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Dove non mi hai portata, Maria Grazia Calandrone
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Cosa fare con la storia di chi ci ha generato, la ricerca di Maria Grazia Calandrone

L’ultimo romanzo di Maria Grazia Calandrone, Dove non mi hai portata in cinquina al Premio Strega: è l’indagine sulla storia della sua vita, partendo dal suicidio dei genitori

Maria Grazia Calandrone, finalista Premio Strega, racconta la sua storia nel libro Dove non mi hai portata, Einaudi 2022

Finalista al premio Strega 2023, Dove non mi hai portata, Einaudi 2022, è il libro con cui Maria Grazia Calandrone scende nelle profondità della terra in cui è nata e cresciuta per scoprire le radici che l’hanno generata. Queste radici s’interrompono a villa Borghese, Roma, nel 1965, quando un uomo e una donna abbandonano la figlia, una bimba di otto mesi, e si suicidano. La neonata è Maria Grazia Calandrone, che scrive, racconta la storia dei genitori, seguendoli da vicino come fosse lì con loro, mescolando alla loro la Storia e cercando le ragioni per cui hanno scelto la morte. Lucia, la madre, diventa una personaggia che deve lottare e fuggire, e Calandrone, senza mai lasciarla galleggiare sulla pagina, ce ne dà un ritratto vivido.

Maria Grazia Calandrone: il suicidio dei genitori – l’intervista a Lampoon

«Che si fossero suicidati, l’ho sempre saputo – racconta Maria Grazia Calandrone nell’intervista rilasciata a Lampoon – non ricordo il frangente in cui mi è stato detto, ma è un’informazione che dentro di me sento di avere da quando possa ricordare. So d’esser stata adottata dall’età di quattro anni, ma dubito che contestualmente i miei genitori – i miei genitori adottivi, intendo – mi abbiano detto pure ciò che è successo alla mia nascita. Che Lucia si sia uccisa è una notizia che fa parte di me da sempre ma nella realtà non so quando l’abbia assunta. L’anno scorso, quando ho iniziato a scrivere questo romanzo, ho cominciato a elaborare questa informazione in modo più cosciente».

Dove non mi hai portata: la scrittura e il suicidio per Maria Grazia Calandrone

«Non lo so, cosa significhi il suicidio – confessa Maria Grazia Calandrone. Non riesco a concepirlo. Adesso, però, capisco perché per Lucia fosse una possibilità, la sola possibilità. Da una parte c’erano la galera e la miseria, dall’altra la morte. I miei genitori erano ricercati dalla polizia, non potevano trovare un lavoro, guadagnarsi da vivere, mangiare – e da qui la miseria. La loro sola opzione era autodenunciarsi, che avrebbe significato la galera. Quando l’ho saputo, facendo il lavoro di ricerca che ha portato poi a questo romanzo, ho capito perché Lucia ha scelto la morte. Ho compreso cosa significhi non avere via di scampo. Passata la forte emotività dovuta al momento – il momento in cui, raccolte tutte le informazioni su di loro, ho avuto un quadro più completo – ho visto le sue ragioni. Ancora oggi tuttavia il suicidio, l’atto in sé, per me è indecifrabile».

Maria Grazia Calandrone non ha mai provato sentimenti ostili nei confronti dei suoi genitori, «però li ho giudicati. Deboli. Naturalmente, questo prima di sapere come fossero andate le cose. Li ho giudicati deboli e disamorati, sia della vita in sé, sia di me stessa. Sono una madre pure io, pronta come la maggior parte delle madri a morire e a uccidere per i miei figli, e pensando al loro gesto, prima di scoprire la storia per intero, mi domandavo, stupidamente, come si potesse privare una figlia di sé stessi; come, da genitore, si potesse sottrarre la propria esistenza a una figlia. Non era ostilità, ma un sentimento di incredulità. Quando sono lontana dai miei figli, di ventidue e quindici anni, tengo sempre il cellulare incollato alla mano – temo sempre possano avere bisogno di me. Poi non succede praticamente mai, è ovvio. Ecco, questo senso di protezione per me non poteva coesistere con la scelta di Lucia di uccidersi e sottrarsi a me, sua figlia, per sempre».

