La bici patchwork di Adess Pedala in Terrazza Martini
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«Ho voluto la bicicletta, adesso pedalo»: La Pinky dal Plastic a Adèss Pedala

«Al Plastic non facevo entrare nessuno – mi sono fatta la nomea di donna più burbera di Milano, non lo sono. Ora voglio unire la Milano ciclabile all’arte». Intervista a La Pinky, ieri la mostra di Adèss Pedala alla Terrazza Martini

La Pinky: chi è la Signora del Plastic

Uscire a Milano con La Pinky – l’articolo prima del nome proprio, qui è tanto obbligo quanto consuetudine – è un’impresa. Buona metà del tempo che si passa con lei, seduti al bancone di un bar o anche solo passeggiando, lo si passa assistendo a un susseguirsi continuo di saluti da parte di qualcuno che si incrocia, qualcuno che passa di lì, qualcuno che ‘Ciao Pinky, ma ti è arrivato il mio invito?’ oppure ‘Ciao Pinky, sabato pensavo di venire a fare un saluto’. Se La Pinky la si conosce, è facile capire quando la persona che si ferma la conosce e quando invece non si ricorda proprio chi sia. Se la si conosce abbastanza bene si riesce anche a capire se le sta simpatica o meno. Lei con tutti è precisa, spiritosa con il giusto distacco e in qualche caso addirittura affettuosa. La Pinky a Milano la conoscono tutti, o tutti pensano di conoscerla: ma chi è La Pinky?

«Chi sono? Sono una dei soci del Plastic, dove sono arrivata da cliente. Nicola (Guiducci ndr) era amico di alcune mie amiche. Io al tempo lavoravo al Mambo, Espacio Musical y non solo, un locale in via Ripamonti, e una sera Nicola, che conoscevo di vista, è venuto lì e mi ha detto che voleva che lavorassi con lui al Plastic. Al Mambo facevo la bartender, per modo di dire, poi sono andata al Plastic e ho iniziato a gestire gli ingressi del privée. È stato formativo: non facevo entrare nessuno. 

«Gli elementi con cui avevo a che fare al tempo non erano leggeri, è un’esperienza che mi ha temprato. Non contenta, la stagione dopo ho iniziato a seguire gli ingressi fuori, cioè proprio la porta del locale. Lì sono diventata forte, a volte bisognava piantarsi per tenere su le transenne. Mi pigliavano per il culo, li mandavo a cagare. Mi sono fatta la nomea di essere la donna più burbera di Milano, ma non lo sono. Per fare quel lavoro ci vuole polso».

Ha mai fatto a pugni? «Fatto a pugni mai».

Pinky e il progetto Adèss Pedala, dare alle biciclette una nuova vita 

C’è un lato inaspettato, che riguarda Milano e le bici: una storia che si incontra su Instagram e per le strade di Milano. Un progetto dal nome Adèss Pedala, espressione meneghina che tiene insieme tutto: la città, le due ruote e un certo modo di fare e di essere, che La Pinky incarna in pieno.

«Adèss Pedala è sbocciato decorando una bici per mia madre, ho iniziato a ritagliare i giornaletti, i fumetti, Topolino e Diabolik, e ho provato a fare découpage sul telaio. Non volevo mettermi a riparare biciclette, volevo solo ridare vita a questa vecchia bicicletta di mia madre che avevo in cantina. Avevo visto in una vetrina un verde pazzesco, ho preso una bomboletta e ho pensato di provarci. Da piccola avevo già una passione per le biciclette, per la mia bicicletta in realtà. L’ho messa nel giardino di casa mia e ho cominciato a tirare in ballo anche i vicini. Fai, briga, pulisci, dipingi e devo dire che alla fine era venuta anche bene». 

«Ne ho parlato con un mio amico, Marco, che mi ha aperto un mondo. Ho iniziato ad andare in giro, a cercare e a comprare biciclette per lavorarci. Ho iniziato a chiamare degli amici e a fotografarli sulle bici. Ho saputo di un signore che riparava biciclette che stava andando in pensione e ho ritirato i banchi dell’officina. Piano piano è diventato sempre più concreto. All’inizio non capivo neanch’io cosa stessi facendo, quel periodo era strano, un giorno mi divertivo, un giorno mi sembrava una stupidata. Andavo in vacanza e compravo una biciclettina, oppure bici abbandonate da anni, arrugginite negli androni dei palazzi di amici – mi chiamava l’amministratore. Ho comprato un risciò, sto pensando cosa farlo diventare. Mi occupa un sacco di tempo, ma mi diverto. Se non sono lì sono al Plastic».

La città di Milano, le biciclette e l’arte

Da passatempo estemporaneo diventa un progetto coerente. «All’inizio non sapevo come distinguere le bici che facevo, come lasciarci un segno, non avendo un marchio, non avendo niente. Mi è venuto in mente di fare i due raggi che vanno sulla valvola, uno bianco e uno rosso. Parlandone chi vedeva le bici mi sono accorta che mi dicevano ‘perché sono i colori di Milano?’. Inconsciamente mi sono resa conto che ero legata a questa città. Il nome è nato una sera a casa con Daniele Colombo. Pensavo potesse essere bello collaborare con degli artisti. Ora desidero unire la Milano ciclabile, della mobilità sostenibile, con l’arte».

Pinky e Milovan Farronato. Le biciclette d’artista per Adèss Pedala alla Terrazza Martini

Sono nate le collaborazioni con Nicola Guiducci, Barbara Crimella, Daniele Innamorato, Duty Gorn, Antonio Marras, Fabio Novembre, Max Villani, Matteo Domenichetti. E anche degli appuntamenti in città, con Milovan Farronato, in cui si incontrano mondi diversi. «Milovan e io ci siamo incontrati perché conoscevo un suo amico, Matteo Domenichetti, è un artista. Sta facendo una bici anche lui. Mi avevano invitato alla festa di chiusura della loro casa perché andavano a vivere nel pavese. Abbiamo iniziato a chiacchierare del mio progetto, siamo diventati amici. Quando sono tornati a Milano abbiamo organizzato l’evento alla Terrazza Martini. Simone Aquino, che è prima di tutto un amico, mi diceva ‘perché non fai qualcosa da noi?’. Per una notte abbiamo accolto gli ospiti di Milovan al quattordicesimo piano, mentre sulla terrazza sono state esposte le biciclette illuminate. A suonare, i ragazzi del Plastic».

La Pinky: Milano resta il macro-micro mondo in cui tutto succede

«Sono venuta a vivere a Milano quando avevo 26 anni, ora non vivrei da nessun’altra parte. A volte ho bisogno di andare fuori, di fare dei giri, ma ho voglia di tornare. Mi piace lasciarla sapendo che ci torno, che è casa. La domenica dopo la nottata al Plastic, mi alzo, prendo, vado a Bergamo Alta a vedere una mostra, anche se sono stanca, non mi interessa».

Ma come fa a fare tutto? Le bici, il Plastic, le mostre, gli amici, le gite fuoriporta? «Mi diverto ancora al Plastic, altrimenti non lo farei. Dopo il covid ancor di più – è anche il motivo per cui mi sono chiesta se fosse possibile continuare con Adèss Pedala. La prima sera ho avuto paura, non ero più abituata. La risposta post covid del club è stata fulminea. Da zero a 100.000. Ma come dicevo, sono diventata piuttosto forte, non ho paura della stanchezza. Ho voluto la bicicletta, e adesso pedalo».

Jacopo Bedussi

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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