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Dalida a casa nel 1971, PICOT Gamma, Rapho via Getty Images
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In un mondo di luci, sentirsi nessuno: l’ombra visibile di Dalida

Dalida fece dell’intraprendenza e del dolore un testamento musicale – oggi l’involuzione del gusto guarda ad altri conforti. Si dimentica, perché, più che a ricordare, non si è allenati alla ricerca di un altro possibile

Un’ italiana nata al Cairo nel 1933: riscoprire Dalida oggi

Chi si ricorda di Dalida? Chi l’ha cantata, ballata e poi dimenticata? Perché il lascito artistico di una diva de la chanson pare oscurato, arrivando a noi depotenziato della portata innovatrice e peculiare che ancora oggi rappresenta? Un nome che non riecheggia spesso nel musicale bacino socio-culturale a cui la gente fa riferimento. I testi di Luigi Tenco mi hanno condotto a lei. Ho letto due biografie. Mi sono concesso di visionare svariate video-interviste d’“epoca”, qualche suo spezzone di film. Ho ascoltato la discografia. Quando Dalida si tolse la vita era il 1987. Non ero nato. 

Ho chiesto ad amici, colleghi, familiari, a qualche passante per le vie di Firenze: ricordate Dalida, conoscete la sua musica? Tra i giovani i più scuotono il capo, non sanno chi sia, tranne rare eccezioni. Una ragazza mi ha chiesto se si trattasse di una influencer meritevole di essere “seguita”. Si vede che il nome d’arte scelto da Iolanda Cristina Gigliotti ancora attrae, anche senza sapere a chi si riferisca; inizialmente era Dalila, sulla scorta del colossal Sansone e Dalila di Cecil Blount DeMille. Fu lo scrittore Alfred Machard, a fine anni Cinquanta, a consigliarle di abbattere l’ultima L per sostituirla con la D di Dio. 

I più maturi la ricordano, «bionda, elegante, con la voce profonda… abitava a Parigi», almeno secondo le memorie di mio nonno ultraottantenne, suo coetaneo, che i successi di Dalida li visse televisivamente in bianco e nero con Ciao amore ciao, interpretata nel 1967 durante quel Sanremo in cui Tenco – autore del brano – apparentemente si tolse la vita ventinovenne. O la Dalida della disco-music che, a partire da una canzone di Toto Cutugno, fu in grado di dar vita alla ballatissima Monday tuesday… Laissez-moi danser, immancabile negli anni Settanta in tutte le discoteche europee e americane, e pure in Capannina (memorie di nonno).

La versatilità artistica di Sainte Dalida

Emerge qui già l’ipnotica proteiformità di Dalida. La capacità, la volontà di passare dalla canzone impegnata, alla bossa nova, a ritmi più disinvolti e celebrativi ne delineano una personalità stratificata, se si vuole complessa nell’accezione più intrigante del termine. Forse più celebrata in Francia perché, se pur di origini calabresi, visse gran parte del tempo a Parigi, Dalida non era cantautrice. Sapeva però interiorizzare ogni testo. 

L’interpretazione è sentita, totalizzante nell’impiego di voce, sguardo e fisicità di fonte a un pubblico che definì «mio marito». Per Dalida si può parlare di proto-performance in termini artistici. È antesignana di un atto creativo in cui si riversa un personale bagaglio emotivo, come vedremo non scontato, che trova una liberazione, un esorcismo nell’essere condiviso con gli spettatori. Cantare, esibirsi è taumaturgico. Una vocazione, un atto intrinsecamente terapeutico. 

Recuperando l’interpretazione sanremese di Ciao amore ciao e, dodici anni dopo, quella di Monday tuesday… Laissez-moi danser è palese l’evoluzione stilistica, la capacità trasformativa e lungimirante della cantante. Per il ritmo dance di quest’ultima non viene realizzato un video musicale ma sono numerose le scenografie che si susseguono nel corso di esibizioni televisive. Una Dalida quarantasettenne, la più matura tra le dive internazionali della disco-dance del tempo, sembra ballare dentro a un’installazione al neon di Lucio Fontana. 

