Monte degli Ulivi, Gerusalemme, ph Lidia Bagnara
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Film, documentari e serie: perché le vite degli ortodossi ci interessano così tanto

Da La fine dell’amore a My Unorthodox life: le comunità ortodosse raccontate tra antichi rituali e prospettive di cambiamento

Film, documentari, serie tv: le vite degli ebrei ortodossi impazzano sulle piattaforme di streaming

Li riconosciamo già dal primo frame per via degli abiti neri, le kippah, o i tradizionali riccioli ai lati del viso, i payot. Le donne, invece, nel rispetto del codice della modestia, lo tzniut, indossano gonne lunghe e mocassini, senza mostrare mai i capelli, coperti da una parrucca o da un tichel, il tradizionale foulard che funge da copricapo. Rispettano lo Shabbat (il giorno del riposo in cui è vietato guidare, lavorare, usare la corrente elettrica e il denaro) e lo stile di vita kasher. Vivono in comunità suddivise in correnti, come i chassidici e gli haredim, chiamati anche ultra-ortodossi. A differenza delle serie del passato, nelle quali eravamo abituati a vedere storie e ruoli molto più stereotipati, le produzioni attuali mostrano più sfumature, con personaggi spesso in cerca di un posto nel mondo, in contrasto con le circostanze che si trovano a vivere.

E le serie che raccontano le comunità ortodosse non sono da meno: i legami romantici o lo scontro generazionale sono al centro della storia, ma si tratta comunque di prodotti culturali a sé stanti, che stanno dando vita a un vero e proprio genere.

Il principio è stato Unorthodox, poi Shitsel, La fine dell’amore,  Shiva baby fino a My Unorthodox life

È iniziato tutto con Unorthodox, la prima serie girata in lingua yiddish da Maria Schrader, con protagonista Shira Hass. L’attrice israeliana è stata acclamata dal pubblico per aver interpretato la vera storia Deborah Feldman, giovane sposa scappata dalla comunità chassidica di Williamsburg (Brooklig) a Berlino.

Tra i favoriti del pubblico c’è anche Shitsel, sempre con la stessa attrice ma creato e scritto dal duo Ori Elon e Yehonatan Indurskya. La serie, composta da tre stagioni, racconta le difficoltà e le aspirazioni di una famiglia haredi a Gerusalemme. Tra le novità di Prime video, La fine dell’amore, diretta da Leticia Dolera e con protagonista Lali Esposito. È la storia di una ragazza cresciuta all’interno di una comunità ortodossa e delle sue difficoltà a confrontarsi con il peso delle tradizioni. Solo in seguito alla rottura con il fidanzato non ebreo riuscirà a liberarsi del concetto laico di romanticismo e a fare davvero i conti con le sue origini.

La mia vita ortodossa

Non solo serie tv. Il film Shiva baby, diretto dalla giovane e premiata Emma Seligman, riprende un’intera giornata di shiva, la tradizionale riunione ebraica di amici e familiari nel periodo di lutto. L’evento per la protagonista si trasforma in una serie di incontri imbarazzanti a causa della presenza del suo sugar daddy, con tanto di moglie e figlio al seguito, e della sua ex.

Il reality My Unorthodox life segue invece la nuova vita patinata della magnate della moda Julia Haart, ex membro di una comunità ebraica ultra ortodossa. La docuserie racconta di come Julia, dopo un matrimonio combinato da cui sono nati quattro figli, abbia iniziato a soffrire sempre di più per le restrizioni del “fanatismo religioso”, come lei lo chiama a più riprese, e per questo, dopo aver studiato un accurato piano di fuga, sia scappata dalla comunità di Monsey, situata vicino New York. Questi sono alcuni dei titoli che negli ultimi anni hanno dato il via a quella che potremmo chiamare l’epoca d’oro della narrazioni sul mondo ortodosso. 

