Cerca
Close this search box.
Cerca
Close this search box.
TESTO
CRONACHE
TAG
Facebook
WhatsApp
Pinterest
LinkedIn
Email
twitter X

Rischiare la vita per ottenere la cittadinanza: Disco Boy, l’opera prima di Abruzzese

Il film premiato con l’orso d’argento a Berlino che non è stato visto in Italia: il cinema italiano non si fa solo nel Bel Paese. Disco Boy opera prima di Giacomo Abbruzzese

Disco Boy, premiato con l’Orso d’Argento all’ultimo Festival del Cinema di Berlino per la fotografia diretta da Hélène Louvart, ‘non è un film italiano’-  come si suol dire di qualunque storia abbia l’ardire di esplorare territori e tematiche sconosciute ai più – e se da un lato ne paga le conseguenze, a livello di distribuzione e botteghino, dall’altra è un bene, perché ci trascina in un altrove che non siamo soliti frequentare. 

Del resto, quale regista italiano penserebbe di lasciare Roma o Napoli per andare a girare nei boschi della Bielorussia, tomba dimenticata ma non per questo meno crudele di migranti provenienti da ogni dove? E poi da lì sul Delta del Niger, a denunciare le malefatte delle industrie petrolifere, Made in Italy incluse? Giacomo Abbruzzese lo fa, con una pellicola in controtendenza breve rispetto ad alcune storie recenti che sul grande schermo sfiorano le tre ore. A Disco Boy un po’ più di tempo lo si poteva dedicare. Perché il rischio, quando arrivano i titoli di coda, è quello di sentirsi anche noi spettatori, vittime di un’allucinazione, di un viaggio durato troppo poco per darci il tempo di andare in profondità. Per capire appieno il rapporto che lega un doppio fuggitivo dell’est Europa a un guerrigliero africano che lotta per la salvezza della sua terra, nonostante il lavoro e la ricerca del regista a fondo ci siano andati. 

Qual è la genesi di Disco Boy? con Giacomo Abbruzzese

«Ho iniziato a lavorare al film dieci anni fa – racconta Abbruzzese in video chiamata, mentre fa colazione nella sua casa di Parigi – Non è stato facile mettere insieme le risorse per realizzarlo. Il film è costato 3 milioni e mezzo e le riprese sono durate trentadue giorni. Per un’opera prima sono cifre cospicue.

Giacomo Abbruzzese da Kiev alla Bielorussia: Genesi di Disco Boy

Sei partito dalla Bilorussia, il paese ancella di Putin al quale nessuno, nemmeno adesso, sembra voler dedicare attenzione. Come mai?

«Tanti anni fa durante un festival a Kiev, di quelli nei quali ti invitano ma non hanno budget e finisci a dormire sul divano di uno sconosciuto, avevo conosciuto molti dissidenti. Fu un viaggio fuori dal tempo. Lì conobbi persone che erano state nella Legione Straniera, per loro era una via di fuga concreta. Nessuno però ha mai raccontato come funziona». Abbruzzese invece lo fa, attingendo ai suoi ricordi, documentandosi e creando il personaggio di Aleksej, un giovane bielorusso in fuga che raggiunge Parigi per arruolarsi compiendo un viaggio disperato, presagio di un futuro che non sarà quello sognato.

Dai boschi dell’est Europa al Delta del Niger per parlare di ecologia e di sfruttamento delle risorse con Giacomo Abbruzzese 

 «Saranno stati tredici o quattordici anni fa quando iniziai a leggere del MEND (Movimento per l’emancipazione del Delta Niger) e della loro lotta di avanguardia ecologista. Mi sembrava interessante che venisse dall’Africa e sapevo che prima o poi ne avrei parlato».

Disco Boy: La Legione Straniera per guadagnarsi la cittadinanza francese

La Legione Straniera suona come una realtà legata al passato e invece ad oggi nelle sue fila ci sono circa 9.000 uomini. Perché ti interessava?