Ingaggia il coreografo di John Travolta e danza cantando attorniata da ballerini vestiti di pelle che ricordano i personaggi disegnati da Tom of Finland. Una leggerezza meditata, scenografie luminose e chiaroscurali, abiti riflettenti e numerosi cambi di inquadrature. Dalida qui vive per ballare, «moi, je vis d’amour et de danse […] Je vais, je viens j’ai appris à vivre. Comme si j’étais libre et en équilibre»

Dalida e il codice del costume 

Un decennio prima, al Festival della canzone italiana, la performance sul palco dell’Ariston irradia la sua potenza espressiva attraverso il verbo e la fissità sul palco di una donna vestita di un bianco Yves Saint Laurent al ginocchio. Una vestale che canta la lontananza, la dicotomia tra la vita dei campi e la scelta di «cercare un altro mondo, dire addio al cortile, andarsene sognando». 

Dalida continuerà a prediligere il bianco, lunghe vesti Balmain o Jean Dessés che amplificano l’aura sacra del personaggio sulla scena. «Sainte Dalida», come molti parigini la chiamavano. Parla di solitudine, amori irrisolti, si rivolge alle sensibilità e alle angosce che condannano i più all’emarginazione. Dopo la morte di Luigi Tenco, tenterà il primo suicido. Salvata da una cameriera, qualche giorno dopo si esibisce in televisione con lo stesso YSL macchiato dal sangue del compagno: un feticcio, un reliquiario che si configura come pagano simbolo di passione. Dalida è sacerdotessa del dolore. Lo celebra, lo condivide, non pretende di nasconderlo. Dopo il divorzio dal primo marito – Lucien Morisse, morto suicida – è un’artista libera, non dipende da agenti o etichette discografiche. Dal 1961, si impone come cantante “emancipata” grazie a un concerto auto-organizzato all’Olympia, cui ne seguiranno molti altri. La sua è una resurrezione artistica. 

Dalida: tra palmarès musicali e interessi socioculturali

A partire dai concorsi di bellezza a cui partecipò di nascosto alla madre da giovanissima in Egitto, Iolanda Cristina Gigliotti ha inseguito il successo e, nel tempo, scelto quello da lei più desiderato. Non temeva la notorietà. Prima donna a vincere un disco d’oro (in tutto cinquanta), prima donna a riceverne uno di platino, prima donna per cui fu creato il disco di diamante in occasione dei venticinque anni di carriera, prima donna per cui fu fondato un fan club. Dalida ha inciso più di novecento canzoni in dieci lingue, centoventi milioni di dischi venduti e altri venti milioni post mortem. Durante la prima tournée americana ebbe il coraggio di rifiutare un contratto milionario offertole dall’impresario di Ella Fitzgerald per fondare poi, assieme al fratello Bruno, la prima etichetta discografica indipendente in Francia. Prima vera star global-mediterranea.

Nel 1973, mentre in Italia Mina canta Parole parole con Alberto Lupo (poi soppiantato da Celentano), Dalida interpreta il testo in francese duettando con il parlato di Alain Delon; assieme all’attore francese restano foto d’archivio nell’hôtel particulier che Dalida acquista negli anni Sessanta in Rue d’Orchampt, Montmartre. Qui, fino al 1944, abita Louis-Ferdinand Céline. Un indiretto collegamento con l’intelligencija che Gigliotti coltiva interessandosi agli studi di Lacan, leggendo Freud e Jung. Cerca guida nelle filosofie orientali, conforto nel culto di Santa Teresa di Lisieux, fino a esporsi sul fronte politico a sostegno delle campagne di François Mitterrand, a scapito delle critiche ricevute dalla stampa. 