Ma chi c’è dietro a queste produzioni? «Chi le realizza non è ortodosso o non lo è più – afferma Fiammetta Martegani, antropologa e scrittrice italiana residente a Tel Aviv – perché nelle comunità la tv è bandita. Chi le ha create, oltre al pubblico che le guarda, vive al di fuori della comunità».

L’ortodossia è esotica, anche senza sesso

Non ci sono scene di sesso, le persone non si sfiorano neppure, i ritmi sono più lenti. Nonostante non ci sia niente di ciò che l’algoritmo di Netflix desidera queste serie continuano a riscuotere successo. «La vedo come una conseguenza commerciale del successo dei format israeliani che hanno fatto crescere l’interesse degli spettatori anche verso le comunità ortodosse» osserva Martegani «L’ortodossia attira perché è esotica». 

Lo dimostra bene una serie come La fine dell’amore tratta dall’omonimo saggio della filosofa argentina Tamara Tenenbaum pubblicato da Fandango a inizio 2022. La protagonista è una giornalista che ha lasciato la comunità ebraica nella quale è nata e il quartiere dove è cresciuta, l’Once di Buenos Aires, e convive con il suo ragazzo, non ebreo. Un giorno incontra Sara, un’amica d’infanzia che la invita al suo matrimonio ortodosso. “Rientrare” anche solo qualche ora nella comunità porta Tamara a mettere in discussione la sua vita e ad analizzare il suo passato.

La comunità ti sostiene e ti soffoca

Tamara, a differenza di quasi tutti gli altri protagonisti di serie basate sul mondo ortodosso, per ritrovare sé stessa non scappa, ma fa un viaggio a ritroso verso la sua cultura mostrando aspetti sconosciuti, come l’importanza dei legami. «Il mondo ultra-ortodosso è organizzato in grandi comunità dove ci si aiuta. Se alle tre di notte finisci il latte in polvere c’è qualcuno che te lo porta. La comunità non ti fa sentire solo però allo stesso tempo può essere avvertita come soffocante, anche perché ha delle regole e dei rituali ben precisi» ammette Martegani.

Ne La fine dell’amore ci sono tre tipi di personaggi: quelli usciti dalla comunità, quelli che ci vivono ancora e quelli che non ci hanno mai vissuto. Attraverso i loro diversi punti di vista viene analizzata l’ortodossia e, in senso più ampio, quanto è difficile gestire la propria identità personale, culturale, sessuale e familiare in una società sempre più liquida. Per gli ortodossi, l’identità personale è ovviamente fortemente connessa con quella della comunità.

Emanuela Trevisan, esperta di problematiche che hanno per oggetto l’identità ebraica in epoca contemporanea, racconta un episodio: «Una mia collega ha lavorato con un centro di ascolto creato per chi vuole uscire dalle comunità ortodosse a Gerusalemme. Le persone si domandano innanzitutto come sia possibile andarsene, perché economicamente e socialmente vengono tagliati tutti rapporti con la famiglia. Inoltre, con poca o nessuna dimestichezza con internet, o con altre lingue, è come fare un salto nel buio. Per questo c’è un alto numero di suicidi tra coloro che sono scappati. Per chi se ne va, o per chi contrae un matrimonio con un non ortodosso/a, viene fatta una cerimonia di lutto, la shiva, come per i riti funebri».

Identità sessuale e fede religiosa

Accanto a Tamara, giovane femminista, libera e combattiva, ne La fine dell’amore c’è Ofelia, una donna trans profondamente legata alla fede alla quale appartiene. Osservando il suo personaggio viene da chiedersi se questa unione tra un’identità di genere trasgender e l’ortodossia sia davvero possibile. «No – risponde decisa Martegani – L’ultra ortodossia è sempre più conservativa. Ad esempio, al muro del pianto c’è una barriera mobile affinché uomini e donne preghino separati. A inizio secolo pregavano insieme. Questi personaggi raccontati sono outsider, non sarebbero facilmente accettati, anche se ogni comunità è diversa».

