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Il Bar Jamaica a Milano anni Sessanta
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Vincenzo Agnetti, parole e linguaggio scomposti e ricomposti: l’archivio di Milano

L’archivio di Vincenzo Agnetti raccontato dalla figlia Germana Agnetti – la Milano del Piccolo Teatro e di via Brera, tra Piero Manzoni, Lucio Fontana, e Agostino Bonalumi

Quando mi vidi non c‘ero: Vincenzo Agnetti

Nei Feltri, con cui, l’artista milanese porta alla luce ambiguità e ombre dell’organismo-parola e, con essa, di tutto il linguaggio. L’inquietudine esistenziale e poetica di Agnetti si traduce in un’opera artistica unica nel suo genere, caratterizzata da un costante lavoro sul linguaggio, la fonte – inesauribile – della sua ideazione artistica. 

Le lacanien: Vincenzo Agnetti

Prodotto di questa ossessione di Agnetti è la Macchina drogata (1968), un’opera che Agnetti ha realizzato con una calcolatrice Divisumma Olivetti, sostituendo i numeri con alcune lettere generando un susseguirsi di sillabe imprevedibile. L’aspetto della macchina rimane identico a quello originale, ma i segni e il linguaggio che produce risultano alterati. Un’opera, scriverà il critico e storico dell’arte Bruno Corà, che manifesta «l’esercizio di Agnetti nell’impiego del linguaggio come una macchina estrattiva di eventuali corto circuiti rivelatori». Ricorda Corà, il critico d’arte francese Pierre Restany chiamò Agnetti ‘Le lacanien’, con riferimento alla corrente psicoanalitica fondata da Jacques Lacan. «La Macchina drogata – scrive ancora Corà – pone in scacco la sua più interna funzione nei confronti del linguaggio verbale, essa esibisce le somme, le sottrazioni, le moltiplicazioni e le divisioni della parola quando a formularla è l’atto digitale spensierato, deprivato della reale possibilità di fornire una volontà significante»

L’inesauribile lavoro di Agnetti sul linguaggio ha fatto sì che scrivesse per tutta la vita, sia nella forma di proposizioni, sia a corredo delle sue immagini, sia infine come ‘prodotto’ in lettere, come avviene con le sillabe e le oscure parole della Macchina drogata. Un’eredità oggi custodita e raccontata dall’Archivio Vincenzo Agnetti, nato nello spazio dello storico studio milanese dell’artista, in via Machiavelli 30, aperto nel 2014 per volere della figlia Germana Agnetti e della gallerista e moglie dell’artista Bruna Soletti.

Agnetti, Brera e Milano

Agnetti è legato alla città di Milano, prima di tutto per formazione: si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Brera per poi iscriversi alla scuola del Piccolo Teatro, diretta e fondata da Giorgio Strehler, Paolo Grassi e Nina Vinchi Grassi. Al Piccolo conoscerà la sua compagna di sempre, Bruna Soletti, futura gallerista che ospiterà anche l’ultima mostra di Agnetti, nel 1981. «Sono fattori – racconta Ilaria Bernardi, curatrice e dottoressa di ricerca in Storia dell’arte – che evidenziano la formazione interdisciplinare di Agnetti, che lo accompagnerà in ogni sua opera: da un lato guarda al teatro, dall’altro, allo stesso tempo, all’arte pura»

«Frequentando Brera – continua Bernardi – Agnetti si inserisce all’interno di un contesto culturale vivace, che si incontra in locali mondani come il bar Jamaica, dove molti personaggi della Milano artistico culturale dell’epoca – Piero Manzoni, Lucio Fontana, Enrico Castellani, Fausto Melotti, Agostino Bonalumi – erano soliti ritrovarsi».

Agnetti negli anni Cinquanta e Sessanta: Azimuth e Domus

Agnetti prende parte al movimento culturale che, soprattutto tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta con la rivista Azimuth fondata da Piero Manzoni e Enrico Castellani, «manifesta il proprio puntare all’abolizione, o meglio all’azzeramento, della pittura in favore del monocromo, e quindi del concetto della tela e della superficie che diventa quasi arte di per sé» sostiene ancora Bernardi. L’esperienza con Azimuth è funzionale alla formazione e l’affermazione artistica di Agnetti, così come i legami con l’editore Vanni Scheiwiller, direttore della casa editrice All’insegna del pesce d’oro, fondata nel 1936 a Milano dal padre Giovanni Scheiwiller, direttore della Libreria Hoepli.

Obsoleto: il primo non romanzo di Agnetti

A metà degli anni Settanta la produzione editoriale della casa editrice, inizialmente dedicata a ricercati libri d’arte a tiratura limitata, si ingrandisce con la fondazione della Libri Scheiwiller, che pubblicherà volumi di poesia e letteratura, arte e critica letteraria e artistica, brevi saggi di intervento storico, politico, economico. Tra questi, anche Obsoleto, romanzo sperimentale di Agnetti edito nel 1967, la cui copertina venne disegnata dal pittore Enrico Castellani. Obsoleto non è un romanzo nel suo senso tradizionale: è un testo destrutturato, in un susseguirsi di brani le cui sillabe e parole richiamano i risultati ottenuti dall’artista e scrittore con opere come la citata Macchina drogata, dominate dai principi di combinatorietà e apparente non-senso.

