Arnaldo Pomodoro, Il grande teatro delle civiltà, macchine sceniche per le Orestiadi del 1983
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Arnaldo Pomodoro e Fendi, archeologia e futurologia: e se crollasse anche il Sole?

La mostra Il grande teatro delle civiltà, prodotta dalla Fondazione Arnaldo Pomodoro in collaborazione con Fendi, a Palazzo della Civiltà Italiana

Arnaldo Pomodoro – il movimento del crollo e i bozzetti di un progetto a Milano

A Milano, in piazza Meda, c’è una ruota di Arnaldo Pomodoro. Quando ero un bambino, gli adulti pensavano fosse un sole di metallo – così ne scriveva Lina Sotis sul Corriere della Sera nel 1983, «un sole di metallo che i ragazzi alla sera fanno roteare perché è bello, la notte, giocare con un sole d’autore». Anche io, lo facevo roteare, sia da bambino i pomeriggi di marzo tornando dai giardini pubblici, sia da adolescente quando mi innamoravo. Oggi, in mostra a Roma, c’è un bozzetto di Arnaldo Pomodoro, un disegno del ‘74, che progettava tre colonne mastodontiche, in bronzo, rotte e cadute, con le dovute crepature, davanti al Duomo di Milano: «È una vecchia idea» diceva Pomodoro a Lina Sotis: «Non che fossi megalomane e lo sia ancora, ma certo creare una scultura da mettere davanti alla Madonnina è un problema difficile. Il mio è un movimento di crollo»

Le opere di Arnaldo Pomodoro nel mondo

Nel parco davanti al Palazzo Reale di Copenaghen ci sono quattro colonne. Al Moma di Manhattan, c’è una sua sfera. A Tokio, alle Hakone Open Air Museum, sono esposte due sue sculture. Ancora, alla sede centrale di Pepsi, nel giardino, ci sono tre colonne alte quindici metri. A 56 anni, Arnaldo Pomodoro insegnava per dieci settimane all’anno al Mills College in California. Uno scavo dentro la complessità delle cose che si solidificano, ogni volta che le sventri. Comprimi la prospettiva geometrica come se tu volessi curvare i quanti di luce, come se volessi stritolare sia lo spazio sia il tempo – come se tanto di quanto sia riuscito a fare Proust nelle sue pagine, possa sembrare a Pomodoro una sessione di coccole.  

Arnaldo Pomodoro, la mostra a Roma con Fendi: una collaborazione che comincia a Milano

Il racconto di una mostra a Roma comincia da Milano: sembra fuorviante ma non lo è. In via Solari 35 c’è un edificio industriale che un tempo produceva turbine idroelettriche: qui un grande vano era stato scavato nel terreno sotto il pavimento, una sorta di grande buca, dove fu fuso L’obelisco del Novecento che era stato commissionato nel 1999 da Walter Veltroni in omaggio al secolo passato per salutare il 2000 – fu inaugurato solo più tardi, nel 2004 a Roma, e posto all’ingresso dell’Eur. Quell’edificio industriale era il laboratorio di Pomodoro: il vano fu ampliato e lì, sotto terra, fu costruito il Labirinto: scendendo delle scale che sembrano una quinta teatrale, oggi si può vagare in questo incastro di pareti, ognuna è un pannello in bronzo alla maniera di Pomodoro, e sentire la vertigine di perdersi. Oggi, questo edificio in Via Solari 36, è la sede di Fendi a Milano – e proprio questo edificio ha dato l’avvio alla collaborazione ormai decennale tra Fendi e la Fondazione Pomodoro che ha portato alla produzione della mostra a Roma per la quale sto scrivendo una pagina. 

Arnaldo Pomodoro nasce 1926 a Morciano di Romagna, oggi vive a Milano

Arnaldo Pomodoro studiò come geometra. A Pesaro, gli fu affidato il compito di lavorare a edifici distrutti dalla guerra, e queste macerie composero parte della sua identità creativa. Lavorò come orafo, presso bottega, sempre a Pesaro: Arnaldo Pomodoro imparò a incidere l’osso di seppia, tecnica propria degli orefici. L’osso di seppia è una matrice umile quanto universale, per mantenere nel metallo le striature organiche della calcificazione animale. «Ho iniziato il mio lavoro grattando l’osso di seppia e incidendolo, ho usato la sagoma degli ossi stessi e li ho ingranditi per farli diventare scudi sacri. A volte mi sono concentrato a studiare le strutture lamellari dell’osso, alcuni hanno tessiture interne che sono venature come forme magiche. Tu non hai fatto quasi nulla, è l’osso di seppia che racchiude frammenti di spiaggia e lembi del Mediterraneo»

La mostra a Palazzo della Civiltà Italiana, sede di Fendi a Roma: Il grande teatro delle civiltà

La mostra Il grande teatro delle civiltà è realizzata da Fondazione Arnaldo Pomodoro in collaborazione con Fendi, è aperta dal 12 maggio a ottobre. Ingresso gratuito – bisogna registrarsi e prenotare la visita. Non è una mostra antologica, osservando le opere – ma tale diventa se ci si sofferma sull’archivio qui disposto in teche per documenti. I curatori Lorenzo Respi e Andrea Villani hanno previsto di esporre disegni, progetti, bozzetti, fotografie, lettere, dichiarazioni di Arnaldo Pomodoro: tra questi, ho trovato il disegno delle colonne progettate per piazza del Duomo e l’articolo di Lina Sotis da cui ho ripreso alcune righe. 

