Torre Breda vista da Piazza della Repubblica, Milano, ph Matteo Mammoli Lampoon
TESTO
CRONACHE
TAG
SFOGLIA
Facebook
WhatsApp
Pinterest
LinkedIn
Email
twitter X

Cosa c’entra la sessualità con la ricerca di una stanza a Milano?

Se da un lato resiste ancora il luogo comune secondo il quale le inquiline sarebbero più pulite e ordinate rispetto ai ragazzi, la ricerca di un alloggio è diventata anche terreno fertile per gli stereotipi di genere e le discriminazioni

Per trovare casa a Milano bisogna raccontare anche la propria vita

Elia ha vent’anni anni, è un ragazzo transgender e ha bisogno di una casa urgentemente per poter iniziare la facoltà di psicologia. Francesco ha vissuto in America e in Australia eppure, rientrato in Italia, si ritrova bloccato a Como perché a Milano non trova una stanza: chi cerca un inquilino dà quasi sempre precedenza alle ragazze. Grazia studia, fa la modella e ha imparato a schivare le truffe e le avance. Per recuperare un tetto usa delle sue foto nelle quali appare spensierata e sorridente. Anche Martino ha usato una sua foto: biondo, occhi azzurri, ha trovato un alloggio in pochi giorni, zona buona, prezzo ottimo. E poi c’è Amalia che si chiede cos’ha che non va e che passa tre ore al giorno sui mezzi per attraversare da sud a nord una città che sembra non volerla accogliere.

Sono storie, sono corpi. Sono ragazzi e ragazze, poco più che ventenni, che si ritrovano a vivere la giungla immobiliare che ha infestato le grandi città. Milano come sempre in testa, con prezzi fuori controllo, alloggi gestiti per lo più dai privati e soluzioni al limite dell’abitabilità e la decenza. Per trovare una casa raccontano chi sono, come vivono, cosa gli piace fare, che aspettative hanno. Niente sembra bastare. Ogni volta che esce un annuncio su Facebook nei gruppi dedicati agli affitti, i commenti fioccano: Sono interessata! Ti ho scritto in privato, Si può visitare?

L’ansia da ricerca di un alloggio

L’ansia cresce tra chi cerca. Attaccati al telefono, subito pronti a mettere un like e a mandare un messaggio per non veder sfumare un’altra opportunità e rimanere sospesi, impossibilitati a diventare adulti, chiusi nella propria cameretta mentre i genitori fuori invecchiano, prigionieri della città dalla quale si vorrebbe andare via o distanti decine di chilometri dal lavoro dei sogni che finisce col diventare una condanna.

Erika Desambrois è psicologa e sessuologa clinica. Su Instagram il suo profilo @sexed.ita ha circa 30 mila follower e con lei riflettiamo su quali possono essere le conseguenze del non trovare un posto dove vivere. «La casa è uno dei bisogni dell’individuo. Trovarla con caratteristiche indecenti o non trovarla affatto porta frustrazione, sentimenti di tristezza e fa perdere la motivazione». Giusto il giorno prima della nostra chiacchierata un’amica mi chiede se conosco qualcuno che affitta un posto letto. A un suo conoscente di Lecce hanno assegnato una cattedra a Milano ma se non trova nel giro di pochi giorni dovrà rinunciare. Assieme alla motivazione, a rischio ci sono uno stipendio e l’intero futuro. «Un’altra conseguenza – continua Desambrois – è l’ansia: devo essere pronta, devo essere la prima a commentare ogni annuncio, se non controllo ossessivamente perdo l’occasione».

Non trovo casa, mi chiedo cos’ho che non piace alle persone

«Ho iniziato a cercare casa a luglio» mi racconta Amalia una sera di novembre inoltrato. Parliamo al telefono sottovoce, sono le nove e mezza passate e Amalia è da poco tornata a casa. «L’azienda mi aveva proposto una nuova posizione solo che la sede era dalla parte opposta della città rispetto a dove vivo. Io ho accettato subito ma non pensavo sarebbe stata così dura trovare una sistemazione più vicina.»