Scavare nella propria vita con Maria Grazia Calandrone

Il suicidio è mai stato un pensiero ossessivo per Maria Grazia Calandrone. «Piuttosto, era un pensiero sottostante. Poi con uno sforzo mentale, cercando lucidamente di non anteporre i miei desideri al reale, ho capito che per Lucia privarmi della sua presenza è stato un atto d’amore. È stato l’atto d’amore massimo. Da genitore vuoi che tua figlia abbia il meglio, abbia quanto di più bello la vita le possa riservare. Quale esistenza avrebbe potuto avere la figlia clandestina di due migranti interni ricercati dalla polizia? Sarebbe stata una vita d’inferno, priva di dignità. Mi sono detta quando l’ho realizzato, ecco un’altra ragione per cui si è uccisa».

Il romanzo Dove non mi hai portata di Maria Grazia Calandrone – l’intervista a Rai 1 di Serena Bortone, Oggi è un altro giorno

Maria Grazia Calandrone ha lavorato alla ricostruzione della vita dei suoi genitori per la scrittura del libro. «L’idea di scrivere Dove non mi hai portata è nata dalla mia partecipazione al programma di Rai 1 di Serena Bortone, Oggi è un altro giorno. Ero lì per presentare il mio precedente romanzo, Splendi come vita – Ponte alle Grazie 2021, ndr -, ma, sebbene in quel libro non si parli di Lucia ma dei miei genitori adottivi, alla fine si è molto parlato pure di Lucia, e della sua storia. In quel romanzo la sua figura è solo accennata, era l’antefatto al racconto ma è venuta fuori a più riprese, durante il programma, e dopo pochissimi giorni sono stata sommersa da messaggi, telefonate, e-mail. A scrivermi era la gente che l’aveva conosciuta, Lucia – persone anziane che spesso piangevano, o che si emozionavano ricordandola. Ho iniziato a scrivere diversi mesi dopo. Con la scusa del Covid, ho tergiversato fino ad agosto. Sapevo che, l’avessi scritto davvero, questo libro, avrei affrontato la storia della mia vita e sentivo l’esigenza di ragionarci. Alla fine, dopo un lungo pensare, ho deciso di farlo. Ed ecco il libro».

Maria Grazia Calandrone: raccogliere testimonianze di vita, il passato della madre Lucia

«Ho raccolto le testimonianze delle persone che hanno conosciuto sia Lucia sia mio padre – e con me c’era mia figlia Anna, che ha fatto un video reportage del nostro viaggio; è stata preziosa. Poi ho collezionato tutti i documenti, i fascicoli che sono stata capace di trovare le cartelle cliniche, soprattutto. Infine ho messo tutto assieme. Ho seguito la cronologia, dall’infanzia. Vedere i cascami della loro miseria è stato tremendo. Trovarsi davanti ai ruderi del posto in cui ha vissuto mi ha fatta star male anche fisicamente. Vedere una stanza di dodici metri quadri, in cui vivevano quattro persone, assieme, tra l’altro, agli animali, le mura ormai andate, il pavimento sporco: tremendo. Sapere che lei vivesse lì mi ha fatto male. Ho cominciato a seguire le sue tracce, andandole dietro nei suoi spostamenti. Ho capito che era stata a Milano, a Roma e lì sono andata, chiedendo le cartelle cliniche dei ricoveri e tutti i documenti disponibili alla visione. Il primo posto è stato il brefotrofio di Roma, dov’ero stata ricoverata, e allora ho pensato mi avesse abbandonata subito dopo avermi partorita».

Affrontare l’abbandono da neonata con Maria Grazia Calandrone

«Ho passato una settimana difficile. Cosa ridicola, in effetti: mi avesse davvero abbandonata subito dopo il parto, non sarebbe cambiato alcunché, e la mia vita sarebbe rimasta la stessa. Eppure per questa notizia eventuale ho sofferto. Poi, ho scoperto di una legge per cui i figli illegittimi, quale ero io, venivano affidati direttamente ai servizi sociali e anche che, dopo un mese e mezzo, non so come, Lucia è riuscita a riprendermi con sé. A questa scoperta la mia felicità è stata incredibile. ‘Ma di tutta la scienza, conto solo che sei venuta a prendermi’, in quei giorni non sono riuscita a pensare ad altro».