Una visita al Palazzo della Civiltà Italiana: la mostra di Pomodoro in collaborazione con Fendi

Arrivando per la visita, la prima nota va a quattro opere in bronzo poste ai quattro angoli della pianta quadrata dell’edificio. Quattro sculture astratte raggiungono un’altezza di circa tre metri dal pavimento in travertino, rappresentano le quattro forme del mito: Agamennone il potere, Egisto la macchinazione, Clitennestra l’ambizione, e infine la profezia per Cassandra. Sono macchine sceniche che Pomodoro realizzò nel 1983 per le Orestiadi di Gibellina. Più che su una scenografia Pomodoro ricerca la dimensione del mito: ovvero il legame tra l’uomo e la storia della civiltà, (che non è la storia umana). Utopia, segno e archetipo, tridimensionalità dell’opera e bidimensionalità del documento, tracce di civiltà arcaiche o solo fantastiche, segni che appartengono all’archeologia ma anche alla futurologia.

Arnaldo Pomodoro e la mostra con Fendi a Roma: cenni biografici e contesto culturale

Il contrasto e la contraddizione. Pomodoro ha attraversato il Secolo Breve: in auge dagli anni Cinquanta e in relazione con le avanguardie storiche. Il cubismo torna nelle sue opere, l’espressionismo astratto, l’astrattismo: Klee e Kandinsky. Intersecandosi a queste correnti, non lo si sintetizza in alcuna. Nel 1955 si trasferisce a Milano. Andare a Milano negli anni Cinquanta voleva dire entrare in contatto con un ambiente reattivo: Lucio Fontana, Alighiero Boetti. Pomodoro acquistò un arazzo di Boetti quando ancora Boetti non era nessuno. Nel 1959, al Moma di New York, Pomodoro incontra l’uccello di Brancusi. Una linea anti figurativa ma formale. Capisce che quella forma va rotta. Che il linguaggio di Brancusi non era più adeguato a quegli anni. Come poteva un linguaggio cosi perfetto procedere ancora? Partendo da li, che fu per lui come un’epifania, Pomodoro comincia a realizzare le opere che oggi riconosciamo.

La monumentalità delle opere di Pomodoro: Il grande teatro delle civiltà

Negli anni Sessanta si era già riabilitata la scultura, che a lungo era stata considerata arginale rispetto alla pittura. Una scultura che Pomodoro pensa inserita all’interno di un contesto. Le opere di Pomodoro possono apparire monumentali, per via della loro dimensione – penalizzate da chi ritiene le opere celebrative lavori di secondo ordine. La Rotativa di Babilonia del 1991 fu realizzata in riferimento alla cultura mesoamericana: una ruota che va avanti e indietro e imprime il suo segno a terra come facciamo noi con le nostre esistenze. «La ruota è docile, la mia prima ispirazione risale al 1961, quando vidi un vecchio calendario azteco». L’opera funziona come da perno per l’intera mostra Il grande teatro delle civiltà.

Canvas Peekaboo e Pomodoro – il progetto di Fendi che vive dal 2014: un artista lavora sulla Peekaboo come fosse una tela bianca

Senza far parte del corpo artistico, sotto una teca all’ingresso, c’è la Peekaboo di Fendi rielaborata da Arnaldo Pomodoro lavorando sul modello disegnato da Silvia Venturini Fendi nel 2008 come fosse una canvas, una tela di canapa bianca. Subito dal 2008, la Peekaboo divenne iconica nella storia della moda per la manifattura tecnica della doppia struttura frontale, una tasca esterna che permette di mettere in contrasto la rifinitura interna. Qui il contatto con Pomodoro. Pomodoro, sempre cercando e spingendo la reattività tra superfice e viscera, ha cercato di rinforzare l’involucro esterno disponendo aculei come lance di un esercito a difesa. 

Arnaldo Pomodoro, l’uso del bronzo, le opere a Roma a Palazzo Fendi

Si suppone che la scultura sia un’arte che procede per via di levare: Michelangelo toglieva strati di marmo per cercare le forme che le venature minerali stavano solo custodendo, dalla formazione del mondo. Pomodoro non leva. La scultura di Pomodoro è una scultura in negativo. Lavora su lastre d’argilla che incide, lavora nei cunei; cola il gesso che poi utilizza ancora come matrice, per il bronzo. 

Il bronzo è lucido in superficie, a contrasto con le crepature che sgrovigliano le viscere: un interno corroso nel metallo. Pomodoro sceglie le forme astratte della geometria euclidea: il quadrato, la sfera, il cilindro, il cono. In mostra a Roma a Palazzo Fendi, posato sul marmo rosso delle Apuane, c’è un cubo: fuori la forma è levigata, dentro c’è una sorta di verme che corrode, che divora la struttura. La spinta ad andare oltre, a comprendere che cosa ci agita. Quello che colpisce è il contrasto tra la levigatezza della forma perfetta e la confusione, la sofferenza della parte interna. Il postmodernismo nasce negli anni Settanta. Il bronzo si ossida, soprattutto sotto pioggia e sole. 

Fendi e il Palazzo della Civiltà Italiana; Arnaldo Pomodoro e Il grande teatro delle civiltà

Al Palazzo della Civiltà Italiana, che oggi in tanti a Roma chiamano Palazzo Fendi, lo spazio si presta al discorso teatrale e indaga il rapporto tra arti visive e arti sceniche. Procedendo la visita, si ha una ripartizione di due ambienti speculari, a destra e a sinistra. Da una parte la sala scura e dall’altra la sala chiara. Il grande teatro delle civiltà. Come fossimo in uno specchio, da una parte si incontra il fiberglass dipinto di grafite e dall’altra parte fiberglass bianco: sono le Battaglie, che richiamano le battaglie di San Romano di Paolo Uccello. Sono le radici di Pomodoro che negli occhi trattiene il Rinascimento, la civiltà dei Montefeltro, la cultura dei della Rovere.

Carlo Mazzoni

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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