La serie, in effetti, mostra come alcuni siano più orientati ad accettare chi vive fuori dalla comunità ma la maggior parte rimane restia. Come il nonno della protagonista che si rifiuta di andare alle nozze della nipote perché celebrate in una sinagoga riformata e quindi con uomini e donne seduti vicini. Per le nuove generazioni post globalizzazione, invece, è più difficile aderire alle norme, come dimostra anche il film Shiva baby, ispirato alla storia personale della regista Emma Seligman. La protagonista Danielle vive in una comunità a New York, esplora la sua bisessualità e frequenta uno sugar daddy. Ma se la relazione con una ragazza viene vista dai genitori come una parentesi giovanile, quella con un uomo più adulto, per giunta sposato, è inammissibile.

«Il controllo sulla sessualità è enorme – fa eco Trevisan –  e non c’è apertura verso l’omosessualità. Sono stati registrati anche dei casi di violenza sessuale all’interno della comunità verso i ragazzi, considerando che alcuni luoghi sono prettamente maschili. Ovviamente è stato tutto insabbiato».

Come funzionano i cellulari kasher

Nelle comunità più conservatrici avere contatti con l’esterno può risultare impossibile. Ne è un esempio la protagonista diciannovenne Etsy, di Unorthodox, cresciuta in una comunità chassidica della corrente Satmar, nella quale Google è proibito. «C’è stata un’impennata di ricerche su internet durante la pandemia – racconta Martegani – Più che altro per cercare dati. Generalmente gli ultraortodossi possiedono cellulari kasher, tipo il vecchio Nokia. L’utilizzo della rete in teoria è consentito solo per lavorare. Conciliano quello che gli è più comodo, per cui, per esempio, durante lo shabbat l’elettricità è vietata, ma per riscaldare il cibo tengono una piastra accesa 24 ore. La accendono prima e evitano di spegnerla. Cosa che, tra l’altro, non è così distante dall’antica usanza del braciere. Internet e televisione prima però non c’erano e quindi non c’è margine di accettazione»

Anche Beautiful è peccato

In Shitsel, la nonna del protagonista Akiva guarda la tv all’interno della casa di riposo. Dopo l’iniziale entusiasmo per Beautiful comincia ad esserne tormentata, soprattutto perché il resto della famiglia glielo fa pesare, cercando anche di sabotare l’apparecchio.

Non è facile neppure per i giovani. Il protagonista principale della prima stagione è Akiva, un giovane artista figurativo, i cui desideri confliggono con le aspettative di suo padre e della comunità. Girata in Israele da autori cresciuti in una comunità ortodossa, la chiave di lettura non è politica ma intima. Al centro delle vicende c’è infatti un’immaginaria famiglia haredi che vive a Gerusalemme, nel chiusissimo quartiere di Geula. Shtisel lo ricrea e lo indaga, portando lo spettatore dentro un mondo che normalmente gli è precluso.

Julia Haart, dallo tzniut all’agenzia di modelle

Il reality di Netflix My Unorthodox Life mostra le vicende personali di Julia Haart che a circa quarant’anni è fuggita da una comunità chassidica ed è diventata Ceo di un’agenzia di modelle. Le videocamere la seguono ovunque fin dentro il suo attico a Tribeca.
In ogni puntata mostra una parte del suo lavoro o la vita insieme ai suoi familiari: i figli e i due ex mariti, Yosef Hendler, con cui ha vissuto all’interno della comunità haredi di Monsey (NY), e l’imprenditore italiano Silvio Scaglia, fondatore di Fastweb.
Pur essendo un celebrity reality, My Unorthodox Life  riesce a indagare la controversa condizione femminile delle donne ortodosse attraverso i racconti delle protagoniste femminili. Ad esempio, Julia indossa vestiti aderenti e tacchi vertiginosi, perché ogni strato tolto è come “una rivincita sulla sua vita precedente”, quando nel rispetto del tzniut, indossava gonne lunghe e parrucca.
Il racconto di Julia e delle severe tradizioni che l’hanno accompagnata per buona parte della sua vita, non servono solo a spiegare le ragioni della sua fuga, ma anche a dimostrare le pressioni psicologiche subite. Ed è anche per questo che Julia si arrabbia molto quando la figlia Batsheva discute con il marito sul fatto di indossare i pantaloni.

