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Un frame del video amatoriale
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Sono passati due anni: Gianandrea è il leone che continua a girare intorno a noi

Gianandrea Ferrajoli è scomparso due anni fa, il 10 settembre 2021 – l’unica cosa che non vorrei mai fare, è scriverne al passato

Words in English

Le abbreviazioni, un libro da Fandango, Rubirosa e il tocco da pavone

Una volta l’ho chiamato Giana – Gianandrea ha inclinato il mento sulla destra, mi ha guardato di sbieco – tu non mi chiami mai Giana, ha detto. Mi aveva insegnato a non usare le abbreviazioni dei nomi. Non chiamava Margherita usando Marghe, per esempio. Poteva usare i soprannomi, che lo divertivano, a volte i diminutivi, i cognomi in riferita – ma no, non usava le abbreviazioni. In tanti lo chiamavano Giana – mi disse che all’inizio aveva provato a evitarlo, ma aveva lasciato perdere al tre due uno – però tu no, per favore – mi disse.

A Roma, presentai da Fandango il libro in cui raccontavo i mesi insieme a New York quando avevamo 25 anni. Gli chiesi di leggere alcune pagine, di fronte alla piccola platea che si era formata in libreria – era più agitato di quanto avessi potuto immaginare. C’è un video, di lui che legge lì a Roma – lo avevo rimosso e non pensavo di avere più gli accessi al canale di un tempo. Qualche giorno fa ho provato a cercare meglio – adesso il video è in rete. Un trattamento in bianco e nero, un video amatoriale – ma la voce ritorna. Il personaggio ispirato a lui portava il nome di Porfirio, pensando a Rubirosa.

Leggevo un articolo di Giangiacomo Schiavi sulla storia di alcuni ragazzi tra Saint Tropez e Roma, che sapevano portarsi a letto più donne degli altri. Gianandrea ci sarebbe diventato amico, li avrebbe battuti sul campo a uno a uno, e poi li avrebbe sminuiti, snobbati, dicendo che non avevano un punto intellettuale, e che erano solo stereotipi. Se gli avessi raccontato questa mia teorica previsione, Gianandrea mi avrebbe liquidato dicendo che romanzavo troppo – ma anche qui – tre due uno – sorridendo tra il finto timido e il finto ingenuo, mi avrebbe dato ragione con il suo tocco da pavone.

A Roma, una sera all’Eur, di fronte al Palazzo della Civiltà, una per L’Officiel – quando ai tempi dirigevo quella rivista. Gianandrea è in centro, gli altri sei disposti a pari. Io dicevo che in centro c’era la piega della legatura della pagina, di andare un po’ a destra – ma il centro resta Gianandrea, come una forza gravitazionale. Abbiamo dovuto sistemare in post produzione. 

Le Pain Quotidien, New York, Bleecker Street

Alto, ruvido, la carnagione scura – un tempo longilineo, ultimamente massiccio. Non ho mai capito quanto sia bello – me ne sono accorto dopo. Per me Gianandrea vive quello che io il resto della gente comune cerca ancora nei film – e vorrei evitare di scriverne al passato. Le Pain Quotidien – New York, sulla Fifth, non distante da Washington Square. A casa in Italia, tutti e due usiamo la banale scusa di un master a NYU che nessuno dei due prende sul serio. Non abbiamo molti soldi. Siamo lì seduti a lunch con un panino, non so perché finiamo a parlare della pelle del viso. Gli chiedo come mai non mette qualche crema contro i brufoli – Gianandrea si blocca, il panino in mano – «è il peggiore insulto che abbia mai ricevuto», mi dice. Aveva un senso dell’umorismo utile a non esser mai ridicolo, a non fermarsi alle apparenze, a riconoscere i ballisti, a mandare al diavolo l’educazione quando ce n’era bisogno. Che poi di brufoli non è che ne avesse chissà quanti.

Era gennaio, 2005. Avevo deciso di andare a vivere a New York – glielo dico al telefono, Gianandrea risponde vengo anche io – io parto e non ci credo, che venga davvero. Una settimana dopo è lì. Apro la porta di un monolocale su Bleecker Street e Gianandrea è fuori dalla porta con la valigia. Andiamo dal landlord, troviamo un altro micro appartamento per lui, nello stesso building. Quel posto su Bleecker street è temporaneo, solo un appoggio preso dall’Europa per i primi giorni. Decidiamo di cercare un appartamento e di condividerlo. 