Di detrattori ne ebbe molti: subì vari interventi agli occhi, da bambina rimase bendata per quaranta giorni, rimase leggermente strabica e ciò le fu fatto ripetutamente presente; dissero che era una presenza nefasta, una transessuale operata a Casablanca. Certamente Dalida non avrebbe vacillato davanti all’attuale comunità LGBTQ+: venerata icona gay, già nel 1972 cantava «pour ne pas vivre seul, des filles aiment des filles. Et l’on voit des garçons, épouser des garçons». Nell’ottobre del 1985, durante un’intervista televisiva a Le Jeu de la Vérité afferma di accettare totalmente l’omosessualità e mantiene l’aplomb di fronte a domande che la dipingono come un fallimento, non essendo «né moglie, né madre».

Dalida, una vita raccontata in musica 

In una società maschilista che poco tollera le dicotomie, in cui una cantante è confinata a una vita superficiale, Dalida, a un giornalista intenzionato a darle filo da torcere chiedendole cosa stesse leggendo, risponde con una triade “insaspettata”: la Metafisica del sesso di Evola, il freudiano Disagio della civiltà e La puissance et la fragilité di Hamburger. Iolanda Cristina Gigliotti era intellettivamente curiosa. 

Muove i primi passi nel cinema e l’anno prima di morire è attrice protagonista di Le Sixième Jour, per cui la acclamano come «nuova Magnani». Cantante di musica leggera, sensuale corpo bellerino, fece dell’intraprendenza e del dolore un testamento musicale sin dai primi successi. Al ritmo allego di Comme Disait Mistinguett, si presenta, «je suis italienne, de naissance égyptienne», passando alle rassegnate frasi scritte da Lèo Ferré in Avec le tempes, «avec le temps va tout s’en va. On oublie les passions et l’on oublie les voix», per poi intonare senza esitazione Je sui Malade e Mourir sur scène

Dalida ci ricorda che in un essere umano possono convergere dolori indicibili, mentre aggraziatamente si anela alla leggerezza, a una joie de vivre che contempla svariate declinazioni d’amore. Per gli uomini della sua vita, per i genitori e i fratelli, per il suo pubblico, per la conoscenza. Dalida non è un paradosso, una suicida priva di lucidità, ma una vita da non dimenticare. Un’artista emotivamente scissa che sceglie di evolvere e raccontare l’esistenza, fino a quando consapevolmente lo vorrà, con una sbaragliante semplicità e coerenza creativa. Oggi avrebbe ottantanove anni. 

Coltivare l’arte della leggerezza. Il tentativo di Dalida

Non è un caso che Like a Prayer di Madonna o Judas di Lady Gaga ricordino il dalidiano O Seigneur Dieu del 1973; la Signora Ciccone in particolare ha studiato con attenzione le performance di Dalida. Dalida che nella sua ultima intervista afferma, «immagino che nel 2000 sarò dimenticata dal mio pubblico». Nella canzone Nel 2023 – cover di In the Year 2525 del duo americano Zager and Evans – conclude intonando «10000 anni son passati e l’uomo crede di aver raggiunto Dio, d’avere in mano il mondo, di conquistare il Sole ma se ti volti indietro […] le cose belle sono antiche. Nel 2023 io non ci sarò più ma tu mi cercherai nell’infinito». 

Un oblio previsto, non totalizzante ma figlio di un impoverimento mnemonico della società. Vorticose sonorità spicciole, donne volgarmente in déshabillé, crudi motivetti reiterati – veri testi in musica scarseggiano – becero erotismo esibito. Se nelle discoteche oggi l’importante è avere il tavolo per arrogarsi il diritto a un voyeurismo che si configura come potere in un microcosmo insistente la mattina dopo, cosa resta della pura voglia di ballare? Se prima «non saper fare niente, in un mondo che sa tutto» era una nota dolente, oggi è possibilità di fama smisurata, almeno per il clan Kardashian e la setta di adepti che in tutto il mondo lo idolatra. 

