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Un’altra versione della storia: Mal di Libia, il reportage di Nancy Porsia

Oltre il news gathering, lo slow journalism di Nancy Porsia – arrivata in Libia nel 2011, due settimane dopo la morte di Gheddafi, con Mal di Libia, ha vinto il Premio Inge Feltrinelli. Un diario di vita e di guerra

Mal di Libia, il libro vincitore dell’ultima edizione del Premio Inge Feltrinelli – intervista a Nancy Porsia

Porsia è arrivata in Libia nel 2011, due settimane dopo la morte di Gheddafi. Quel che sappiamo della Libia, da questa parte del mare, è frutto di informazioni sparse, riprese video di scontri e migrazioni, molte maldicenze e supposizioni. Un porto di uomini e donne capaci a tutto pur di salpare verso l’Italia, l’Europa, in cerca di fortuna. Una terra devastata prima dalla dittatura militare di Mu’ammar Gheddafi e poi dalla guerra civile.

«La storia della Libia mi pareva scritta altrove, non era che un territorio nelle mani delle potenze interessate a riconquistare la gestione del petrolio. Quello che mi ha colpito fin da subito è stato il fattore umano: ragazzi e ragazze che volevano riappropriarsi della loro libertà, che provavano un senso di vergogna nel vedersi rappresentati da Gheddafi sul piano internazionale». 

«Dumi è simbolo della rivoluzione vinta, anche se persa. Un ragazzo che ha imbracciato le armi a vent’anni, che si è drogato con l’adrenalina della rivoluzione e ha avuto difficoltà a disintossicarsi pur avendo alle spalle una famiglia forte che l’ha spinto a lasciare il ruolo di miliziano. Dumi è morto sul fronte, nella guerra contro lo stato islamico, sparato da un cecchino dello stato islamico. Raccontando, provo a restituire dignità ai ragazzi e alle ragazze che hanno creduto in un sogno, quello democratico, che sono le stesse persone che oggi arrivano in Europa sui barconi e che non hanno avuto voce in capitolo alla costruzione della nuova Libia, perché sono entrati in gioco i grandi player, le potenze regionali e mondiali. La Grande Storia fagocita le piccole storie spazzando via il sogno della democrazia». 

Racconti di guerra: nuove possibilità di giornalismo 

Nancy Porsia ha da poco vinto il Premio Inge Feltrinelli nella categoria Libri con Mal di Libia – reportage, memoir, saggio, resoconto di vita, di viaggio e di guerra edito da Bompiani. 

«In guerra c’è la quintessenza della vita. L’attaccamento alla vita, la capacità di inventarsi, di ricrearsi, di resistere, sopravvivere. Da lì viene fuori l’amore. E l’arte. L’umanità quando si trova a fronteggiare una guerra è al massimo della sua potenza. Capace di resistere alla paura. Io ho avuto molta paura. Ricordo di una volta sul fronte con un gruppo di combattenti di Misurata in missione esplorativa. Ci siamo ritrovati in una sorte di bosco, a est di Sirte, in una piccola casa isolata. Sono salita sul tetto con due combattenti. Mi sono chiesta che facessimo lì, pronti a ricevere qualsiasi tipo di attacco. Ho guardato il producer con cui ero e gli ho detto: “Andiamocene via, ora”.  La paura è sintomo d’intelligenza, ti tiene sveglio. Ci sono colleghi che accettano il pericolo, e lo stesso ho fatto io all’inizio per prendere le misure. La guerra per me non è fatta da proiettili vaganti. Le mie incursioni in prima linea sono contingentate. Racconto un livello di guerra diverso. Noi giornalisti di guerra non siamo Rambo. Abbiamo un rischio calcolato, non siamo matti o vittime sacrificali. Né sentiamo di esserlo, né dobbiamo far finta di esserlo».  

Racconti di guerra: tra slow journalism e news gathering 

Il lavoro di Porsia è un esempio di slow journalism. Un giornalismo lento, che persegue un’elaborazione accurata e mediata delle notizie e delle informazioni raccolte. Si può pensare come la forma regina del giornalismo tout court. Richiede lavoro di ricerca, visite sul campo. È un lavoro di approfondimento e qualità. Va a concretizzarsi nella forma di lunghi reportage, come questo di Porsia, che in Libia ha vissuto diversi anni, andando così a conoscere al meglio la materia del proprio racconto. 