Alcuni dicono di no. Non è una buona idea, io e Gianandrea a condividere un appartamento – Emanuele, mi ricordo, era il più perplesso, quello che più si era raccomandato di non farlo – forse perché l’unico che aveva già passato molto tempo con entrambi – e che quindi sapeva quanto fossimo agli antipodi, per carattere e abitudini. Gianandrea in pieno disordine tra ormoni e energia – io rigido nei miei schemi stupidi e per bene. Francesca arriva a New York, ci osserva, tra il cinico e l’ingenuo, capisce che la cosa funziona. 

Avevo 25 anni ed ero un bambino patetico – Gianandrea mi ha insegnato a riderci sopra. Ci coloravamo gli occhi di nero – che fosse demone o tuono, ti regalava un senso di protezione. Andava tutto, sempre, bene. Le domeniche pomeriggio, camminavamo verso l’Hudson. Sotto l’insegna di Magnolia Backery mi fa notare come in inglese gn sono solo due consonanti vicine; quando andiamo nell’East side, la neve cade alta un metro. Tra le varie cazzate riusciamo persona a parlare di araldica. E poi – i suoi racconti. Gianandrea parte per una settimana ai Caraibi – con chi mi dice il nome che non so più – si porta a casa una tipa dello UTAH, ma una volta lì, la tipa dice di essere mormona. Quando finisce con Amanda, per ovvie ragioni, mi dice che «ce l’ha a morte con me, vuole obbligarmi a stare con lei, con modi da volgare americana cialtrona», o ancora, quando non gli piace qualcuno: «La tua amica è con quel suo fidanzato marrone, non di colore ma di odore, usa borse più grandi per portare saponi per cani e detergenti per auto oltre che spazzole autopulenti». Ogni due mesi arrivava il solito messaggio: «Ridammi il tuo numero che ho perso il telefono» io dicevo che no, non era possibile che avesse perso un’altra volta il telefono – Gianandrea risponde che solo Minardi perde più cellulari di lui e che a lui essere secondo non piace mai. Fortuna volle, inventarono il Cloud.

Never leave the island, un appartamento sulla quindicesima, Gianandrea e un sabato sera a New York

Viviamo quella letteratura che era ai tempi, e credo sia anche oggi, vicino alla satira quando cerchi una casa a Manhattan. Nel frattempo, io continuo a stare su Bleecker, Gianandrea trova un angolo decadente tra Perry Street e West 4th. Visite in topaie, discussioni con ragazze che lavorano in banche e che subaffittano – ho cercato tra le nostre mail di quegli anni, ho trovato le conversazioni astiose tra Gianandrea e una certa Lorena. Gianandrea che la prendeva in giro senza che tale Lorena potesse mai accorgersene. Amanda guidava la macchina a New York e ci implorava: Never leave the Island. Alla fine, troviamo un appartamento per due sulla Quindicesima, tra la Sei e la Sette. Ci sono due stanze con due bagni – una è più grande dell’altra, io propongo facciamo un mese a testa – Gianandrea mi risponde di vivere, per concetto esistenziale, sempre nella stanza più grande della casa. Io rido, Gianandrea anche, ma un po’ meno – va bene un mese a testa. 

È sabato sera. Prendiamo un taxi, all way up, Cinquantanove e Fifth. Scendiamo le scale, pretenzioso, cocktail, musica alta, Samantha Jones. Un tizio che tutti adorano perché suo nonno era un banchiere abbraccia Gianandrea come fosse un amico di infanzia – ma è brutto e usa un deodorante profumato. Io arrivo con Jenny – Gianandrea sospira domandandosi dove sia il mercato delle ragazze per bene. Jenny si porta appresso quattro amiche waspy iperreali fra Lex e Park, una di queste ha l’accento West Coast, per noi si chiama California (i soprannomi vanno bene, a Gianandrea piacciono).

Due camerieri ci accompagnano a un tavolo che neanche ti accorgi e versano Cristal senza calma. Gianandrea si siede affianco a Jenny. California mi confida che lavora nell’ufficio stampa di Louis Vuitton, che l’Italia produce l’ottanta per cento della moda mondiale – la pronuncia di Biella non le viene bene. Gianandrea si alza con Jenny, si chiude in bagno con Jenny. Quando ritorna lo fulmino: «Non potevi prendertene un’altra, d’accordo la solidarietà maschile, l’orgoglio, mille balle» – «Al diavolo, questa si è messa a pisciare, voleva che le preparassi una riga». Ho capito e va bene così – anche se Jenny era teoricamente uscita con me, Jenny oramai è sua – torno a sedermi al tavolo vicino a California, butto giù in un sorso quello che ho nel bicchiere e metto la lingua in bocca a California – California mi rimbalza, «What’s Jenny gonna say» – ci riprovo e California ci sta. 

