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Accusato di calunnia, poi scagionato: la storia del tipografo delle BR torturato dagli agenti

Stefano Pasetto racconta la storia di Enrico Triaca, il Tipografo delle Brigate Rosse, nel documentario vincitore del Premio Miglior Lungometraggio Italiano Visioni dal Mondo 2022

La storia di Enrico Triaca 

Il 17 Maggio 1978, otto giorni dopo la morte di Aldo Moro, Enrico Triaca, il tipografo delle Brigate Rosse fu arrestato e torturato. Perché torturare qualcuno che ormai non avrebbe più potuto dare informazioni utili al caso Moro? Triaca fu condannato a trent’anni, successivamente ridotti a quindici, molti dei quali trascorsi in isolamento. In più fu condannato per calunnia per aver accusato di tortura gli agenti che lo detenevano. 

Trent’anni dopo il tribunale di Perugia riesamina il caso e Triaca viene scagionato dalla calunnia, confermando le torture subite. La vera storia del Tipografo raccontata dal regista Stefano Pasetto nel suo ultimo Lungometraggio, vincitore del Premio Miglior Lungometraggio Italiano Visioni dal Mondo 2022.

Il Professor De Tormentis: Nicola Ciocia, le torture e il Waterboarding

Oltre la storia di Triaca, nel lungometraggio di Pasetto si raccontano anche i fatti della liberazione del Generale USA J.L.Dozier, che le Brigate Rosse tennero prigioniero per 42 giorni. Queste due storie sono legate da una figura: il Professor De Tormentis. Nicola Ciocia deve il soprannome alle pratiche di tortura cha applicava durante gli interrogatori ai brigatisti o sospetti tali. De Tormentis era famoso per le tecniche che non lasciavano tracce visibili sul corpo, come il Waterboarding.

Una pratica in cui viene utilizzata l’acqua salata per simulare l’annegamento in mare. Spogliati, sdraiati su una tavola e legati gli arti alle estremità agli “interrogati” veniva chiuso il naso e fatta ingerire acqua salata tramite una cannetta o imbuto, il tutto con una persona seduta sopra la loro pancia così da impedire la respirazione. Pratica a cui sono stati sottomessi sia Enrico Triaca che Ruggero Volinia, colui che poi portò alla scoperta del nascondiglio in cui era recluso Dozier. Questa e altre pratiche di tortura, pestaggi, sevizie sessuali e umiliazioni furono perpetrate anche a brigatisti che già stavano collaborando con la giustizia.

La tortura nel mondo: non c’è differenza tra buoni o cattivi – l’esempio di Giulio Regeni

«Per il documentario ho consultato gli studi di Amnesty International» ci racconta il regista Stefano Pasetto «che affermano quanto sia una pratica ancora diffusa in molti stati. Noi siamo abituati a pensare a queste pratiche in relazione a regimi autoritari o situazioni di guerra e non in democrazie occidentali, quando purtroppo sono presenti anche nei paesi Europei e negli Stati Uniti. Il Consiglio d’Europa fa regolarmente controlli, soprattutto nelle situazioni delle carceri nei paesi europei e riscontra infrazioni. Quello che volevo fare io con il mio film era puntare un faro su queste questioni che noi diamo per scontate e acquisite quando invece non lo sono affatto».

La tortura, benché sia universalmente proibita, continua ad essere praticata in tutto il mondo per estorcere confessioni, annichilire, distruggere l’identità, punire colpevoli o presunti tali. La tortura vuole creare l’annullamento dell’essere umano che la subisce così che sia da monito anche per gli altri. Si veda la vicenda di Giulio Regeni, che ancora aspetta la verità.

L’impegno di Amnesty International

Amnesty International vinse il Nobel per la Pace nel 1977 anche grazie alle sue campagne contro la tortura. Oggi nonostante oltre 155 paesi abbiamo firmato la convenzione delle Nazioni Unita contro la tortura, che Amnesty International ha contribuito a firmare oltre 30 anni fa, la verità è che molti paesi tradiscono i propri intenti legittimando pratiche di tortura in segreto.  Accanto alla tortura fisica, si sta affermando recentemente una forma di tortura più subdola, che non lascia ferite o segni visibili sul corpo, ma che devasta la psiche. Questo per far si che la vittima si senta pazza e non sia creduta, perché lo scopo è proprio che chi subisce la torturato resti in silenzio. 

