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Esistono ancora le ragazze di provincia? Sono quelle che trovi in città

Ragazze perbene, citazione di una poesia di Olga Campofreda, è il titolo scelto da Mario Desiati – Premio Strega – primo lettore del romanzo che racconta la vita delle ragazze di provincia

Olga Campofreda, nelle città di provincia le ragazze perbene si somigliano tutte

Per sottrarsi a un futuro già raccontato, Clara si trasferisce a Londra, Rossella invece risponde alle aspettative altrui e veste l’abito da sposa, non più per sfilare come modella ma per una promessa di vita. Olga Campofreda con il suo romanzo, edito da NN, toglie il velo sulle seconde vite e i desideri nascosti delle ragazze perbene, i cui destini sono specchio di una femminilità che parla di sacrifici e rinunce, di principi azzurri e segreti, di infelicità che si tramandano nel tempo, di madre in figlia. Racconta la storia di una ragazza che si ribella a sogni e consuetudini logore, per percorrere una strada tutta sua. 

Gaia Manzini, presentando il libro per il Premio Strega 2023, afferma: «Racconta la vertigine di chi si sente estraneo nella sua stessa terra. Di chi, come Clara, non si riconosce nelle posture, nel linguaggio e nell’immaginario di quel luogo che dovrebbe chiamare ‘casa, ma che casa non è più, o non è mai stata». Doveva chiamarsi Il Cortile, perché nei cortili delle scuole cattoliche le bambine imparano ad essere viste e controllate, provano la vergogna di sentirsi diverse dalla comunità. Mario Desiati, primo lettore del romanzo, ha suggerito come titolo Ragazze perbene, citazione di una poesia scritta da Olga.

La Caserta raccontata da Antonio Pascale, Roberto Saviano e Francesco Piccolo: marginalità delle donne

«Questo libro ha iniziato la sua gestazione agli inizi del Duemila, quando ero una ragazzina, e a Caserta cominciavano a uscire libri sulla mia città. Caserta era raccontata da scrittori come Roberto Saviano e prima ancora da Antonio Pascale. Pascale veniva spesso nella nostra scuola per discuterne del suo libro. Francesco Piccolo nel 2013, con il Premio Strega, aveva raccontato una città che io conoscevo bene. Ne parlava al plurale, come una comunità di voci che riportavano il territorio nel quale ero cresciuta. In questi racconti c’era sempre uno scarto, mancava una marginalità, mancavano le esperienze delle donne. Volevo raccontare una femminilità tramandata di generazione in generazione, fatta di tradizione, di cura, di attesa. Questo libro nasce dalla necessità di colmare questo vuoto».

Olga Campofreda e Clara, ragazze che hanno deciso di andare via dalla provincia

«Clara mi assomiglia, come mi assomigliano Rossella, la madre di Clara, Luca e tutti i personaggi del libro. Da giornalista per il Mattino, a Caserta, ho girato la provincia, raccontando, gli eventi culturali, le sfilate da sposa, osservando mondi che non avrei frequentato altrimenti. In quell’occasione ho raccolto una galassia di fenomeni antropologici che sono diventati questo romanzo. Clara mi assomiglia perché è molto critica di chi vive la femminilità senza problematizzarla a fondo, è un’osservatrice, ha abitato il margine della provincia e questo essere al margine le ha dato una posizione privilegiata per osservare le cose. Mi assomiglia, perché è una ragazza di Caserta cresciuta tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del Duemila e ha deciso di andare via, a Londra».

«C’è una parte di me che non ho regalato alla mia protagonista, la mia adolescenza da atleta. Insegno scherma a Londra per la nazionale under 20. Da adolescente mi allenavo, non uscivo troppo spesso. Amavo lo sport. Mio padre è un atleta, e lo sono stati anche i miei cugini. Prima di arrivare alla scherma, come Clara, ho anche fatto danza e vissuto momenti di crisi nel mostrare un corpo che non era così sviluppato come quello delle altre. La scherma è stata un passo di consapevolezza, di liberazione, ma pure una disciplina che mi ha tenuta fuori dai momenti di socializzazione del liceo. Sia io che Clara, anche se per motivi diversi, abbiamo occupato una posizione laterale, da osservatrici».

Olga Campofreda, Clara e Rosella, chi è la ragazza perbene?

«Quando questo libro era un progetto, l’idea era di avere due personaggi – uno che dicesse sempre di sì alle aspettative altrui, l’altro che avesse il coraggio di sgusciare via e sottrarsi alle aspettative. Un esperimento narrativo, sociologico, che ha dato una risposta alle domande che avevo. Ho giocato con Rossella facendola muovere spesso in contrasto con il suo desiderio, contro le sue ambizioni di realizzazione. Clara era quella che nel suo essere marginale aveva trovato una forma di libertà , per immaginare un mondo diverso rispetto a quello che gli altri volevano per lei e da lei. Le protagoniste hanno preso percorsi diversi, si sono allontanate, pur partendo da uno stesso contesto sociale, da uno stesso modello educativo».

