocca» ricorda il gioielliere che l’estate scorsa ha inaugurato a Monte San Savino, tra Siena e Arezzo, non lontano dalla sede dell’azienda, un luogo dal nome degno di una saga fantasy dove conservare e mostrare al pubblico tutte le opere realizzate. Il Palazzo dei Topi d’Argento, così si chiama. «Il nome è di derivazione popolare – spiega Raspini – perché ci sono topi ovunque, sulle lampade, sui tavoli. Volevamo un posto dove portare gli esiti di tutti i nostri progetti che erano stipati in dei magazzini e abbiamo trovato questo palazzo che fu la casa dello scultore cinquecentesco Andrea Sansovino. L’abbiamo comprato e restaurato per farne uno spazio aperto. Non è una celebrazione museale, statica e cristallizzata, ma un luogo vivo, dove discutiamo e portiamo a fare lezione i ragazzi del Master in Design del gioiello dell’Università di Siena dove insegno.»

Raspini: vorrei creare negozi ispirati case mobili del circo e del luna park, le tende, gli igloo, le capanne 

Come il Palazzo dei topi d’argento, un gioiello deve essere un oggetto pulsante, che vive: «La fine non è nel momento in cui è stato venduto, ma quando viene amato, indossato. Se rimane chiuso in un cassetto io non ho fatto il mio dovere – riflette Raspini – Mi segue poi da tempo il pensiero di offrire negozi speciali in luoghi altri, che non siano le strade dei gioielli delle grandi città o gli shop degli aeroporti, tutti uguali a se stessi. A me piacciono le case mobili del circo e del luna park, le tende, gli igloo, le capanne, ci sono mille possibilità abitative che possono essere convertite in luoghi commerciali inusuali, dei pop-up, come il telo di un venditore sulla spiaggia che in un attimo si chiude e via».

La nuova collezione presentata nel negozio di via della Spiga 33: Fireworks, Stone, Millefiori e Optical 

Il 16 febbraio Giovanni Raspini ha presentato nel suo negozio in via della Spiga 33, a Milano, la nuova collezione composta da quattro linee: Fireworks, un’esplosione di pietre e colori, Stone che gioca con la luce naturale della materia, Millefiori, delicata e frutto di un lavoro di diamantatura e infine Optical, sfere di onice e argento lucido. «L’ispirazione per quest’ultima mi è venuta da una festa a cui andai nel 1965 – racconta Raspini – avevo 15 anni e mi ricordo ancora i vestiti delle ragazze, tutti bianchi e neri».

I distretti della gioielliera italiana: Arezzo, Vicenza, Valenza e Napoli

Raspini, oltre ad avere una memoria vivissima, è un viaggiatore, lo si capisce dai suoi racconti, dal fascino che trasmette per i luoghi e le culture lontane, ma è anche profondamente toscano e legato al suo territorio, Arezzo: uno dei quattro distretti che rappresentano l’eccellenza della gioielleria italiana, assieme a Vicenza, Valenza e Napoli. Ognuna con le sue caratteristiche: «Valenza è famosa per i gioielli di alta gamma, con una tradizione di incassatori. A Vicenza c’è il Museo del gioiello, il distretto orafo, così come a Napoli che continua la sua tradizione mentre ad esempio Palermo, un tempo famosa per l’argenteria, l’ha persa. Arezzo è il punto di riferimento per le catene d’oro, d’argento, d’ottone. Dior, Chanel, Prada, Hermès, tutte le grandi firme che hanno bisogno di lavorazioni meccaniche vengono qui. Ad Arezzo – continua Raspini – ci sono 1200 aziende con 7000 addetti. Lavorare al di fuori di un distretto è faticoso, noi dialoghiamo con centinaia di aziende che sono tutte a una distanza di 10 km.»

La ricerca di Skuola.net e Federorafi: il mondo dei preziosi attrattivo anche per i più giovani

Secondo una ricerca di Skuola.net realizzata coinvolgendo 3000 studenti in collaborazione con Federorafi, e diffusa a gennaio «il mondo dei preziosi si dimostra molto attrattivo: il 28% degli alunni di scuole medie e superiori valuterebbe infatti un possibile inserimento in questo ambito. Una percentuale che sale ancora di più tra gli alunni di istituti tecnici (52%) e professionali (40%). La maggior parte degli intervistati preferirebbe un lavoro nella fase di ideazione e design (64%) mentre il 22% vorrebbero produrre materialmente gli oggetti e solo il 14% vorrebbe occuparsi della parte di marketing e vendita. Nonostante questi dati, le aziende orafe faticano a trovare nuovo personale. La sfida attuale del settore è quindi comunicare le opportunità di carriera del settore per intercettare le aspettative dei giovani talenti e avvicinarli alle prospettive che offre il mondo del gioiello».

Giovanni Raspini: Continuare a produrre in Italia è irrinunciabili, non bisogna perdere cultura, tradizione e legame con il territorio

«È irrinunciabile continuare a produrre in Italia – risponde Raspini – e per farlo significa avere delle mani che sanno fare, e persone con la voglia di imparare un lavoro che può dare tantissime soddisfazioni economiche e non solo. Non è semplice formare, vale per i gioielli, come per il marmo o la pelletteria. Ma è indispensabile farlo per non perdere cultura, tradizione, legame con il territorio. L’ultima cosa che manca nel nostre settore è il lavoro».

Giovanni Raspini

Architetto e designer, nel suo brand le radici della progettazione classica si fondono con gli elementi del design contemporaneo con lo sguardo rivolto al futuro. la sua azienda orafa nata nel 1972 proprio ad Arezzo, conta ad oggi 16 store.

Claudia Bellante

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

SFOGLIA
CONDIVIDI
Facebook
LinkedIn
Pinterest
Email
WhatsApp
twitter X
CCCP - Annarella

Abbiamo sempre frainteso i CCCP

Andrea Scanzi e i fischi: nessuno ha mai osato criticare Lindo Ferretti per le sue simpatie politiche di destra e per la Lega – abbiamo sempre frainteso i CCCP, forse ora è il caso di dirgli addio