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manifestazione femminista, anni Settanta, scena dal documentario Lotta Continua, regia Tony Saccucci
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Il difficile rapporto tra femminismo e sinistra italiana: da Lotta Continua a oggi

La sinistra italiana deve trovare una risposta: i diritti delle donne, così come quelli delle minoranze etniche o sessuali, sono marginali o una priorità nell’azione politica?

Nel 1976, con il congresso di Rimini, si concluse l’esperienza di Lotta Continua

Lotta Continua era stato un movimento politico della sinistra extraparlamentare nel 1969, nel pieno dell’autunno caldo e delle lotte operaie nelle fabbriche della Fiat, raccoltosi intorno all’omonimo giornale. Negli ultimi anni della sua esistenza, Lotta Continua aveva dovuto fare i conti con grandi dissidi interni, legati soprattutto all’adesione di alcuni esponenti alla lotta armata e alla decisione di presentarsi alle elezioni in coalizione con altri gruppi di sinistra, che in molti avevano interpretato come una sorta di resa e che portò a un 1,51% alle elezioni del 1976. Ma c’era un’altra questione che contribuì alla fine di Lotta Continua e che segnò un punto di svolta nella storia della politica italiana: la presa di parola delle donne. 

Lotte di classe, femminismo e militanza di sinistra: la figura dell’operaio-proletario al centro, la questione femminile ignorata 

Il rapporto tra femminismo e militanza è sempre stato un rapporto difficile, specie negli ambienti di sinistra. Il discorso ideologico della sinistra è infatti sempre stato dominato dal tema della lotta di classe, tema che negli anni passati si è tradotto spesso in una sorta di mitizzazione della figura dell’operaio-proletario come il soggetto per eccellenza della rivoluzione. In questa retorica, quella che veniva liquidata come ‘questione femminile’ veniva spesso ignorata o al massimo considerata qualcosa di secondario e rimandabile: prima vengono i diritti sociali, poi tutto il resto. 

L’infamia originaria di Lea Melandri (1977): «O nasce un modo nuovo di esistere politicamente, o muore la politica stessa come progetto collettivo di liberazione»

La teorica del femminismo Lea Melandri spiega bene questo conflitto nel suo libro L’infamia originaria del 1977: «In questi ultimi anni, mentre partiti grandi e piccoli rinsaldano le loro strutture gerarchiche e burocratiche, piramidi immaginarie di antiche geometrie familiari, la spontaneità rivoluzionaria scopre sempre più chiaramente la verità di tutto ciò che l’ideologia borghese ha cacciato fuori dalla sfera pubblica, nel ghetto delle case, del rapporto uomo-donna, della devianza individuale. La ricerca di circolarità e sintesi tra personale e politico, artificiosamente separati, sembra l’ultima sponda oltre la quale, o nasce un modo nuovo di esistere politicamente, o muore la politica stessa come progetto collettivo di liberazione». 

Il congresso di Rimini: le donne contro il patriarcato delle alte sfere di Lotta Continua

Questa sponda si ruppe al congresso di Rimini di Lotta Continua, quando le donne del movimento contestarono il gruppo dirigente e i militanti, accusandoli di non curarsi delle loro compagne, di non ammetterle nei momenti decisionali, ma anche di perpetrare le dinamiche patriarcali nel privato e nell’intimità, pur mantenendo un’aura da rivoluzionari in pubblico. «Questa volta le donne hanno preso la parola collettivamente e non hanno ceduto di una virgola. Sono state spietate, perché hanno parlato anche del sesso, di come si comportano gli uomini a letto», racconta l’ex militante Vincenzo di Calogero nel documentario Rai Lotta Continua, ispirato al libro di Aldo Cazzullo I ragazzi che volevano fare la rivoluzione. «Lì è scattato un rifiuto radicale da parte dei maschi», aggiunge Donatella Barazzetti, anche lei militante del gruppo e femminista. A porre fine all’esperienza di Lotta Continua non fu il femminismo quanto piuttosto l’ambiguità nei confronti della lotta armata, come sostiene nel documentario Paolo Liguori. È certo però che la deflagrazione del conflitto per la parità di genere aprì una questione ancora oggi per molti aspetti irrisolta all’interno della sinistra italiana. 

Dal Movimento di liberazione della donna all’Unione donne italiane, da Lotta Femminista a Rivolta Femminile 

Non era la prima volta che il conflitto di genere emergeva con così tanta forza, anzi, si può dire che quello del Settantasei fu lo scontro finale di una guerra cominciata molto prima. Il femminismo era arrivato in Italia dagli Stati Uniti alla fine degli anni Sessanta e aveva attecchito inizialmente in alcuni gruppi di avanguardia, legati soprattutto ai movimenti artistici. Nei primi anni Settanta si era poi avvicinato – in modo complesso e spesso conflittuale – alle principali forze politiche dell’epoca: c’erano le femministe del Movimento di liberazione della donna legate al Partito Radicale, c’erano quelle dell’Unione donne italiane legate al P.C.I., c’erano quelle di Lotta Femminista a Padova legate a Potere Operaio. C’erano poi gruppi dichiaratamente apolitici, come Rivolta Femminile. Nei movimenti della sinistra extraparlamentare, in particolare, il rapporto era molto tumultuoso, perché le rivendicazioni del femminismo spesso sembravano in aperta contraddizione con quelle dei gruppi rivoluzionari. Le donne, scrivono Nanni Balestrini e Primo Moroni nel loro libro sugli anni Settanta L’orda d’oro, «si trovano nel loro partito a dover fare i conti, per così dire, senza rete, con la necessità di una mediazione in loco fra le due militanze». 