Il rapporto annuale di Amnesty International descrive modelli diffusi di violazione dei diritti umani e la repressione violenta delle proteste in diversi paesi. Il 55% dei Paesi usa una forza eccessiva o non necessaria contro i manifestanti anche nelle proteste pacifiche. Solo in Iran sono centinaia le vittime delle proteste contro regime iraniano scatenate dopo la morte in carcere della 22enne Mahsa Amini. 

La verità non ha mai una sola voce: raccontare una storia da più punti di vista 

Il documentario racconta la storia di Triaca da più voci: Triaca stesso, un agente della NOCS e uno psichiatra. Avere più punti di vista consente allo spettatore di costruire un pensiero critico attorno agli avvenimenti. 

«Io mi sono reso conto abbastanza presto, facendo delle ricerche che questi fatti che risalgono a quasi mezzo secolo fa e che io credevo potessero essere storicizzati e archiviati, in realtà portano ancora a tensioni politiche e strumentalizzazioni mediatiche. Non è un argomento così facile da affrontare. Mi interessava raccontare una storia, e dare un minimo di contraddittorio può dare una visione più ampia, rotonda della questione. Perché trattandosi di etica e questioni di coscienza ogni spettatore deve fare i conti con la propria e avere più possibile un’ampia prospettiva» continua Pasetto.

«Quali che siano le accuse o i sospetti ci deve essere la garanzia minima per ogni essere umano. Anche se in questo caso è facile incontrare qualcuno che possa dire “Eh vabbè quelli erano terroristi se lo meritavano”. 

In ogni caso il fine non giustifica mai i mezzi, soprattutto se sono questi. La tortura è una pratica che va condannata senza se e senza ma. Se resta nel cassetto in caso di emergenza, poi l’emergenza non la decidiamo noi».

Testimonianza e racconto: uno dei periodi più bui della storia italiana

Raccontare anche le storie più scomode serve per prendere coscienza e non ripetere gli stessi errori. Sono le storie piccole che ci influenzano di più. «Anche se la storia insegna a non ripetere errori, come vediamo anche in questi giorni gli errori li ripetiamo , dimenticandoci di ciò che è successo, sia in un passato recente o remoto. A me interessava raccontare la storia di un essere umano non di un’organizzazione, non di un periodo storico o di un contesto. Volevo raccontare la storia di una persona, sia la sua vicenda umana o politica. Volevo raccontare una storia perché in fondo sono le piccole storie quelle che fanno la differenza per ognuno di noi.  Altrimenti le cataloghiamo come un capitolo di storia qualsiasi e la dimentichiamo dopo le scuole».

Stefano Pasetto racconta Enrico Triaca, il Tipografo delle Brigate Rosse

«Studiando quel periodo l’argomento saltava fuori in diversi libri, ma non approfondito. Ho iniziato a farmi delle domande. Poi ho scoperto una realtà più vasta di come poteva sembrare. Per questioni anagrafiche non ho vissuto quel periodo, ma negli anni successivi mi ricordavo queste frasi di una grande fierezza delle istituzioni italiane che dicevano di aver battuto l’eversione politica, il terrorismo, nelle aule di tribunali e non negli stadi.

In realtà non è andata proprio così si è ricorso a mezzi estremi. In particolare quello che racconto io, sono due storie a distanza di quattro anni e sono entrambe delle storie che non giustificano l’utilizzo di quelle pratiche nemmeno volendo proprio abbracciare la ragion di stato. Perché il tipografo è stato torturato dopo la morte di Moro, quindi il tipografo non poteva dare informazioni perché non ne aveva né sarebbero state utili. L’altra vicenda in cui racconto che sono stati torturati dei militanti che già stavano collaborando con la giustizia, quindi anche li non se ne capisce il motivo. In realtà lo psichiatra che intervisto dice che la tortura è questo, non serve a estrarre informazioni serve solo a terrorizzare a dare messaggi ad annullare l’individuo».

Quando si guarda un film o documentario si tende ad avvicinarsi al protagonista e renderlo un personaggio positivo. Come ha percepito Triaca quando l’ha conosciuto?