Quanta voglia, quanta energia, quanto dialogo con noi stessi abbiamo per ricordarci di una donna che si emoziona e ci parla? Un rapporto conflittuale con il padre musicista morto quando aveva dodici anni, i tre uomini della sua vita tutti suicidi – l’ultimo è il sedicente alchimista e Conte di Saint Germain, Richard Chanfray – così come il suo amico Mike Brant e un aborto che la rese sterile. 

Ricordare Dalida in una società liquida 

Una società liquida, nell’accezione di Zygmunt Bauman, è ancora in grado di assimilare l’esempio di una artista attratta dalla cultura, limpida nelle proprie mancanze e non per questo lontana dalla recherche di leggerezza? Se oggi l’imperium lo detengono volatilità e superficialità, spazio per Dalida ne resta poco. L’arte della leggerezza non equivale a stupidità; nelle Lezioni americane secondo Calvino leggerezza «non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore». Dalida ha avuto numerosi macigni sul petto. Ha agito, eternizzandosi, quando «la vita mi è divenuta insopportabile», quando lo scarto tra Dalida del palcoscenico e il reale sentimento di Iolanda Cristina Gigliotti era troppo ampio. 

Basterebbe cercare qualche video delle sue esibizioni, vederla duettare con Massimo Ranieri sulle note di La prima cosa bella, ascoltare la sua Come prima o Love in Portofino, concedersi al suo lascito musicale. Restano i suoi tentativi di sollevarsi in aria: musica, video, film, foto d’archivio. Riproponendo una battuta di Michael Caine nel film Youth di Paolo Sorrentino, «la leggerezza è un’irresistibile tentazione, perché la leggerezza è anche una perversione». Perversione nel senso freudiano del termine, una forma di piacere puro, che qui trova ispirazione dai diari di Stravinsky.

La mancanza di curiosità è causa dell’impoverimento culturale contemporaneo

La gente fa fatica. Percepisce tutto (o quasi) come impegnativo. Impegnativo è noia. In nome della noia si fagocitano sterilità, nonsense musicali, artistici, “culturali”. L’overdose di stimoli mina l’attenzione. La facoltà di pensiero è depauperata. Si rifugge ciò che ci parla, che ci può guidare, che ci può svegliare, perché ritenuto sterminatamente pesante. La gente fa fatica a cambiare l’approccio ai consumi culturali, già Bourdieu lo evidenziava negli anni Sessanta. 

Dalida agita, emoziona, diverte, a volte è perturbante. Ma l’involuzione del gusto cerca altre rassicurazioni, altri beat, un’accessibilità immediata ai contenuti, una visibilità a tutti i costi. Vuole l’immedesimazione che rassicura ma non fa male, che non crea dubbio. Solo empatia posticcia. Così inadeguatamente manifesta che appare più sicuro inneggiare a corpi canterini dalle forme simili alla Venere di Willendorf. Quanto piace fare le stories con in sottofondo un ragazzino del momento che strilla «ti va di stare bene» o un altro che per più di tre minuti reitera «dimmi che, eh, eh-eh, ricorderai, ricorderai, ricorderai che eravamo proprio belli insieme»

Si dimentica involontariamente, perché, più che a ricordare, non si è allenati alla curiositas. A un altro possibile, che a volte sta qualche decennio indietro ma ha diritto di ri-vivere ancora, di essere ballato ancora. In un mondo fatto di monosillabi digitali e incerte frasi dirette, dove le subordinate scarseggiano perché si fa fatica a seguire un pensiero articolato, quale spazio può ancora avere l’eclettismo racchiuso nella vita e nell’arte di Iolanda Cristina Gigliotti? 

Dalida 

Iolanda Cristina Gigliotti (Il Cairo, 17 gennaio 1933 – Parigi, 3 maggio 1987), in arte Dalida, è stata una cantante e attrice italiana naturalizzata francese. Per una biografia approfondita di Dalida: Tony di Corcia (a cura di), Dalida. Andarsene sognando, Edizioni Clichy, Firenze 2021; Mattia Moretta, Vila Dalida. Icona immortale, Viator, Milano 2017. 

Federico Jonathan Cusin

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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