Rossella, la ragazza perbene per eccellenza

«Il mondo delle modelle in Campania ha standard di bellezza peculiari, è difficile emergere a livello nazionale o internazionale venendo da lì. Non so quanto le ragazze ne siano consapevoli e questo alla fine diventa una trappola. È come se fossero in una campana di vetro e c’è tutto un ragionare sui canoni del corpo, in base ai quali tu puoi essere incluso o escluso in contesti diversi. È nata così l’idea di questa ragazza perbene che ha indossato tante volte l’abito da sposa e quando poi si ritrova ad indossare il suo, le sembra qualcosa di finto, si chiede se lo sente davvero e le suona quasi come una gabbia». 

L’Italia è provinciale: le città di plastica, il microcosmo delle ragazze perbene

«Le grandi città in Italia sono la minoranza, la norma è la provincia. Eppure ci misuriamo sempre con il grandi centri cittadini. Negli anni Novanta quando arrivarono i modelli dall’America, New York sembrava la città ideale. Era traumatico per noi ragazzini o adolescenti, sognare questi modelli e poi applicarli in un contesto di provincia molto chiuso. La provincia è un mondo rassicurante. Nel microcosmo delle ragazze perbene è questo che si critica, il fatto che queste città di plastica esistano in una felicità costruita, falsata, con l’idea di tenere sempre lontano ciò che è diverso quando invece sarebbe necessaria una riflessione ulteriore, una comprensione. Questo ha mosso Clara ad andare via. Una reazione al fatto di non saper contrastare questo tipo di mentalità. Clara cerca di creare dei ponti e far capire che la diversità non è un’anomalia».

Le ragazze perbene oggi sono libere?

«Ho scritto l’ultima parte di questo romanzo dopo il lockdown, a Caserta. Lavorando da casa mi sono fermata un mese e mezzo. Arrivare in città fuori dal periodo delle feste comandate è tutta un’altra storia. Vivi e vedi la quotidianità, non vedi la città di provincia vestita a festa. Vedi il mondo effettivo delle relazioni spezzate, delle umiliazioni subite, delle croci portate, perché è così che va fatto. Lo vedevo anche nelle mie coetanee, che nel frattempo avevano avuto almeno due bambini, si erano sposate magari troppo presto e ne vedevo le conseguenze. Vedevo le conseguenze dei divorzi, che purtroppo continuano ad essere percepiti in modo negativo, non come una cosa positiva che libera da una relazione ormai finita o abusante. Certi pregiudizi continuiamo a portarceli dentro. Io sono cresciuta senza nessun tipo di educazione al femminismo, nessun vocabolario femminista. Oggi internet ci avvicina a questi temi».

La solitudine delle ragazze di provincia può diventare emancipazione

«Questo libro mi è servito per interrogare le relazioni umane e il senso di solitudine che ci portiamo dietro, dentro e fuori la nostra provincia. In inglese tu hai due parole, alone e lonely, e lonely abbraccia il punto di vista esistenziale, mentre alone è una solitudine di fatto, sei solo nella tua stanza ma magari stai bene. Credo molto a questa distinzione. Si è soli, nel senso di lonely, quando non si è capiti. Clara all’inizio è proprio lonely, sola, incompresa, non capita. Neanche il tentativo di instaurare un dialogo con la madre, non ha il coraggio di dirle cosa le è accaduto. Questo atteggiamento ti dice ‘convivi con il sistema piuttosto che combatterlo’. Clara lo sapeva che c’era qualcosa di sbagliato nel modo in cui la madre viveva il suo essere donna. Più avanti poi capisce l’importanza del dialogo, il raccontare di sé, come faceva fare alle sue studentesse».

«È sempre un po’ spaventoso dire quello che abbiamo dentro, però nel momento in cui lo diciamo ad alta voce alla persona che amiamo, alla persona da cui vogliamo essere viste, iniziamo ad essere riconosciuti da loro. Aiutiamo la nostra storia ad esistere, nel modo che vogliamo, nel modo in cui noi vogliamo esistere.  È questo, il dialogo, l’empatia, la forma di amore che ho regalato alle mie ragazze perbene, perché era quello che mancava loro. Il senso di essere sole ma forti, consapevoli di questa solitudine che è definizione, piuttosto che essere sole lonely, incomprese».

Costruire la propria vita sopra le nostre radici

«Io mi porto dietro tutto della provincia, nel bene e nel male. Non ho reciso le mie radici, ci ho costruito la mia vita sopra. Ho tenuto dentro quello che mi piaceva. Quello che mi piace della provincia è una rete di affetti che ti prende quando cadi. Non amo la definizione di fuga di cervelli né in generale amo la definizione di fuga. Io non mi sento lontana dalla mia città»

Olga Campofreda

Vive a Londra, dove lavora come ricercatrice in Italian e Cultural studies e insegna scherma per la nazionale inglese Under 20. Nel 2009 ha esordito con La confraternita di Elvis (ARPANet) e i suoi racconti sono apparsi su riviste e blog letterari. Tra le sue ultime pubblicazioni: A San Francisco con Lawrence Ferlinghetti (Giulio Perrone Editore 2019) e il saggio su Pier Vittorio Tondelli Dalla generazione all’individuo (Mimesis 2020). È co-autrice del podcast The Italian Files e insieme a Eloisa Morra cura Elettra, una serie antologica di racconti sul rapporto tra padri e figlie (effequ).

Francesca Mandelli

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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