«Mi aspettavo un combattente, dalla scorza dura e con della rabbia. Ho trovato una persona pacificata e con gli occhi trasparenti di chi metteva sul tavolo tutta la sua storia, i suoi sogni e i suoi errori accettando tutte le conseguenze che ne erano conseguite. È vero che quando faccio un documentario finisco per proteggere il protagonista. Nel film di finzione c’è un patto tra regista e attori in cui tutti conosciamo le regole del gioco e le conseguenze.

Nel documentario, quando si intervistano persone reali sento il bisogno di proteggerle in qualche modo perché non sono degli attori, perché non sono abituati a stare sul set, a stare davanti ad una camera. Io penso che lui venga percepito in quanto lui si pone, con gentilezza e umiltà. Questo l’ho riscontrato anche dopo le proiezioni del documentario a Milano. Ci sono state persone che l’hanno avvicinato e che gli hanno detto “Io non sono per niente in linea con le sue idee di allora, però mi sento di scusarmi per lo Stato che l’ha trattata in questo modo”».

Dalla visione del documentario Triaca dà l’impressione di una serenità disarmate, quasi inconcepibile. Un uomo in pace e consapevole della propria vita, che ha raggiunto un punto di serenità. Durante gli anni di isolamento si era fatto portare un libro di Yoga e lo praticava due ore al giorno.

 «Il punto di questo film è questo, c’è sempre una seconda possibilità per ogni essere umano. Per quanto si possano percorrere delle strade complicare e difficili c’è sempre il modo di potersi ricostruire. Il lavoro che Triaca ha fatto su se stesso, che per noi è oscuro e insondabile, è stato quello di ricostruirsi. Anche attraverso la meditazione e lo yoga. Il lungo isolamento lo portava in una condizione in cui non poteva esprimersi, non poteva uscire fuori di sé, poteva solo entrare dentro di sé».

Cosa vuol dire fare rivoluzione oggi?

«Io penso che mentre all’epoca, gli anni Sessanta e Settanta, le rivoluzioni erano vicine nel tempo nello spazio: c’erano state la rivoluzione Cubana, quella Cinese, quella Algerina, i movimenti in Sud America e in centro Africa.

Era uno strumento a portata di mano e aveva dato dei risultati. Per i ragazzi dell’epoca era un sogno non proprio campato in aria. Per le generazioni successive a partire dalla mia e soprattutto le ultime se pronunci la parola rivoluzione devono andare su Wikipedia per vedere di cosa si tratta. È un concetto messo da parte sembra una volta per sempre, e anche pronunciare la parola è qualcosa di estraneo e di lontano. Io credo però che il documentario abbia proprio questo come compito, quello di accendere dei fari sulle parole che cadono in disuso, su degli angoli oscuri in cui non c’è più luce. Si rischia altrimenti di dimenticare tante parole, come democrazia. Qualcuno prima o poi cercherà di convincerci che non è così importante esprimerci elettoralmente perché è un concetto antico». 

«Credo che ci sia una grande urgenza. Perché ci siamo resi conto anche in questi ultimi tempi quanto sia stato facile creare una spaccatura profonda tra le persone, nel momento in cui si sono create due fazioni, per esempio riguardo alla vaccinazione. Sono bastati pochi mesi per creare una spaccatura nel paese con un odio profondo che si manifestava sui social in mondo agghiacciante. Questo spaventa e bisogna rendersi conto che i diritti civili sono la base. Dei principi che devono essere scolpiti sulla pietra e devono valere per tutti, per sempre e che ognuno li deve rispettare per l’altro. È facile amare i propri figli, ma in una società avanzata ognuno ama i figli degli altri».

Stefano Pasetto

Classe 1970, è un regista, sceneggiatore e montatore italiano.  Dopo la laurea al Centro sperimentale di cinematografia si dedica al montaggio e alla regia di corti e documentari. Nel 2004 esordisce con il suo primo film Tartarughe sul dorso, che gli vale la nomination al David di Donatello per il miglior regista esordiente e al Nastro d’argento al miglior regista esordiente. Con il suo ultimo documentario Il Tipografo vince il premio Miglior Lungometraggio Italiano Visioni dal Mondo 2022.

Domiziana Montello

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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