ll Figlio Velato, di Jago, Cappella dei Bianchi nella Basilica di San Severo fuori le Mura, Napoli
TESTO
CRONACHE
TAG
SFOGLIA
Facebook
WhatsApp
Pinterest
LinkedIn
Email
twitter X

Rompere per creare una scultura – Jago da Benedetto XVI a SOS Mediterranee

«Valuto tante commissioni, ma non posso dedicarmi a tutto. Il denaro? Una risorsa, ma anche un’ancora per un artista». Jago e le potenzialità del marmo, tra pieghe, muscoli e imperfezioni

L’ultima opera di Jago, Narciso,  è al momento ancora in gesso 

Narciso, un uomo che si specchia in una donna. Un’opera che andrà ad arricchire la collezione di sculture presenti a Napoli, nella Chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi, dove è collocata anche la Pietà. Jago è il nome in arte di Jacopo Cardillo, un artista che opera nel campo della scultura, della grafica e della produzione video amplificando la propria arte attraverso la comunicazione digitale. Esordì, nel 2009, quando Vittorio Sgarbi lo invitò a esporre nel Padiglione Italia Habemus Papam, un ritratto di Papa Benedetto XVI. L’artista racconta: «Non sono preoccupato del mio percorso di ricerca artistica, non sono mosso dall’intenzione di voler seguire una strada. Ricerco il tempo per fare le cose che voglio fare, che mi consentono di scoprirmi in modo nuovo. Il lavoro di ricerca consente di fare qualcosa che non si è mai fatto prima e, quindi, di scoprire qualcosa di nuovo su sé stessi».

Habemus hominem, la statuaa di Jago raffigurante Benedetto XVI

Habemus Papam è forse il lavoro che meglio rappresenta la poetica di Jago. L’opera non venne accettata dal Vaticano ma ricevette il premio della Medaglia Pontificia. Quando il Papa decise di dimettersi, Jago colse l’occasione per liberare, con un processo di ‘spoliazione’, il ritratto dell’uomo da quel blocco di marmo che rappresentava quello del pontefice: «Quando Benedetto XVI si è dimesso, mio papà mi ha comunicato per primo la notizia con un messaggio in cui mi diceva che il Papa si era spogliato. Colsi l’occasione per fare qualcosa che desse a quel lavoro un orientamento più in linea con ciò che mi sentivo di essere. L’opera precedente non mi piaceva: era una commissione, un ritratto istituzionale lontano dalle mie corde. Lo dovevo fare. Un’opportunità venne dal fatto che l’opera non fosse stata accettata dal Vaticano e che ne avessi mantenuto il possesso. Ciò mi ha consentito di poterla modificare». 

Papa Benedetto XVI è morto il 31 dicembre 2022 e Jago si interroga: «Se oggi volessi continuare il lavoro avviato con Habemus Hominem dovrei forse distruggere l’opera? Fare un altro gesto? Chissà, chi può dire quand’è che un’opera è finita?». Tramite il suo lavoro, Jago non sperimenta solo la permanenza di un’opera, ma anche le potenzialità del marmo che svela pieghe e rughe, muscoli e imperfezioni. 

Committenza privata, proprietà pubblica con Jago

Nel 2018 Jago ha avviato una collaborazione con un collezionista privato e ha consentito al pubblico di acquistare una ‘quota’ dell’opera. Un esperimento di comproprietà reso possibile da un approccio insolito rispetto alla committenza privata: «Accetto e valuto tante proposte, ma non posso dedicarmi a tutto e voglio fare quello che conta per me. Non accetto commissioni, nel senso che sono interessato a collaborazioni che mi consentano di non avere buyers, ma partner. Persone che vogliono investire, non per possedere ma per partecipare. Con loro concordo una quota percentuale di proprietà di una mia opera, alla quale comunque non rinuncio. Questo mi permette di non avere un acquirente, ma un socio: una persona che ha una visione, spesso illuminata» prosegue Jago «Il denaro è una risorsa che si può creare, ma che può diventare un’ancora e un problema per un artista».  

L’arte dialoga con la città

Jago è un po’ figlio d’arte, se la si intende come sensibilità artistica. La madre insegna educazione artistica e ha studiato in passato la scultura a Roma, il padre è un architetto che lavora nella scenografia. «La mia famiglia sicuramente mi ha influenzato: mi ha dato la libertà di potermi lasciare condizionare dalle circostanze e dai luoghi che ho deciso di frequentare. Oggi sono cosciente del fatto che i luoghi, così come le persone, hanno un ruolo nel nostro vivere nel mondo. Quello che siamo è il risultato delle persone e dei luoghi che frequentiamo. Se lo si riconosce, ci si circonda di persone migliori di sé, perché sia i luoghi sia le persone possono diventare moltiplicatori».  