«Quando andavo al mare a Malmousque, a Marsiglia, vedevo questi corpi di ragazzi massicci uscire dall’acqua e a volte a qualcuno magari mancava una gamba. Mi interessano le condizioni dell’umano un po’ liminari e loro le rappresentano. Volevo raccontare questo patto faustiano: cinque anni della propria vita in cambio di un passaporto francese».

Tutte le parti che raccontano l’esperienza di Aleksej nel corpo militare sono veritiere, grazie alla collaborazione e alla partecipazione di ex legionari: «Degli extra normali non avrebbero mai potuto sostenere le scene dell’addestramento. Accanto a me c’è sempre stato un ex luogotenente, bielorusso tra l’altro. A lui è legata una delle scene, quando i ragazzi, durante un’esercitazione, si abbandonano all’indietro. Lui dice: non guardate con gli occhi guardate con il cuore, mi cita il piccolo principe senza saperlo. E poi ripete solo cuore, con quel suo accento così peculiare, mentre gli dà la pacca sulla schiena per invitarli a cadere».

In Disco Boy ci sono pochissimi dialoghi, eppure la lingua, o meglio, le lingue, sono un elemento ricorrente

«Sul set tutti hanno parlato una lingua che non era la loro e anche se avevano poche battute questo ha comportato un grosso lavoro. Io in generale uso sempre pochi dialoghi e nel caso di Disco Boy, quando nella terza parte la narrazione implode e il film diventa da esterno a interno, i dialoghi li sentivo del tutto stonati».

Dico Boy, come riconosce lo stesso Abbruzzese è un film di pochi dialoghi ma con tanti temi. «A me non piacciono i dialoghi informativi o i dialoghi in sé che servono a far passare la scena. Devono avere una sacralità rispetto a quello che viene detto e devono essere veramente portatori di un senso, ma anche nella forma e non solo nel contenuto. Per questo volevo che da un lato questi dialoghi, trattandosi di un film che analizza la questione dello straniero, fossero interpretati da attori che non parlassero la lingua in cui si esprimevano, quasi come un’appropriazione della lingua stessa, e dall’altra fosse un viaggio attraverso la conformazione di più idiomi. Ci sono cinque lingue nel film (russo, polacco, francese, l’igbo e nigeriano) che ti permettono di vivere l’esperienza sensoriale e conseguentemente il  viaggio narrativo del film. Spesso nei film questa dimensione e ricchezza della lingua viene calpestata. Ad esempio gli attori americani che recitano con uno pseudo accento italiano oppure noi che doppiamo tutto creando conseguentemente un appiattimento di questa funzione. La trovo una tale ricchezza che andrebbe valorizzata».

Disco Boy: storie guerra e di vita

Tu dici che è un film di guerra ma nonostante lo scontro tra Aleksej e Jomo, io ci vedo una storia di ragazzi, in fondo non così diversi

«Vero. Aleksej e Jomo sono entrambi giovani uomini costretti a prendere le armi per poter immaginare una vita diversa. Sono pedine del potere ma non si rassegnano a questo ruolo. Cercano di piegare il mondo e il destino ai loro desideri».

Disco Boy è un film visivo, di luci e di sguardi. Come quello ipnotico di Jomo e sua sorella Udoka

«Il colore così particolare dei loro occhi è stato un espediente. Mi ha consentito di far subito capire allo spettatore che sono fratelli gemelli e mi è servito come elemento di metamorfosi da far apparire su Aleksej. Tutto il film è costruito su simmetrie sbagliate, su un doppio sguardo».

Dalla Nigeria alle discoteche parigine: le ambientazioni di Disco Boy

La scena della danza, sciamanica e rituale, viaggia da un villaggio nigeriano a una discoteca parigina senza apparire stonata. Come ci sei riuscito?

