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La palazzina limitrofa al Macao. Porta Vittoria, Milano
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Abitare occupato a Milano, pre e post Macao

Ai margini della cultura italiana nuovi modelli abitativi per far fronte alla crisi, ma sono criminalizzati. Abitare occupato, autogestito, informale a Milano e oltre, interviene Unione Inquilini

Un caso a Milano non isolato – secondo Unione Inquilini le famiglie morose costituiscono la maggioranza della casistica degli sgomberi

A Milano qualche settimana fa si è parlato di Antonio che viveva con sua moglie e tre figli in affitto in Via Trivulzio – tra Gambara e Wagner. Il caso è diventato cronaca quando il nucleo familiare è stato sfrattato per morosità incolpevole, ovvero perché con un reddito molto basso gli era diventato impossibile pagare l’affitto. Come previsto dalla legge per le famiglie sotto sfratto, Antonio in aprile aveva fatto domanda al Comune meneghino per un alloggio Sat (transitorio), ma – come scrive La Repubblica – l’assegnazione di questi alloggi esiste solo su carta. La casa non c’è, e quello di Antonio, più che un caso isolato, costituisce – secondo Unione Inquilini – la maggioranza della casistica degli sgomberi. 

Unione Inquilini è un’associazione sindacale che da anni si batte per la piena attuazione – tramite politiche sociali – del diritto inalienabile di ogni persona a un’abitazione idonea e dignitosa: «Nasciamo il 29 gennaio del 1968 nel quartiere di Quarto Oggiaro, a nord-ovest di Milano, durante assemblee dei residenti in cui si chiedeva e si discuteva il miglioramento delle case popolari della zona. Al discorso di lotta, uniamo le competenze e le capacità per dare gli strumenti necessari agli inquilini, agli affittuari, ai precari della casa, agli occupanti per conoscere i propri diritti abitativi». Con loro esploreremo due casi di cronaca recente, per comprendere le molteplici ragioni che portano all’occupazione abusiva di spazi abitativi o di aggregazione. 

«Questa stretta sulle occupazioni, più che colpire la criminalità organizzata, elimina ogni rete di protezione per famiglie come quella di Antonio»

Le occupazioni abusive di immobili sono ancora raccontate come se fossero legate primariamente alla criminalità organizzata, racconta il sindacato, mentre casi come quello di Antonio costituiscono la maggioranza degli sfratti in Italia: 

«Questa stretta legale sulle occupazioni, più che colpire la criminalità organizzata, si abbatte su famiglie come quella di Antonio: quell’ottanta per cento di famiglie sotto sfratto che sono morose. Il progetto di legge proposto nel decreto sicurezza non solo criminalizza le persone che prendono possesso, occupano o difendono proprietà, ma anche quelle che vivono in una proprietà ‘senza titolo legale’, ovvero nuclei familiari che sono andati ad affittare un alloggio con un contratto regolare che decade perché non possono più permetterselo. Il pacchetto sicurezza elimina per loro ogni rete di protezione, in quanto possono essere sgomberati senza passare neppure per il giudice»

Perché ci sono 650.000 famiglie in graduatoria per avere un alloggio pubblico? «Il primo crimine» è quello di lasciare l’edilizia residenziale pubblica vuota 

Il 18 dicembre Antonio stava partecipando a un presidio importante: quello di Sicet-Cisl in via Jacopino da Tradate 16, di fronte a due stabili comunali con settanta alloggi che, invece di essere assegnati all’edilizia sociale, verranno venduti a privati. «La domanda che bisogna porsi è: perché ci sono 650.000 famiglie in tutta Italia che vivono da anni in graduatoria per avere un alloggio pubblico, mentre edifici di edilizia residenziale pubblica rimangono sistematicamente vuoti? ll vero problema, il primo crimine – in questo caso dello Stato – è quello di lasciare le case vuote. Siamo un paese con pochissima edilizia residenziale pubblica, perfino mal gestita. È da qui che l’agenda politica dovrebbe ripartire anche per calmierare il mercato degli affitti privati».