Amalia è esausta: «Ho fatto decine di colloqui, online e dal vivo, rialzato il budget che mi ero data inizialmente (il 40% del suo stipendio), accettato di pagare caparre spropositate, persino una doppia a 750 euro più spese mi era sembrata un affare a un certo punto, ma alla fine non sono mai stata scelta.»  Amalia ha 26 anni, una laurea in Economia, un viso solare e le idee chiare. Ha lasciato il centro Italia, dove ha amici e fidanzato perché a Milano c’erano le opportunità che cercava. «A livello professionale sono appagata ma ammetto che questa situazione mi ha messa in crisi. Mi chiedo cos’ho che non piace alle persone. Ho un contratto a tempo indeterminato, referenze, esperienze di convivenze passate» 

Adesso che le giornate si sono accorciate, la sera quando rientra tardi, Amalia non si sente sicura: «Scendo alla fermata del treno e mi ritrovo nel tipico cliché: stazione deserta, strada buia. Sto sempre al telefono con qualcuno e accelero il passo.» La casa dove abita le piace ma ultimamente non riesce più a godersela, sempre in tensione, pronta a preparare gli scatoloni da un momento all’altro. «Mi sono tranquillizzata un po’, il messaggio che ho postato su Facebook mi ha aiutata, ho parlato con altri che vivono la mia stessa situazione». Il post di Amalia, che è la ragione per la quale l’ho contattata, era uno sfogo. «Non avevo mai fatto una cosa del genere, quando leggevo quelli degli altri mi sembravano una forma di autocommiserazione, ma dopo questa ricerca estenuante confesso che li capisco e non giudico più nessuno, nemmeno chi mette foto in posa o al mare.»

Nell’annuncio ho deciso di usare una mia immagine per attirare l’attenzione

Grazia ha ventidue anni e studia Pubbliche Relazioni, vorrebbe tornare a Milano dopo l’estate passata a casa, in Puglia, perché deve frequentare l’ultimo anno di università ma non ci riesce.  «Ho deciso di usare un’immagine nell’annuncio per attirare l’attenzione. All’inizio mettevo il Duomo, poi ne ho postata una mia. Le donne mi scrivono per offrirmi appartamenti, i maschi a volte sono invadenti ma capisco in fretta le intenzioni e o ignoro, o blocco.»

Grazia vorrebbe condividere casa con qualcuno: «La pandemia che ho passato da sola in un monolocale mi ha traumatizzata e poi io da figlia unica tendo a volere i miei spazi però devo abituarmi a confrontarmi con gli altri.» Le chiedo se sarebbe disposta ad avere coinquilini maschi e mi dice che preferirebbe di no: «Mi sentirei a disagio, se dovessi stare in casa con un ragazzo vorrei che fosse omosessuale perché ho avuto amici gay e so che mi alzerebbero il morale ogni giorno».

La ricerca di un alloggio fra stereotipi e discriminazioni di genere

«Ho notato – continua Desambrois – che anche la ricerca di un alloggio è diventata terreno fertile per gli stereotipi di genere e le discriminazioni. Spesso una ragazza non sceglie un coinquilino maschio perché è in una relazione e il fidanzato è geloso, ovviamente parliamo di una relazione poco sana. Altre volte per imbarazzo o per paura, dovuta alla cultura dello stupro che permea la nostra società. Ci sono i padroni di casa stessi, che vedono nelle giovani donne delle inquiline potenzialmente più pulite e ordinate rispetto ai ragazzi, secondo un luogo comune ancora vigente».

Francesco ha ventisette anni, è fotografo e videomaker. Ha vissuto a Melbourne e fatto un Erasmus a San Francisco: «Lì il mercato immobiliare e la gentrificazione sono ancora peggiori», mi racconta. Francesco è vittima di una discriminazione di genere ma la prende con ironia: «Dopo un po’ che cercavo casa mi sono reso conto che molte offerte sono riservate solo alle ragazze così, invece di lamentarmi, ho cercato di capire perché e ho pubblicato un sondaggio su Facebook nel quale chiedevo le ragioni per le quali i ragazzi sono rifiutati.» Tra le possibili risposte c’erano la sicurezza, la pulizia, la paura che il coinquilino ci potesse provare o il timore che un ragazzo in casa potesse impedire poi di avere ospiti. Il 52% delle risposte ha confermato i pregiudizi sulla pulizia e il 34% invece ha ammesso di sentirsi insicura.

«Avendo convissuto con decine di coinquilini di sesso, razza e fedi differenti non capisco perché anche ragazze della mia età si precludano la possibilità di avere dei coinquilini maschi, secondo preconcetti che non hanno nessun fondamento», osserva Francesco. «Siamo tendenzialmente spaventati e senza fiducia, tendiamo a generalizzare, a criticare a priori, pur essendo così giovani. È un peccato perché ci si preclude una possibilità, non ci si evolve né si matura con queste grosse auto restrizioni».

La propria immagine come scorciatoia per la ricerca di una casa

Martino a questo giro ha giocato la carta vincente e ha trovato casa in tre giorni: «L’ultima volta che ho vissuto a Milano c’avevo messo un mese e questa volta non avevo intenzione di perdere così tanto tempo», mi racconta al telefono. Anche Martino, come Amalia, ha finito di lavorare che è sera. «Sono un designer e un illustratore ma faccio anche il commesso per evitare una seconda bancarotta, come quella che ho sofferto durante la pandemia.» Martino è simpatico a pelle ma rintracciarlo non è stato semplice, su Facebook non rispondeva. L’ho intercettato su Instagram. «Facebook non lo uso, una volta trovata la stanza l’ho disinstallato».