«Accanto a me c’è stato il coreografo nigeriano Qudus. Noi lavoriamo sulle stesse cose: la reincarnazione, i fantasmi, i simboli ancestrali. Volevamo partire da qualcosa di arcaico per raggiungere l’universale, l’astratto e per questo la danza è stata composta da elementi che potessero essere performanti ovunque». Così come il volto e la performance di Läetitia Ky, che recita nella parte di Udoka. Ky Laetitia Ky è un’artista femminista della Costa d’Avorio che crea sculture con i suoi capelli ma per Abbruzzese questo non è stato determinante nella scelta dell’attrice. «Abbiamo fatto due anni di casting in diverse parti del mondo e lei era l’unica capace di essere credibile sia in un villaggio rurale africano sia in una discoteca parigina pop».

Dico Boy, le musiche di Vitalic e il musical a mano armata

Così come visivamente Disco Boy è diverso, anche la sonorità del film riflette tutto il suo sperimentalismo con le musiche che il regista ha creato assieme al DJ francese Vitalic.

«Un articolo dell’Espresso definiva Disco Boy un musical a mano armata. Ci sono sicuramente degli elementi che appartengono alla matrice del musical soprattutto nelle cura della coreografie e della musica composta, ma per me rappresentano principalmente una conseguenza di quello che volevo rappresentare e raccontare. Essendo un film che si proponeva prima di tutto come un’esperienza sensoriale era fondamentale integrare ogni aspetto sonoro, dal movimento dei corpi sino alla musica, per questo ho scelto di coinvolgere Vitalic ancor prima delle riprese dandogli degli input rispetto alla sceneggiatura e alla sua discografia. Successivamente mi ha inviato alcune composizioni fortemente pertinenti con la storia che ho subito condiviso con la direttrice della fotografia (Hélène Louvart) e con l’attore protagonista (Franz Rogowski), in modo che il film si impregnasse della musica composta nella scelta delle luci, della postura dei corpi e della coreografia stessa».

Sembra che attraverso la musica di Vitalic tu abbia voluto comunicare una destabilizzazione da parte di Aleksej rispetto a ciò che vive da clandestino. 

«Era fondamentale che la dimensione interiore del film, legata principalmente alle percezioni emotive e sensoriali di Aleksej, fosse presente sin dal principio. Se ad esempio a livello d’immagine c’è una metamorfosi del film come nello stesso protagonista, con una visione prima naturalistica e successivamente psichedelica, sciamanica, a livello sonoro volevo che sin dall’inizio ci fosse questa interiorità. Il film è un viaggio sensoriale al quale ti abbandoni. È la tipologia di viaggio che io, ad esempio, apprezzo anche da spettatore cinematografico in cui non hai sempre tutte le risposte, dove tu stesso ti interroghi, ti rimane attaccato sulla pelle, ti accompagna. Alcuni miei amici hanno apprezzato ancor di più il film alla sua seconda visione, perché comprendi meglio certi elementi, li puoi dispiegare meglio all’interno della visione, soprattutto la scelta di alcuni brani musicali».

Disco Boy è un film sensoriale 

Secondo te Disco Boy si può definire un’opera prettamente sensoriale più che visiva, anche rispetto al lavoro con cui avete modellato il suono?

«L’aspetto visivo fa parte dell’aspetto sensoriale, per me questi due aspetti devono andare perfettamente di pari passo. Quando parlo di sensoriale non mi riferisco unicamente al suono ma alle conseguenti immagini, alle posture dei corpi; quello che più m’interessa sono quelle sensazioni che difficilmente riesci ad articolare. Come dicevano i miei produttori Disco Boy è un film unpitchable, che non puoi riassumere in due battute. Perché se da un lato ci sono sì molti temi, c’è un certo tipo di complessità, dall’altra il punto centrale di Disco Boy è la sua astrazione e il viaggio che ti fa fare. È un’esperienza pensata prettamente per la sala. Per questo mi dispiace che ormai solo il 5% degli spettatori fruisce di un film al cinemaClick here e nel caso di Disco Boy la sua forza sensoriale è decisamente ridotta se non riprodotto sul grande schermo, proprio perché ha bisogno di determinate caratteristiche per essere fruito, dalla spazializzazione del suono alla riproduzione delle immagini». 