A Milano si sono persi gran parte dei centri sociali e culturali autogestiti, il caso del Macao 

Negli ultimi anni non solo si è inasprita la reazione alle occupazioni abitative, ma a Milano si sono persi gran parte dei centri sociali e culturali autogestiti. Dietro della pandemia, nella capitale lombarda si è pianto lo sgombero di centri di aggregazione come il Macao e i gestori della palazzina in Viale Molise hanno più volte rilasciato dichiarazioni che alludevano a un abbandono indotto e costretto. Si riferiscono al fatto che durante i primi mesi di lockdown la palazzina limitrofa e gemella del centro culturale era stata occupata da duecento persone in una situazione abitativa precaria, dove la mancanza di sussidi e di aiuti da parte del Comune durante il picco pandemico, aveva inasprito i rapporti tra gli occupanti e i gestori del centro culturale. Attività violente e l’aumento della microcriminalità hanno costretto il Macao a lasciare lo spazio.

Poco dopo la chiusura del centro culturale, la Polizia di Stato, i Carabinieri e la Polizia Locale sono intervenuti per sgomberare la palazzina vicina – ora destinata all’edilizia privata – agendo su tutte quelle situazioni di microcriminalità che il Macao continuava nei mesi precedenti a segnalare al Municipio senza avere, però, risposte. «La situazione del Macao ci spiega cosa accade a quegli spazi sociali dove la cultura e la socialità non sono mercificate. Mentre le nostre città vengono sempre più private di servizi e infrastrutture – data la turisticizzazione degli spazi e la mancanza di reti sociali basilari – si criminalizzano proprio quei luoghi in cui i cittadini ricreano questa rete, fondano quei servizi che altrimenti dovremmo pagare a caro prezzo. L’autogestione e l’occupazione di uno spazio culturale da parte dei cittadini andrebbero valorizzate come spessore aggiunto alla vita culturale italiana e milanese. E, invece, si accendono i riflettori su questi spazi solo quando accadono situazioni di conclamata criminalità», come quella della palazzina limitrofa al Macao.

Il modo di abitare, le decisioni pubbliche e politiche sulle case determinano il tipo di società

Sempre dal punto di vista antropologico, secondo Tim Ingold, non costruiamo paesaggi in virtù di ciò che siamo ma di ciò che immaginiamo e desideriamo culturalmente. In questo senso, l’architettura è desiderio e il territorio più che posseduto è costruito, in base alle relazioni che vi si collocano. Sempre per Staid – una delle voci teoriche più forti sul tema dell’abitare contemporaneo – il nostro modo di abitare, le decisioni pubbliche e politiche che prendiamo sulle nostre case determinano, in ultimo, che tipo di società vogliamo essere: «le relazioni che siamo in grado di costruire con le persone della nostra comunità […] le ragnatele di significati che ogni giorno intessiamo con i nostri vicini […] orienta le scelte, plasma i gesti, influenza i linguaggi».

Lo sgombero del consultorio MiCuerpoEsMio a Catania – un governo che sgombera spazi di cura e reprime le piazze 

A fare le spese dello sgombero del consultorio MiCuerpoEsMio di Catania del 5 dicembre è stato il centro per la lotta alla violenza di genere nel territorio siciliano. Il consultorio antiviolenza si trovava all’interno di uno studentato occupato, lo Studentato 95100. Questo spazio di ritrovo, per l’abitare informale, era nato nel 2018 quando diversi studenti universitari idonei per le borse di studio e i posti letto risultarono non assegnatari per una cattiva gestione dei fondi della regione Sicilia e decisero di occupare uno stabile ormai in disuso. «La politica si batte il petto quando muore l’ennesima donna perché i riflettori sono accesi sul caso di cronaca. E poi non affronta la radice del problema». 

Come dichiarano le stesse fondatrici di MiCuerpoEsMio il taglio di fondi per i centri antiviolenza è un fatto imperdonabile di fronte alle ultimissime dichiarazioni del governo sul femminicidio Cecchettin. «Come per i centri culturali autogestiti, anche i consultori andrebbero valorizzati in quanto creano servizi, socialità, ascolto e supporto sui nostri territori desertificati e privi di reti di aiuto, anche per le donne». Nel dialogo con le forze di polizia, che è diventato virale online, le ragazze di MiCuerpoEsMio sono arrabbiate. Gridano contro un governo che sgombera spazi di cura e reprime le piazze. mentre lascia agire indisturbate tante sedi fasciste altrettanto abusive. «Un esempio è il palazzo di Casapound – quello di via Napoleone III numero 8 a Roma – che rientra da tempo nella lista degli sgomberi».