Protagonista del romanzo è un soggetto indefinito che afferma, riflette, evoca, descrive, farnetica su una controversa relazione tra un uomo e una donna, circondato da soggetti indefiniti che agiscono in modo manifestamente insensato. Non a caso per l’editore Obsoleto doveva costituire il primo numero della collana Denarratori.

Agnetti e le rivista Domus

Un’altra realtà editoriale che radica l’artista nella Milano degli anni Sessanta e Settanta è la rivista Domus, su cui Agnetti scriveva e pubblicava editoriali e interviste di carattere artistico. Per Bernardi, «una delle particolarità che, a livello personale, differenzia Agnetti dagli artisti del suo ambiente, è l’assidua collaborazione con Domus e con altre riviste che avevano la loro sede nella città di Milano», a sottolineare questo intenso rapporto dell’artista con il capoluogo lombardo. «Un altro fronte che lega Agnetti a Milano è naturalmente quello dei rapporti con le gallerie: i Feltri e le Bacheliti, quindi gli Assiomi, verranno esposti alla Galleria Blu di Milano. Agnetti sarà vicino anche ad altri galleristi e galleriste della città, come Carla Pellegrini e Daniela Palazzoli»

Archivio Vincenzo Agnetti, l’intervista a Germana Agnetti

Per far nascere l’Archivio Vincenzo Agnetti nello storico studio milanese dell’artista, in via Machiavelli 30, «C’è stato un lavoro propedeutico – racconta la figlia Germana Agnetti – fatto da mia madre Bruna Soletti e da me a tempo perso: io facevo il medico, quindi inizialmente potevo dedicare poco tempo alla costruzione dell’Archivio. Mia madre teneva una sorta di archivio personale, in cui raccoglievamo documenti, articoli, fotografie». Dall’apertura dell’Archivio nel 2014 è organizzata, in media, una mostra all’anno su Agnetti, accompagnata da un quaderno di studi che approfondisce il tema dell’esposizione: «Adesso siamo al numero 6, Archivio 06, e tra non molto ci sarà Archivio 07 (i quaderni sono acquistabili sul sito di Corraini Edizioni, ndr). Agnetti ha lavorato su moltissime tematiche e pensiamo che, nonostante lui sia certamente conosciuto come artista per Assiomi e Feltri, l’ampiezza e la complessità del suo lavoro meriti di essere approfondita con studiati percorsi».

Il cielo non ha bisogno di traduzione

Vincenzo Agnetti è stato un artista poliedrico, che per tutta la vita ha ricercato, immaginato, costruito punti di incontro tra discipline diverse, appartenenti a un universo mentale che non si lascia imprigionare da steccati. In tutti i suoi lavori manifesta una cifra filosofica, un legame tra scrittura e immagine che si esprime non solo come scelta estetica, ma come manifestazione dell’impossibilità di scindere arte e poesia. Figure e parole sono equivalenti. Per Agnetti, scrivono Germana Agnetti e Guido Barbato in Archivio 02, f«ciò che conta è quello che viene detto con quel quadro, il pensiero a monte che può essere declinato in molti modi, tutti equivalenti». Manifestazione di questa equivalenza, e di questo mutuo soccorso tra figura e parola nella ricerca del senso, è sicuramente Architettura tradotta per tutti i popoli (1973), un’opera costituita da una serie di tre immagini. A spiegarla c’è un testo dell’artista e la prima immagine mostra la cupola attribuita al Bramante nella chiesa di Santa Maria delle Grazie, a Milano. 

«La cupola del Bramante è alta, slanciata, e finita. L’opera nel suo insieme rappresenta microscopicamente la cupola autentica, oggettiva e infinita, della volta celeste. Il titolo del tema potrebbe essere: ‘Del cielo’. Oppure, più misticamente: ‘Perché?’».

Agnetti: fotografia di un cielo stellato

«La traduzione comincia con la stella polare – scrive Agnetti – Siamo quasi al polo nord e guardiamo in alto. Una stella al centro: come una curva a indicare, con l’ausilio di altre stelle, una prospettiva. La stella polare si muove ma brilla immobile; quasi il centro, in alto, di una cupola vera e propria. Un centro che si muove stando fermo. Le altre stelle invece appaiono esaltate nel loro movimento circolare. Esattamente come i perimetri di una cupola mano a mano che si avvicinano alla base». 

«L’ultima parte della traduzione – conclude l’artista – rappresenta una parte di cielo. Il Bramante e la stella polare, nonché il metodo seguito per visualizzare la radice del modello di cupola, non hanno più alcuna importanza. La traduzione si concretizza con l’immagine di una spirale aperta. Una galassia che si chiama: N G C 2403».

«La cupola – conclude Agnetti a commento dell’opera – ci porta a casa il cielo; una specie di chiarificazione in sigla della volta celeste. In un certo senso parla una sua lingua per una sua civiltà. La sua lettura è limitata e deve essere tradotta. Le uniche cose invece per le quali non occorre traduzione sono quelle che in assoluto nessuno conosce ancora. Nella misura in cui si manifesta universale il cielo non ha bisogno di traduzione».

Vincenzo Agnetti 

1926-1981. Esponente dell’arte concettuale milanese, oltre che scrittore e poeta. Le sue opere più celebri, i Feltri, hanno acquisito negli anni una fama internazionale, sono state vendute all’asta da Christie’s e Sotheby’s.

Chiara Ciucci

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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