L’onda femminista contagia Israele

Mentre nel mondo assistiamo alla la quarta ondata del movimento femminista, a che punto è la lotta per l’emancipazione delle donne nelle comunità? «La posizione delle donne ortodosse è cambiata nel corso degli anni – riconosce Trevisan – Sono processi lenti mossi dal desiderio di ottenere riconoscimento e visibilità. Le donne hanno cominciato ad avere accesso agli studi rabbinici e si è diffuso il Bat-Mitzvah, la festa per le bambine al compimento del dodicesimo anno, indicato come l’età della responsabilità, grazie anche all’influenza del femminismo americano».
Secondo Trevisan queste piccole rivoluzioni meriterebbero più attenzione: «Negli ultimi venti anni sono cambiate molte cose. Il messaggio femminista di uguaglianza è penetrato anche nelle comunità in Israele. Le donne si stanno facendo sentire, anche solo perché vogliono poter studiare di più».

Il futuro delle donne ortodosse è anche nel cinema

Tra le tante cose che le ragazze vorrebbero studiare, all’interno delle comunità, c’è anche il cinema. Seppur con grandissime censure e restrizioni date dalla legge rabbinica, l‘halacha, alcune voci iniziano a farsi sentire. Ne fu un esempio La sposa promessa, diretto dalla regista ortodossa Rama Burshtein, presentato a Venezia nel 2012 e candidato all’Oscar come miglior film straniero. O il più recente, 93QUEEN, diretto da Paula Eiselt, membro della Jewish Orthodox Feminist Alliance. Grazie al suo accesso unico e privilegiato, Eiselt racconta la storia di un gruppo di donne che combatte contro il patriarcato nell’enclave chassidica di Borough Park, a Brooklyn.
Come sempre, se vogliamo davvero conoscere una realtà, dobbiamo ascoltare le voci che vengono dall’interno, e prestare attenzione, perché all’inizio, potrebbero essere solo sussurri.

Fiammetta Martegani

Curatrice presso il Museo Eretz Israel, nasce a Milano nel 1981. Nel 2009 si trasferisce a Tel Aviv per un Dottorato in Antropologia a cui segue un Post Dottorato e nel 2016 la nascita di suo figlio Enrico: 50% italiano, 50% israeliano, come il suo compagno Udi. Collaboratrice dal 2019 per l’Avvenire, ha pubblicato nel 2015 il suo primo romanzo Life on Mars (Tiqqun) e nel 2017 The Israeli Defence Forces’ Representation in Israeli Cinema (Cambridge Scholars Publishing). Il suo ultimo libro è Tel Aviv – Mondo in tasca, una guida per i cinque sensi alla scoperta della città bianca, Laurana editore.

Emanuela Trevisan Semi

Docente fino al 2017 di Lingua e Letteratura ebraica all’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha pubblicato in Italia e all’estero su tematiche legate a movimenti periferici e marginali nell’ebraismo contemporaneo (caraiti, ebrei d’Etiopia, conversioni, ebrei del Marocco) e sulla letteratura israeliana contemporanea. Tra le pubblicazioni in Italia si ricorda: Allo specchio dei Falascià (Giuntina, 1987), L’epistolario di Tamrat Emmanuel, un intellettuale ebreo d’Etiopia nella prima metà del XX  secolo (L’Harmattan Italia, 2000), Ebrei per scelta (Raffaello Cortina, 2004), Leggere Yehoshua (Einaudi, 2006), Tre scrittori mizrahi a Venezia (Giuntina, 2015), Conversioni all’ebraismo (Bonanno, 2016).

Lucia Antista

Preghiere a muro del pianto, ph Lidia Bagnara
Preghiere a muro del pianto, ph Lidia Bagnara

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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