Perché vedere i film in sala: l’esperienza multisensoriale di Disco Boy

Cosa si perde riproducendo un film pensato per la sala in un altro contesto?

«Per fare un esempio è come se tu vedessi un quadro dal vivo o da una sua relativa riproduzione in stampa, è ovvio che non si tratta della stessa esperienza. Ma a volte come fai? Non puoi vederlo sempre dal vivo, per questo un quadro lo puoi amare anche da una riproduzione e vedendolo per la prima volta dal vivo possiamo notarne la differenza. Però pensa a un quadro di Rothko, cosa ti comunica attraverso una riproduzione e la sua visione dal vivo. Vedendolo nella realtà ne rimani ipnotizzato. Quindi il tipo di esperienza che vogliamo raccontare e che vogliamo condividere deve essere in primis difesa dai registi, facendo film che giustifichino la presenza in sala, e dall’altra parte dagli esercenti che sappiano lavorare e promuovere l’opera cinematografica. In questo giro che ho fatto durante la presentazione del film ho potuto incontrare persone che sanno lavorare, e le sale conseguentemente ne traggono vantaggio, e persone che lo fanno per automatismi. Ormai oggi nessun lavoro puoi farlo unicamente attraverso automatismi, ogni lavoro richiede una dimensione di creatività, di impegno, e non basta più dire semplicemente fanno questi film al cinema punto, ma devi saper accompagnare il tuo pubblico, crearti il tuo pubblico e non può farlo unicamente il regista ma deve essere accompagnato da tutta la filiera. La stessa sala cinematografica va ripensata diversamente, con ogni confort possibile per una perfetta fruizione, anche lavorando su piccoli dettagli che possono sembrare insignificanti».

Il cinema è un’esperienza collettiva

«È sempre facile scaricare la colpa dicendo che il problema risiede nel fatto che le persone non vanno più al cinema, ma chiediamoci in primis il motivo per cui questo non accade più. Può essere dettato da molteplici fattori legati alla qualità del film o per la sala in sé che non vale lo spostamento. Inoltre sicuramente in Italia c’è uno stato di pigrizia generale. Secondo me bisogna creare degli spazi di collettività. Il cinema è un’esperienza collettiva. Tutto sommato il fatto che i festival funzionino ancora testimonia proprio questo. Se l’esperienza è realmente collettiva e accompagna la tua serata anche lo stesso pubblico ne comprende il peso, per questo anche la sala stessa va ripensata in modo da essere anche polifunzionale. Invece se rimaniamo fissi su delle cose immutabili queste sono destinate a morire».

Il corpo, tanto nell’addestramento come nel ballo, è un elemento di connessione tra corpi che può portare alla creazione di una nuova famiglia?

«Sì. In un certo senso Aleksej cerca di integrarsi nella famiglia rappresentata dalla legione straniera, il cui fine è ancora più forte essendo lui orfano. Questa integrazione passa effettivamente da degli aspetti che sono profondamente coreografici. Per entrare in una famiglia ci deve essere una coesione di corpi in quanto devi sapere abitare insieme in un unico spazio. Quindi è giusto quello che dici soprattutto rispetto a quanto si manifesta nella terza parte del film quando il suo corpo non appartiene più a quel mondo e non riesce più a condividere lo spazio con gli altri. Infatti lo si vede in tutte le scene che si susseguono attraverso un corpo che ormai vaga come un fantasma, e la danza finale diventa un ingresso ufficiale dall’altra parte. È in qualche modo il racconto di un’ascesa». 