A questa forma di giornalismo, che ha sempre meno spazio, si contrappone il news gathering, l’atto di raccogliere informazioni analizzando fonti diverse: ricerche, interviste, chiamate telefoniche, materiale d’archivio. Alla ricerca lenta sul campo si sostituisce un sempre più rapido lavoro di selezione perché le notizie siano pronte per essere lanciate sui social. 

Mal di Libia, il tentativo di restituire dignità a un popolo 

Laurea in Scienze della Comunicazione, studi in giornalismo, un’esperienza damascena che le ha fatto vivere le conseguenze della guerra civile in Libano. Altra gavetta, redazioni, desk. Scoppiata la rivoluzione in Libia, Nancy Porsia parte come giornalista indipendente sul campo. Poi Siria, Libano, Turchia, fino a decidere, nel 2012, di trasferirsi in Libia, per raccontare il paese e i suoi abitanti. Lavora molto per le testate straniere. L’Italia, dice, in quel momento si accontenta di poco. 

3 ottobre 2013. A poche miglia dal porto di Lampedusa, naufraga un peschereccio con a bordo migranti di origine eritrea ed etiope salpato dal porto libico di Misurata. 368 morti accertati. 20 dispersi presunti. Una delle più gravi catastrofi marittime nel Mediterraneo dall’inizio del Ventunesimo secolo. Il cellulare di Porsia inizia a squillare. Da quel momento, inizia a occuparsi di breaking news, mentre la Libia sprofonda nella guerra civile.

«L’assente nella narrazione su una storia come quella della Libia restava il popolo libico. Per decenni il paese era stato raccontato da un punto di vista geopolitico, ma la geopolitica è distante dalla realtà quotidiana della gente che abita un territorio. Le due dimensioni sono parallele e spesso non s’incrociano. Ho spostato il baricentro dalla Libia come elemento geopolitico a elemento sociale. D’altronde, è un paese che fa parte di una storia più ampia, quella del Mediterraneo. Purtroppo, la politica non c’entra niente con la società civile. La politica ha fallito. La diplomazia ha fallito».

«Il sistema di giustizia internazionale è in crisi da almeno un ventennio. In Libia ho iniziato a capire quanto in realtà c’è una necessità di costruire un nuovo sistema. I libici e le libiche avrebbero dovuto avere più spazio nel racconto sulla Libia, anche per permettere agli europei di fare scelte più consapevoli. Il processo di riconciliazione nazionale tentato dopo il 2014 è stato portato avanti nella stanza chiusa dei bottoni. Questo libro è il tentativo estremo di restituire dignità a un popolo raccontandone sogni e fallimenti». 

Nancy Porsia: il sogno fallito di una democrazia

«Nel 2014 e nel 2015 piovevano bombe su Tripoli e le città d’Occidente. Era il fallimento di un sogno che avevo provato a condividere con chi l’aveva portato avanti. Ero con la madre di uno di loro durante il bombardamento di Zuara e il figlio non rispondeva. In una situazione del genere, mi era difficile, doloroso, annunciare le mie partenze, i miei ritorni in Europa. Ho sempre avuto la fortuna di poter continuare a viaggiare. Rimanevo una straniera, e ho sempre cercato di tenerlo in mente. Ero sotto le bombe con la paura di perdere un nemico, ma avevo sempre la possibilità di potermene tornare a casa per Natale. Quando visitavo i migranti, uscivo dalla prigione mentre loro restavano in cella, senza nemmeno essere criminali ma criminalizzati dalle politiche migratorie europee. Vittime di un arresto arbitrario indefinito. In carcere sono diventata amica di tante donne e tanti uomini. La gente lì, nel dramma più nero, sorride. Sperando di uscire e proseguire il viaggio».  

Il racconto di una guerra a bassa intensità 

C’è una realtà di guerra che sfugge agli occhi dei più fortunati. È la guerra lenta, quotidiana, che non ricorda i videogiochi sparatutto e non finisce in un lampo ma si perpetua per giorni che poi diventano settimane e poi mesi e poi anni. È una guerra che abbassa l’orizzonte, spegne la speranza. 

«La guerra in Libia è combattuta a bassa intensità: la gente in guerra si sposa, continua ad avere figli, va a fare shopping. In Libia trovi sempre una donna che ha il dramma dell’unghia rotta. I problemi del quotidiano persistono. Si può parlare di “stato fallito”, dove regna l’assenza di una prospettiva, di un futuro: puoi iscriverti all’università ma senza sapere se mai riuscirai a finirla per uno scontro tra milizie». 