Creare è comunicare: Jago e la comunicazione digitale

Nel 2022 Jago allestisce una scultura in marmo nero, di dimensioni naturali, sul Ponte Sant’Angelo. Si tratta di una figura rannicchiata e abbandonata a se stessa, che richiama alla mente le immagini di tanti esclusi dalla società. «Arte è una parola difficile: ogni moto di espressione, che nasce dalla creatività, è politico. L’arte è politica. Credo nel potere delle immagini, così come in quello delle parole. La differenza è che un’immagine ha un potere enorme, è immediata e può rivoluzionare le coscienze». La scultura che era stata in precedenza allestita sulla nave Ocean Vikings, di SOS Mediterranee e, collocata sul ponte romano, viene ribattezzata ‘In Flagella Paratus Sum’ ispirandosi a una delle copie degli angeli del ponte Sant’Angelo. 

Dopo qualche settimana, l’opera è stata danneggiata da ripetuti atti vandalici ma, come spiega Jago: «Cerco di trasformare anche i gesti degli altri in un valore aggiunto per continuare a raccontare una storia. Oggi ho quasi finito di lavorare nuovamente sull’opera che diventerà qualcos’altro. Grazie, o a causa, di quello che le è successo sul ponte? Non lo so, vedremo». 

La scultura di Jago: calchi, polvere e scalpelli

La scultura con il marmo è tecnica e manualità, che nei secoli non sono cambiate: calchi a tasselli, polvere e scalpelli. L’approccio di Jago ha consentito anche sperimentazioni inedite, come in Apparato circolatorio, un’opera in ceramica composta da trenta ‘atti’ che riproducono il battito del cuore. «Per Apparato circolatorio ho sperimentato la stampa 3D: sono partito da una struttura del cuore in argilla che è stata poi scannerizzata e animata al computer. Da questa operazione sono stati prodotti solidi che abbiamo stampato. Oggi abbiamo a disposizione dei mezzi, che ci permettono di indagare la materia o di accelerare alcuni processi. Ma per me, il godimento resta la possibilità di avere un rapporto con la materia. A volte devo affidarmi a figure professionali che possano velocizzare alcune fasi, come i calchi delle opere, e a maestranze di livello che mi consentono di guadagnare del tempo da dedicare alla progettazione». 

Jago, più ti eserciti, più impari: la Red Bull Doodle Art

Jago è tra i membri della giuria del Red Bull Doodle Art, la competizione che ha invitato i creativi di tutto il mondo a trasferire su carta la propria creatività: «Se utilizzi i mezzi contemporanei della comunicazione, devi muoverti con coscienza, pensare alle cose che dici, valutarle con un senso di responsabilità. Sei costretto a porti delle domande; cosa stai producendo per gli altri? Questa domanda è stata alla base dell’esperienza con Red Bull, la prima occasione che ho avuto di confrontarmi e sperimentare direttamente con i giovani dell’Accademia delle Belle Arti di Frosinone e di quella di Napoli». Il primo consiglio per tutti, giovani o meno, rimane uno: «Tra un’opera e un’altra, tra un progetto e un altro, c’è un’infinità di roba che fallisce e che non funziona. Questa è la normalità: più ti eserciti in quella dimensione, più impari. Soprattutto se, come nella scultura, per ottenere qualcosa devi rompere. Si può imparare a rompere bene». 

Jago

Jago, nome d’arte di Jacopo Cardillo, è un artista italiano che opera nel campo della scultura. Nato a Frosinone nel 1987, frequenta l’Accademia di Belle Arti senza terminarla. La sua ricerca artistica affonda le radici nelle tecniche tradizionali, impiegando il marmo per trattare temi fondamentali dell’epoca che abita. Instaura un rapporto diretto con il pubblico mediante l’utilizzo di video e dei social network, per condividere il processo produttivo. 

Elisa Russo

L'artista Jago, Jacopo Cardillo, e l'opera ll Figlio Velato, Cappella dei Bianchi nella Basilica di San Severo fuori le Mura, Napoli
L’artista Jago, Jacopo Cardillo, e l’opera ll Figlio Velato, Cappella dei Bianchi nella Basilica di San Severo fuori le Mura, Napoli

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

SFOGLIA
CONDIVIDI
Facebook
LinkedIn
Pinterest
Email
WhatsApp
twitter X

L’ossessione per Prada: quanto durerà ancora?

L’industria della moda rimane ossessionata da Prada: l’identità della borghesia, l’ironia ruvida di una signora che cammina a passi svelti, l’orgoglio di una donna che identifica Milano e i milanesi