Perché proprio la canzone di Edith Piaf, Non, Je ne regrette rien, è stata scelta come inno per la marcia?

«Premesso che è una canzone che viene cantata realmente dalla Legione Straniera, in quanto Edith Piaf era una cantante molto legata alla Legione avendo scritto anche un brano come Mon légionnaire, volevo mettere in risalto l’elemento iconoclasta di riportare il brano in quel determinato contesto, cantata quasi stonando con un francese sporco. Lo trovavo molto forte, molto toccante. Anche attraverso il testo volevo raccontare il disconnettersi da parte di Aleksej. Infatti mentre i suoi compagni cantano Je ne regrette rien, non ho rimorsi, non rimpiango nulla, invece Aleksej porta su di sé il passato delle sue azioni che diventa talmente pesante da schiacciarlo».

Da dove nasce la scelta di coinvolgere un compositore come Vitalic con un matrice sonora così definita? Dipende dalla connessione che esiste in Disco Boy tra sound design e musica? 

«Questo è un grande lavoro che ha fatto il Sound Designer Piergiorgio De Luca. Per quanto riguarda il coinvolgimento di Vitalic era una scelta associata al progetto da diverso tempo. La mia attenzione è ricaduta proprio su un musicista techno perché è un film sul sacro. Non avrei mai voluto una composizione da orchestra, di matrice classica, su questo soggetto nel 2023, l’avrei trovato una cosa un po’ usurata. Invece la questione era proprio quella di trovare delle connessioni inattese e cercare il sacro dentro la techno la trovavo una cosa più interessante andando a esplorare dove ancora non è stato fatto. Dovrebbero essere questi gli elementi che spingono un’artista ad andare sempre di più nel profondo delle cose».

Il mondo della clubbing è fonte d’ispirazione per la tua estetica cinematografica soprattutto per questo film?

«Premesso che sono un uomo notturno, frequento luoghi dove si ascolta un certo tipo di musica e c’è un certo tipo di immagine così come di persone, in più era pertinente al film. Non penso di aver fatto ricerche nello specifico conoscendo di per sé questo mondo, la questione era più come portare determinate tipologie di luci vicine all’estetica del clubbing dentro la giungla del Niger, come fare un film dove la porosità fosse estrema. Le cose sono vive quando sono in movimento e quindi anche un certo tipo di codici visivi e sonori del club mi interessano solamente se in movimento. Mi interessava raccontare il club come luogo del sacro, creare una sospensione del tempo, dove può avvenire un miracolo».

La nostra lunga chiacchierata con Abbruzzese si chiude con una riflessione sullo stato dell’arte del film d’autore che secondo il regista non ha molto pubblico in Italia. «Disco Boy può essere un film insolito per il nostro paese e i diecimila spettatori che l’hanno visto al cinema sono comunque un risultato positivo ma andare in tv per presentarlo a un certo pubblico coerente avrebbe aiutato – ammette – Bisogna recuperare  l’educazione all’immagine. In passato ci sono stati la Chiesa e il Partito Comunista che organizzavano i cineclub. Oggi questa eredità è sparita. I film si consumano sulle piattaforme dove il nome del regista te lo devi andare a cercare però quando qualcosa esiste poi la gente lo vede. I colori e il linguaggio di Disco Boy sono vicini ai ragazzi che ne apprezzano il casting. Il pubblico di Jomo e Aleksej è come loro,  fatto di figli dell’immigrazione».

Claudia Bellante e Federico de Feo

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

CONDIVIDI
Facebook
LinkedIn
Pinterest
Email
WhatsApp
twitter X
Miu Miu Upcycle denim

Denim e storie di upcycling: da Miu Miu a Vitelli

Un jeans upcycled emette fino all’83% di CO2 in meno rispetto a uno nuovo – l’ultima collezione Upcycled di Miu Miu e altri tentativi per esplorare il potenziale del denim vintage e altri tessuti storici