L’annuncio – che Martino aveva spammato su tutti i gruppi dedicati – era facile da notare: «Ho preso una foto nella quale sono carino ma anche divertente, ho messo due scrittine sceme e ho ricevuto 4000 like e una serie di chiamate folli. Il 90% di chi mi ha contattato cercava altro, il 10% erano offerte vere.» Martino ha visitato le proposte che gli sembravano interessanti su Facetime per evitare di saltare da un punto all’altro della città, si è visto sfumare un monolocale per aver tardato due ore a confermare, e ora vive in un grande appartamento a sud di Porta Romana, paga 510 euro e ha quattro coinquilini di sesso misto con i quali si trova bene. «Potendo scegliere ho optato per la situazione che più mi dava la sensazione di casa, di famiglia». 

La foto di Martino mi era saltata subito all’occhio perché suonava fuori contesto, così come quelle usate da altri suoi coetanei e coetanee che non sanno più a che mezzi ricorrere per trovare una stanza. Finti bronci, cin cin in ristoranti eleganti, sorrisi dai luoghi di vacanza. Più che una pagina dedicata alla ricerca di una casa a volte sembra di stare su una app di dating. «La mia foto infatti è la stessa» conferma Martino, che mi svela poi la trama perfetta per una commedia romantica: «Una ragazza mi ha visto su Facebook, mi ha riconosciuto su Tinder e mi ha scritto: Hai trovato casa? Così abbiamo iniziato a chattare e ora usciamo insieme.»

Martino non ha problemi a parlare di sé e non si sente in difetto per aver usato la sua immagine come scorciatoia. «La nostra generazione è abituata ad aprirsi, non abbiamo problemi a parlare di noi. Io so che sono carino e questo mi aiuta a compensare il fatto che ho un autismo ad alto funzionamento.» «Cosa vuol dire?», «Che sono come voi, ma ogni tanto faccio cose strane.»

I social hanno cambiato anche la ricerca della casa 

«La modalità della ricerca della casa è evoluta», riflette Laura Romieri, psicologa e sessuologa che ha trovato su tik tok il suo canale, realizzando video che a volte diventano virali. «Un tempo funzionava in presenza e quando tu e io ci relazioniamo perché io sto cercando e tu offri, io sono lì, vedo i segnali che mi mandi, parlo, rispondo, leggo il comportamento non verbale e quando vado via ho un’impressione di come sia andata. Ora che il primo contatto è virtuale, io non ho più controllo sull’impressione che ti faccio e se metto nel mio annuncio solo informazioni riguardo alla soluzione che cerco, ti lascio la libertà di documentarti su di me solo attraverso i social. Parlare di sé, esporsi, anche in modo così personale e intimo, mi sembra una maniera di controllare questa prima impressione.»

«I social – riconosce Jonathan Bazzi, autore di Febbre e Corpi Minori che recentemente ha commentato i prezzi ormai inaccessibili delle case a Milano – hanno sgretolato tutta una serie di resistenze in termini di esposizione e sovraesposizione e si sono innescati dei meccanismi di gratificazione. L’auto esposizione viene premiata e quindi anche le persone che non sarebbero portate per natura a svelarsi, a un certo punto si sentono chiamate da quel mezzo.»

Anticipare la propria identità per non rischiare di sentirsi non protetti a casa propria

«Io ho sentito la necessità di raccontare per una sicurezza mia personale – mi spiega Elia sinceramente – Avendo iniziato il percorso di transizione, il mio corpo si evolverà e avrà caratteristiche sempre più mascoline ma i miei documenti attuali sono al femminile. È normale che chiunque mi stia attorno mi faccia delle domande, e se uno non è aperto può avere delle reazioni, anche spiacevoli».

Elia nel suo annuncio non ha solo specificato le condizioni della sua ricerca, ma si è messo anche a disposizione per diffondere la cultura transgender: «Se non siete chiusi mentalmente – ha scritto – ma semplicemente avete imbarazzo ad affrontare la cosa perché non sapete bene come muovervi e siete curiosi di conoscere di più riguardo l’argomento, scrivetemi comunque. A imparare qualcosa ci si guadagna solo». Gli chiedo come hanno reagito le persone: «Mi aveva risposto una signora gentile ma sforava il mio budget e un altro signore molto tranquillo. Non me l’aspettavo, sono stato stupito positivamente. Molti mi hanno accusato di ostentare la mia identità per avere un trattamento privilegiato, altri mi hanno insultato».