Le lotte per la casa – Gli strumenti della legalità 

Era da tempo che il concetto di casa non era al centro del discorso pubblico come lo è ora, forse dagli anni Settanta quando la sede milanese di Unione Inquilini si trasferiva a Firenze e le voci del sindacato cominciavano a farsi sentire in tutta Italia. Ma come si conduce oggi la lotta all’abitare? «Come Unione Inquilini la nostra priorità è quella di ricreare un consenso di base che purtroppo è stato perso negli ultimi anni, attraverso una coalizione con tutti i gruppi che lavorano sul diritto alla casa. Detto questo, è evidente quanto l’attuale governo stia escludendo tutte le parti sociali dal dibattito sulla casa, che comunque rimane – come già detto – inesistente nelle agende politiche. Nella legge di bilancio, nel discorso politico manca qualsiasi accenno alla crisi abitativa che il nostro paese sta attraversando. Proprio lo scorso mese è stato presentato un emendamento per lo stanziamento di fondi per le politiche abitative, da erogare a partire dal 2027. Insomma, tempi lunghi. Questo ci fa capire che il diritto alla casa nel nostro paese è un miraggio costituzionale».

Il modello abitativo occidentale si è imposto più velocemente e diffusamente di altri e da esso stanno emergendo problemi sociali

«Tale è l’importanza che diamo alla casa che averla o non averla determina l’inclusione o l’esclusione sociale, tanto è vero che chi vive ramingo, quelli che abitualmente chiamiamo barboni, clochard, vengono definiti per negazione: “senza tetto”» scrive l’antropologo Marco Aime, noto per le sue indagini sull’Africa del presente e del passato, un luogo dove il concetto di dimora è ben diverso da quello occidentale. La casa è una costruzione culturale, piuttosto che un concetto universale. E, con l’avanzare della civilizzazione e della globalizzazione, si è omologato quello che questa rappresenta a livello simbolico. Specialmente in Occidente, si è perso un certo senso di accoglienza e coabitazione comunitaria proprio delle culture pre-industriali.

Anche se non esiste un abitare che possiamo considerare “primitivo” e uno moderno – nel senso che da sempre sopravvivono in giro per il Pianeta pratiche abitative diverse dal modello occidentale – è chiaro che questo modello si sia imposto molto più velocemente e diffusamente di altri, per ragioni economiche, storiche e coloniali. E da esso, stanno emergendo conclamati problemi che riguardano sia il corpo individuale – isolamento, depressione, paranoia – che quello sociale come la speculazione edilizia e l’aumento della privatizzazione degli spazi pubblici. 

Prefabbricata, omologata e realizzata sempre con gli stessi materiali – tra tutti il cemento – sulla base di una falsa utopia del confort: la casa – così come è stata pensata in Occidente nell’ultimo secolo – è spesso un dispositivo di chiusura, di esclusione e di controllo. Da qui, fatti noti come quello che a Milano pochissimi conoscono i propri vicini. O ancora, il fatto che raramente riescano a convivere più nuclei familiari sotto lo stesso tetto, come invece accadeva in diverse culture indigene.

Il problema del discorso contemporaneo sull’abitare – lotta allo stereotipo verso coloro che abitano in maniera diversa da come abbiamo imparato a intendere la casa in Occidente

Il problema del discorso contemporaneo sull’abitare – prosegue Aime nell’introduzione ad Abitare Illegale (2017) – sta nel fatto che concetti come quelli di ‘senza tetto’ o ‘senza fissa dimora’ sono applicati anche a chi una dimora la possiede, solo che è diversa da come abbiamo imparato a intendere la casa in Occidente. Magari è una roulotte ben tenuta in un parcheggio con tutti i servizi, oppure è un ex fabbrica occupata da un gruppo di artisti e trasformata in studio o spazio espositivo. Ancora aleggiano stereotipi e incomprensioni verso coloro che abitano in maniera diversa da come abbiamo imparato a intendere la casa in Occidente. 