«Ci siamo dimenticati cos’è la guerra. Abbiamo perso la capacità di comprensione. Il termine “rifugiato” definisce lo status legale, mai la persona. Un mio amico di Tripoli mangia solo un determinato tipo di torta al cioccolato, solo quella, solo in quel posto, e da qui abbiamo invece la percezione che siano tutti poveracci a cui va bene qualsiasi cosa offerta. Sono persone nate in un posto dove gli squali delle vecchie democrazie giocano a Risiko. Chi abita quei luoghi ha una dignità. Non basta loro una tenda, un campo profughi, un pasto caldo. Vogliono di più, ed è un loro diritto chiedere di più». 

«Forse con la Guerra in Ucraina si è accorciato questo spazio d’incomprensione. Una guerra combattuta alle porte dell’Europa, se non in Europa, con vittime bianche, giovani. Non è un cliché: le abbiamo viste. Bambini e bambine che giocavano con l’iPad mentre attorno a loro piovevano bombe. Morti giovani, giovanissimi, ripresi con l’iPhone. Abbiamo scoperto che anche se sei manager della Coca-Cola a Kiev e hai un frigorifero come il nostro puoi cadere vittima di un bombardamento. È stato un giro di boa importante. Per tanto tempo le guerre le abbiamo lasciate agli arabi, agli africani, popolazioni che credevamo abituate al conflitto». 

Nancy Porsia sui migranti: un’altra versione della storia 

«Tra loro c’è chi ambisce a un lavoro, chi a iscriversi a Medicina, chi vuole entrare in una band, chi vuole ricongiungersi col fratello. Dipende dai paesi, dalle nazionalità, dal luogo del mondo da dove provengono.
L’obiettivo comune è sempre quello di rientrare in possesso della propria autonomia gestionale. La possibilità di decidere per sé, sfuggendo alla presa di qualcun altro. In Etiopia, per esempio, non c’è guerra (il Tigrai è una parentesi a sé stante) ma c’è la fame. Li chiamano: migranti economici. Non sono persone che vogliono semplicemente un salario maggiore. Sono profughi, climate refugees: hanno perso la possibilità di auto-sostentamento a casa loro. C’è una scarsa comprensione della disuguaglianza sociale, e l’unica chiave per farla comprendere ai privilegiati, che siamo noi, è restituire valore ai percorsi, ai sogni dei singoli. Abbandonare la disperazione. Ora li vediamo come animali che puzzano di fame. Non è l’unica versione della storia possibile».

Nancy Porsia: una speranza per il Mediterraneo del domani 

«Dobbiamo ripensare il sistema di giustizia internazionale. Non c’è più una parte di mondo che basa le proprie politiche sul rispetto dei diritti umani contro un’altra fatta da paesi canaglia spinti da interessi diversi. Tutti ormai facciamo politiche basate su interessi. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, abbiamo provato a scardinare lo stato-nazione con l’istituzione degli organismi sovrannazionali che hanno chiaramente fallito. Oggi siamo in balia delle lobby transnazionali e trasversali. Il sistema di giustizia fallisce perché non è un antidoto efficace a questo nuovo paradigma di potere. I social in tutto ciò contribuiscono a formare in gran percentuale la percezione che ha l’individuo del mondo. E sono società private. Bisogna ripensare all’identità digitale. Siamo davvero davanti a grandi sfide». 

Nancy Porsia

Nancy Porsia è una giornalista indipendente esperta di Medio Oriente, Nord Africa e Corno d’Africa. I suoi lavori da Siria, Libano, Iraq, Libia, Tunisia, Eritrea e Etiopia sono stati pubblicati da emittenti e giornali nazionali e internazionali, tra cui RAI, Sky, L’Espresso, Panorama, la Repubblica, Il Fatto Quotidiano, ARD, The Guardian, el País e Al Jazeera. È autrice dell’inchiesta sulla collusione tra la guardia costiera libica e i trafficanti di esseri umani pubblicata nel 2016. Dal 2017 lavora anche come consulente e ricercatrice per università e istituti privati. È una delle autrici del libro corale sul giornalismo di guerra al femminile Balas Para Todas (Larrad Ediciones, 2021).

Nancy Porsia - Mal di Libia
Nancy Porsia – Mal di Libia

Nicolò Bellon

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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