A un certo punto, Maria Grazia Calandrone ha realizzato che tutto il materiale raccolto, le cartelle cliniche e i documenti, si sarebbe trasformato in un libro. «Ho messo ordine tra le carte. Fino a quel momento non era scontato, anzi – temevo potesse essere inopportuno, per certi versi. Poi per rabbia ho cambiato idea. Entrata nel groviglio legale in cui è rimasta intrappolata mia madre, ho capito che la sua vita era stata sacrificata sull’altare del nulla. Era stata costretta a suicidarsi perché non c’era una legge sul divorzio. Questa rabbia mi ha convinta a scrivere».

Maria Grazia Clandrone crede in Dio?

«Non credo in Dio. Credo nell’invisibile, al quale non do il nome di Dio. Lo dico anche all’inizio del libro: scrivendolo, speravo che sarebbe apparso il lato nascosto del reale – che io chiamo poesia. Non credo in Dio ma credo questo – che l’apparenza delle cose sia la superficie, che è bella, e ci può sorprendere, ma c’è qualcosa che si può scoprire soltanto o traverso le parole o osservandolo, il mondo attorno a noi, finché non sono le cose a cominciare a parlarci».

Maria Grazia Calandrone scrive Noi che siamo la nostra sorpresa. «Ogni tanto, mi sorprende la mia resistenza, la mia ostinazione. Ad ogni modo, con quella frase intendo che ognuno di noi può sorprendere sé stesso perché ognuno di noi, credo, è sia un potenziale assassino sia un potenziale santo. Noi conteniamo tutte le possibilità dell’umano, ma ogni giorno scegliamo istintivamente d’essere una cosa o l’altra, ed è in questo che possiamo sorprenderci».

Maria Grazia Clandrone e il rapporto con i figli

«Potrei uccidere, senza dubbio, se qualcuno facesse del male ai miei figli». Se possiamo essere tutto, cos’è a decidere ciò che saremo – solo gli eventi esterni? «No, credo che ciascuno di noi abbia una sua indole, credo che ciascuno di noi abbia in sé un’inclinazione naturale rispetto a determinate cose. Poi, gli incontri, l’ambiente, gli accadimenti: tutto è destinato a plasmarci. Credo che ci plasmino nella psicologia, i fattori esterni, non nell’animo: nella parte più coriacea e difficile da scardinare. Lo vedo con i miei figli, nati come poi sarebbero stati e, nonostante l’ambiente in cui sono venuti su sia lo stesso, molto diversi l’uno dall’altra».

«Mi dicono spesso che sono ansiogena. I miei figli, intendo – ride, ndr. Siamo molto uniti, questo è indubbio. Io mi confido con loro, e loro si confidano con me. Ci fidiamo l’uno dell’altra. Credo siano brave persone, e questo mi rende felice. Penso non facciano del male agli altri, per quanto è possibile, e questo è fondamentale per me».

Hanno letto il libro?«Arturo sì, Anna no. Per l’Arturo di Elsa Morante. Anna per via della mamma di Giorgio Caproni».

Maria Grazia Calandrone

Immagini di avere ottant’anni: è domenica mattina. Con chi è, dove si trova, che fa? «Ho sempre pregato i miei figli di non fare come quelli che pensano, la domenica mattina, ‘oddio, devo andare a pranzo da mia madre!’. No, assolutamente no. Che siano liberi di venirmi a trovare, non obbligati – che poi non è che si perdano chissà che se non vengono a provare la cucina della madre. Se dovessi figurarmi una domenica di quando avrò ottant’anni credo la immaginerei con loro, con loro e con le loro compagne o compagni, figlie o figli – io farò finta che m’infastidiscano, i bambini, ma non sarà così. Dovessi fantasticare, invece, mi vedo nella veranda della mia casa al mare – desidero da sempre di poter invecchiare in spiaggia ma dubito potrò farlo. Sono lì, ecco, e con me ho un libro, e sto scrivendo, e sono in pace».

Mattia Insolia

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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