«Twentyseventh between Nine and Ten» – siamo in quattro sparsi sui sedili di un taxi, io addosso a California, Gianandrea a Jenny. All’ingresso del Bungalow, l’energumeno nero mi chiama the VOGUE boy – perché la prima volta, per entrare gli avevo dato un biglietto da visita di Vogue che avevo rubato quando facevo lo stagista. Ci sono Nicole Kidman e Clive Owen, più brutti, piccoli e vecchi, Madame de Pompadour e, El Marocco, Babe Paley – Gianandrea ride come sa ridere solo Gianandrea. Il Bungalow si riempie, sono le tre e mezza fra le palme finte. Gianandrea ha le chiavi di una penthouse in Union Square – io non gli chiedo perché le abbia, quelle chiavi. 

Sono le otto di mattina. Le due ragazze salgono sul taxi verso Midtown, decidiamo che no, non abbiamo più voglia di andare a dormire. Da Union Square scendiamo lungo la solita Quinta, attraversiamo Washington Square con la neve di febbraio e gli scoiattoli all’alba. Prendiamo la metropolitana. Saliamo sul treno verso Brooklyn, fino alla prima fermata dopo il ponte. Ci materializzammo tra i passeggini di una domenica mattina, statue e frisbee e le ferite a morte, il veleno per i topi e le foglie dei tulipani. Il vento sul mare e ancora lo skyline – ubriachi, le scarpe luccicano contro la mattina, il magnete pulsa sotto l’isola, l’energia si confonde nel sangue. I fuochi d’artificio, il vento applaude, eravamo piccoli, troppo giovani ed eravamo a New York. Non so se tutte queste immagini siano reali o suggestioni che Gianandrea mi faceva comparire in testa. 

Gianandrea al Bulgari Hotel, la ruvidità diventa una carezza, la voce di Carlo Alberto

Compio quaranta anni – Gianandrea arriva prima degli altri, rimane a dormire qui a casa in campagna fuori Milano – intrattiene mio padre, quando arriva Emilie si rimbambolisce – come mio padre – perché Emilie indossa il reggiseno, ha volumi che contraddicono l’aerostatica e sembra ancora una novità. Gianandrea mi regala tre sfere di marmo, sopra tre piedistalli – le ho fotografate per questa pagina. Una delle tre è più alta e sembra a difesa degli altri – che sia un gigante o che sia un angelo.

Lo raggiungo al Bulgari – se Gianandrea sta Milano, vive lì. Mi avvicino al tavolo ed è seduto ad aspettarmi in con una ragazza che conosco solo di vista – Gianandrea le dice che io sono troppo snob per lei e non si capisce chi stia prendendo in giro, se lei o me – in ogni caso: tre due uno e quella se ne va. Per poco tempo restiamo da soli, ma quel flusso scanzonato riappare subito –c’è qualche cosa di più dolce, di più morbido – come se la ruvidità di Gianandrea che non mi basterà mai, quella sera fosse una carezza. Mai immaginavo fosse un addio. 

Il primo agosto, c’era la luna piena. Gianandrea è uno di quei pochi leoni che continuano a girare per le nostre città e per le nostre vite. Maschio nel senso più sincero del termine – trasparente in ogni vizio, possiede l’inquietudine che ti definisce, una sottile foga, la certezza del proprio posto. Un abito su misura e la continua, costante lotta allo stereotipo. A Venezia come a New York, la festa si sposta nella sua stanza al Gritti – il portiere si agita perché chi arriva rischia di smaniare. Il volume è alto – il portiere telefona ancora, o forse bussa – Gianandrea sorride, chiude la porta, grida di abbassare la voce. 

Carlo Alberto era sempre nei suoi racconti, da quando ci siamo conosciuti a New York, se c’era qualcuno che persisteva nelle storie di Gianandrea, questo qualcuno era Carlo Alberto. Lo stesso timbro vocale, identico. Tramite il microfono fuori sul sagrato in quella piazza di Roma, la sua voce è un tuono, da cui una eco, in tristezza fino al sorriso. Un’evoluzione di tutto quello che può essere una lacrima – la chiusa, che tocca ancora il cuore: «e comunque, non siamo a Foggia»

Carlo Mazzoni

Gianandrea Ferrajoli - 1 agosto 1980, 10 settembre 2021
Gianandrea Ferrajoli – 1 agosto 1980, 10 settembre 2021

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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