Mi domando quale forza debba avere dentro di sé Elia, con i suoi vent’anni, per raccontare a migliaia di sconosciuti il percorso che sta affrontando, ben sapendo che l’odio digitale è sempre pronto a colpire. «La casa è il luogo nel quale riposiamo, ci ricarichiamo, quindi deve essere un posto sicuro – mi risponde Romieri – Io vedo in quello che ha fatto un mossa astuta: anticipare un aspetto della sua identità che se non viene accettato non gli permette di vivere tranquillo. Ha soppesato il valore del dolore minore: essere offeso su internet da ignoti o sentirsi non protetto a casa sua?»

«Le nuove generazioni – continua Romieri – sono un passo avanti nel sentirsi nel giusto, nella consapevolezza che i bisogni della nostra identità sono veri. Non sono loro in torto a sentirsi come si sentono, ma nel torto è chi questa cosa non l’accetta.»

Le tante Milano, dentro Milano

«Il corpo e la casa sono due corrispettivi materiali della nostra identità – riflette Bazzi – e quindi attorno alla nostra casa, così come al nostro corpo, si aggregano temi e storie legate alle vicende personali e al contesto che ciascuno di noi si porta dietro.»

«Vivo a Milano da ventuno anni – mi racconta – e mi sono accorto che le mie origini, anche nel rapporto con la casa, mi seguono. Non è una questione di posti più o meno belli, o più o meno centrali, ma di storie. Venendo dalla periferia, per me la città è sempre stata il sogno, l’ambizione. Sono cresciuto patendo l’aggressività e la violenza, soprattutto nell’adolescenza, per il mio risultare visibilmente diverso, con delle caratteristiche non conformi. Una volta lasciata Rozzano e arrivato a Milano, che per me rappresentava la sopravvivenza e il benessere, mi sono ritrovato circondato dalle stesse dinamiche che volevo lasciarmi alle spalle: famiglie con padri violenti, coppie che litigano molto, persone che fanno uso di sostanze. È come se ci fossero tante Milano, anche dentro la Milano bene, interne e clandestine, delle quali si parla meno perché le persone urlano sottovoce e i vicini fanno finta di non sapere, ma che sono quelle che poi spesso, se arrivi da un’origine marginale come me, ti ritrovi a vivere e che percepisci, perché le riconosci.»

Bazzi abita in un monolocale soppalcato, con il suo ragazzo e due gatti, e vorrebbe cercare una nuova soluzione, più ampia. «Sicuramente ho un legame forte con questa città: tutta la mia educazione sentimentale e culturale si è svolta qui, ma lo scenario è desolante. Ho visto un bilocale a Baggio a 1200 euro più spese. È una spirale, sta diventando impossibile a Milano avere una casa da adulti e non è un problema da poco. La casa ha a che fare con l’auto percezione che abbiamo di noi stessi e questo rapporto insano che si è creato con i luoghi dell’abitare avrà, e sta già avendo, una ricaduta grave e diretta sulle relazioni e sulla salute mentale delle persone.»

Erika Desambrois

Psicologa e sessuologa clinica. Gestisce @SEXED.ita dedicato alla divulgazione scientifica di tematiche legate alla sessualità.

Si occupa inoltre di difficoltà relazionali, tematiche LGBTQIA+, comunicazione interpersonale e sfere della psicologia quali la gestione delle emozioni, dello stress e di specifici momenti di vita, nonché la crescita personale.

Laura Romieri

Psicologa, consulente sessuale e sessuologa in formazione. Grazie al canale tiktok @psico.lauraromieri, divulga brevi video informativi sulla psicologia e la sessualità, raggiungendo anche i più giovani, specialmente ragazze e donne che soffrono di vulvodinia e vaginismo.

Jonathan Bazzi 

Autore di Febbre, romanzo autobiografico finalista del Premio Strega 2020 edito da Fandango, e Corpi Minori pubblicato nel 2022 con Mondadori. Dall’8 novembre è in libreria assieme ad altri giovani scrittori italiani con Data di nascita, un’antologia di racconti curata da Teresa Ciabatti.

Claudia Bellante

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

SFOGLIA
CONDIVIDI
Facebook
LinkedIn
Pinterest
Email
WhatsApp
twitter X
CCCP - Annarella

Abbiamo sempre frainteso i CCCP

Andrea Scanzi e i fischi: nessuno ha mai osato criticare Lindo Ferretti per le sue simpatie politiche di destra e per la Lega – abbiamo sempre frainteso i CCCP, forse ora è il caso di dirgli addio