Le donne ‘soggetti imprevisti’: il 1975 e le lotte per la decriminalizzazione dell’aborto osteggiata anche dai compagni di partito 

Da parte loro, gli uomini di movimento non sapevano come reagire all’emersione di questi «soggetti imprevisti», per usare un’espressione tipicamente femminista. Il 6 dicembre 1975, durante la prima grande manifestazione nazionale per la legge sull’aborto organizzata dal movimento delle donne, uno spezzone di Lotta Continua che contestava il governo Moro si inserì con la forza. Le femministe reagirono: la piazza non era loro, si stava lottando per altro. Un militante di Lotta Continua si prese persino uno schiaffo. In questo evento il conflitto si fece più evidente che mai, anche perché proprio quell’anno si accendeva il dibattito sulla possibilità di una legge per decriminalizzare l’aborto. Anche se oggi consideriamo la 194/78 una legge di civiltà, all’epoca non c’era affatto consenso sulla questione dell’interruzione di gravidanza. I gruppi femministi favorevoli si trovano spesso a dover fare i conti con esponenti di partito non interessati a supportare questa iniziativa, spesso per mero calcolo politico a discapito delle donne che, all’epoca, morivano in centinaia di aborto clandestino.

Le manifestazioni di Non Una Di Meno di novembre 2022 e lo striscione dei militanti di Sinistra contro il governo Meloni che ha oscurato le rivendicazioni contro la violenza di genere 

Questi avvenimenti possono sembrarci appartenere a un’epoca lontana, ma in realtà la contestazione femminista alla politica istituzionale o militante è una questione molto attuale, vista anche la diffusione che il movimento delle donne sta vivendo in questi anni. Lo scorso novembre a Roma, durante la manifestazione organizzata per la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, la presenza dei militanti di Sinistra, classe e rivoluzione è stata molto controversa, anche a causa di un grande striscione contro l’attuale governo, ripreso da tutti i giornali. Non solo non è stato rispettato l’invito a non portare bandiere di partito, ma l’attenzione mediatica sullo striscione contro Giorgia Meloni ha oscurato le vere motivazioni della manifestazione indetta da Non Una Di Meno, ovvero la violenza di genere, un fenomeno che non dipende da chi siede alla presidenza del consiglio dei ministri.

Nei partiti politici ci sono sempre troppe poche donne: poco più di un terzo anche nel Partito Democratico

Scontri come questo non avvengono soltanto negli ambienti più militanti: non si contano nella storia del Partito democratico le contestazioni da parte delle femministe nei confronti della dirigenza e dei militanti, accusati di essere poco recettivi nei confronti delle questioni di genere e di non valorizzare le proprie iscritte o candidate. Si può dire che queste critiche siano proprio nate insieme al partito a causa della scarsa presenza di donne nel Comitato promotore. Nemmeno l’istituzione di strumenti ‘correttivi’ come la Conferenza delle donne democratiche è riuscita a scalfire il problema, ma anzi questo gruppo è stato spesso criticato per la sua natura separatista che contribuisce a porre i problemi delle donne su un piano secondario rispetto alle priorità della dirigenza. Non sono però mancati momenti di contestazione vera e propria: dopo le elezioni politiche del 2018, quasi 500 donne del partito denunciarono un uso strumentale delle pluricandidature nei collegi elettorali che avrebbe favorito l’elezione degli uomini penalizzando le donne. Le critiche sono state rinnovate durante l’ultima tornata elettorale, dove infatti le donne elette nel Pd sono meno del 30%.

Un rapporto necessario

Non bisogna fare l’errore di ridurre il conflitto tra femministe e partiti o gruppi politici a semplici scaramucce interne o alla storica tendenza della sinistra di litigare per qualsiasi cosa. La questione posta dalla presa di parola delle donne è anzi cruciale, perché solleva un problema enorme: i diritti delle donne, così come quelli delle minoranze etniche o sessuali, sono da trattare a parte o sono integrati nell’azione politica? E ancora, se le priorità sono altre, quand’è che ci si occuperà finalmente anche di questi temi? Se la storia di Lotta Continua ha insegnato qualcosa, è che la sottovalutazione delle istanze di chi sta ai margini del dibattito politico è un grave errore e che nel momento in cui avviene lo strappo, qualsiasi percorso intrapreso insieme va considerato ormai concluso. Al contrario, l’ormai lunga storia del movimento femminista (e del suo travagliato rapporto con le istituzioni) dimostra la necessità di un’integrazione continua e attenta, anche quando è rumorosa e giustamente arrabbiata. 

Jennifer Guerra

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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