Ai margini della cultura italiana, nuovi modelli e soluzioni abitative – la necessità di ripensare la casa come luogo di incontro piuttosto che di chiusura 

L’emergenza abitativa, l’inflazione e la mancanza di infrastrutture d’aiuto statali stanno facendo emergere – specialmente tra le nuove generazioni – la necessità di ripensare la casa come fatto sociale, come luogo di incontro piuttosto che di chiusura per il singolo nucleo familiare. Le pratiche dell’abitare occupato, autogestito, informale a Milano e oltre costituiscono un fertile e, al contempo, problematico campo d’indagine per scandagliare anche quelle che sono le emergenze e le necessità abitative, culturali e sociali del nostro paese. 

La grande biodiversità di modalità abitative a Milano – dalle case Coree degli anni Cinquanta: l’abitare autogestito non è una novità dell’oggi

Milano è stata da sempre costretta ad assorbire – causa processi migratori interni ed esterni – una grande biodiversità in termini di modalità abitative. In Abitare Illegale l’antropologo Andrea Staid racconta delle case Coree: piccoli agglomerati abitativi costruiti ai margini di città industriali come Milano e Torino, all’inizio degli anni Cinquanta. I migranti che dal sud della penisola si trasferivano a nord in cerca di lavoro, si confrontavano già allora con il disagio abitativo e sceglievano di costruire le proprie case autonomamente, con le macerie e gli avanzi recuperati dai cantieri dove lavoravano. 

«Esperienze simili di autocostruzione e autodeterminazione si possono incontrare in molti paesi europei durante tutta la prima metà del novecento, dai lavoratori irlandesi agli slums londinesi, tra i contadini dei Pirenei francesi o tra gli abitanti delle case galleggianti olandesi, nelle montagne austriache o nei paesi scandinavi» afferma Staid, rimarcando come l’occupazione e l’abitare autogestito non sia una novità dell’oggi, ma una consuetudine storica. 

Quando è nato lo stigma intorno alle occupazioni e autogestioni di immobili? 

Se fino agli anni Cinquanta a Milano si costruivano ancora case autonomamente, in maniera collettiva e spesso abusiva, quand’è che è nato lo stigma intorno a un abitare diverso, alle occupazioni e alle autogestioni di immobili? Già prima degli anni Cinquanta, in Europa, si stava progressivamente mettendo di costruire case dal basso. Plausibilmente il vero scarto nelle modalità abitative avviene nel 1600, dopo una prima rivoluzione industriale e urbana. Fino ad allora la casa era costruita direttamente dalle persone che la abitavano, con un’attenzione ai materiali utilizzati per costruire e al loro impatto sull’ambiente. 

Dalla seconda metà del diciannovesimo secolo, poi, i piani di efficientamento cittadini tracciano un nuovo modo di abitare la città. «Per tutta l’età classica, fino al diciannovesimo secolo, non è mai esistita una trattatistica sistematica sull’alloggio, né una normativa di distribuzione spaziale dei luoghi di residenza. È il Novecento il secolo del cambiamento strutturale dell’abitare occidentale», prosegue Staid. Le costruzioni cominciano a essere appaltate ad aziende private e i cittadini perdono il contatto con la realizzazione materiale della città. Come nel capolavoro distopico di J. G. Ballard, il romanzo Il Condominio (1975), la popolazione abbandona le costruzioni vernacolari delle campagne e delle periferie cittadine e, con il boom economico, si sposta, insieme alle industrie, nelle città progressiste dai grandi grattacieli. 

Milano del qui e ora – la stretta verso coloro che occupano illegalmente o autogestiscono si è fortemente inasprita 

Nella Milano del qui e ora, movimenti singolari e piccole operazioni di resistenza abitativa continuano a convivere con l’omologazione dei grandi progetti di edilizia urbana. Si tratta di realtà associazionistiche, iniziative di quartiere, situazioni abitative non normate o informali, che al suddetto processo di normalizzazione delle differenze sono finora sopravvissute. Probabilmente ancora per poco. La stretta verso coloro che occupano illegalmente o autogestiscono spazi abbandonati si è, infatti, fortemente inasprita negli ultimi anni, non solo a Milano ma in tutta la penisola. Tanto che tra i disegni di legge del pacchetto sicurezza approvato il 16 novembre 2023 dal Consiglio dei Ministri spicca un aggravamento delle pene proprio per gli occupanti abusivi. 

Alessia Baranello

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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