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L’identità di Milano: la Città del Razionalismo

Qual è l’identità estetica e architettonica di Milano? Esiste un luogo che sa darne sintesi e racconto – da qui si può comprendere tutto

L’identità di Milano Razionalista

Milano è una città razionalista. Un’estetica che diventa identità e definizione di Milano e di chi la abita: lo spirito milanese, quella dedizione laboriosa al risultato, all’innovazione, alla concretezza. Razionalismo. Una città borghese che non ha mai accettato lo snobismo legato ad alcuna tradizione. Un’estetica in architettura, matrice di ragionamento intellettuale – distante dal decoro e dal ghirigoro, dal convenevole, dalla chiacchiera, dal pettegolezzo.

Una casa nuova a Milano: negli anni Cinquanta i figli lasciavano i salotti affrescati

Il fascismo fu abbattuto, così come infranto fu il delirio di un’Italia imperiale. L’estetica proletaria russa comunista affascinava chi aveva lottato per la libertà ma si ritrovava senza simpatia per gli americani. Il boom economico – chi poteva sentirsi agiato contava su una ricchezza che aveva superato gli anni della guerra senza esserne scalfitta, oppure elaborava una fortuna che proprio grazie alla guerra si era trasformata in un’attività proficua. Danni permanenti o impianti datati, brutti ricordi o fantasmi nelle stanze – in poche parole: tutti volevano una casa nuova. Una casa nuova, a Milano, che fosse moderna. Piuttosto che continuare a vivere in residenze ottocentesche, con cornicioni alle finestre e sui portali, i nuovi ricchi sognavano edifici in cemento armato.

I figli sembrano screanzati agli occhi dei genitori: com’è possibile? Al salotto affrescato, alle tele neoclassiche, si colonnati e alle scale in pietra – la nuova generazione preferisce i pilastri, pareti di vetro, piani in acciaio e pareti ruvide. L’identità di Milano si andava formando: incontrava il brutalismo internazionale che presto Ricardo Bofill avrebbe sviluppato in Francia come in Messico e allo stesso tempo liquidava le ultime espressioni di decorativismo di Portaluppi e di Gio Ponti. Comprendeva il minimalismo americano di Mies Van De Rohe, e quello che Le Corbusier aveva fatto in Francia. 

La storia si ripete oggi, quando un ingegnere di quarant’anni, miglior campione di uno stereotipo milanese di successo, che va a colazione da Cipriani e indossa Audemars Piguet, cresciuto tra boiserie, tappeti persiani e maggiolini da antiquariato di prima scelta – si ritrova ad apprezzare i palazzi moderni degli anni Sessanta piuttosto che gli edifici di fine Ottocento delle zone limitrofe a Via Vincenzo Monti.

Efficacia, buon vivere, comodità – Milano, città borghese e pragmatica

Negli anni Sessanta, Milano manteneva una sorta di umiltà, di rispetto di fronte a espressioni visuali così eclatanti. Era come se Milano sapesse ripetersi: – grandi maestri, grandi esagerazioni, ma noi qui stiamo con i piedi per terra, facciamo cose che abbiano senso. Non si trattò mai di sminuire lo sforzo creativo, non si trattò mai di senso di inferiorità o di provincialismo: si trattò di precisione. Efficacia, comodità: a Milano, la genialità del grande spettacolo in architettura si trasformò in un buon vivere. Più che altro, a Milano, la bellezza di un disegno diventò una questione intellettuale ben prima che una forma culturale. Persino la letteratura si trasformò in industria commerciale, e Milano prese il titolo di capitale dell’editoria.

Che cos’è Milano? Per rispondere è più facile dire cosa Milano non è

Come spesso accade, è più facile dire cosa Milano non sia. Milano non è decoro. Milano non è un tessuto stampato, broccato, ricamato. Milano non è un’esagerazione floreale. Milano non è simpatica. Milano non è la scenografia per video ridicoli di fronte a un cappuccino dopo le undici. Milano non è un chiacchiericcio. Milano non è una festa – come forse poteva esserlo Parigi secondo Hemingway. Milano non è un posto per persone frivole. Milano non è bella, mea non è brutta – Milano è una signora arcigna che legge troppi libri così da avere sempre la risposta pronta.

Milano è sempre stata dominata nei secoli precedenti: spagnoli, francesi per breve tempo, austriaci – agli austriaci è dovuta una traccia neoclassica. Lo snobismo in funzione di un titolo nobiliare non ha mai preso campo a Milano. I nobili stranieri non ostentavano potere in quella che era solo una colonia. Una vera società milanese si sviluppò con la rivoluzione industriale trovando i nuovi capitani. Borghesi abbienti, committenti e mecenati all’inizio del Novecento e tra le due guerre – quando l’Art Deco si esprimeva in tutte le sue variabili. Fino alla solidità economica, intellettuale, sessuale e sentimentale degli anni Cinquanta. 

Il padre e il padrone: l’industriale e i suoi operai – Gianni Agnelli, tra snobismo e cinismo

L’industriale dava uno stipendio all’operai, e sapeva sentirsi responsabile di tutta la famiglia del suo operaio: le vacanze in montagna a Sestriere, le colonie per le scuole estive, gli ospedali. L’industriale era il padre e il padrone, l’intera vita del suo dipendente dipendeva da lui, non soltanto il conto in banca. L’etica del padrone è in continuo aggiornamento – ma il significato rimane lo stesso: l’imprenditore che otteneva successo voleva il lusso, certo, ma senza ostentarlo – soprattutto quello milanese – perché poi la mattina dopo in fabbrica voleva mettersi al fianco dei suoi operai. 

Corso Magenta angolo via Nirone - GPA Monti, 1960 circa (Gianemilio, Piero e Anna Monti)
Corso Magenta angolo via Nirone – GPA Monti, 1960 circa (Gianemilio, Piero e Anna Monti)

La citazione di Sestriere non è casuale, perché se pensiamo a un padre-padrone, in mente tornano i vezzi di Gianni Agnelli. I neologismi italo inglese come skiare volevano apparire come distrazioni quando invece erano dimostrazioni; le battaglie a colpi di cassa integrazione per sminuire lo sviluppo di una rete ferroviaria italiana, perché qui si vendevano le utilitarie. Agnelli aveva costruito Sestriere per i suoi operai: edifici popolari in montagna che tutt’oggi gridano la mancanza di alberi e ricordano una valle desolata tra monti di carbone coperti di neve – mentre Agnelli se ne stava a St Moritz, a Gstaad e a Courchevel dove era ben sicuro di non incontrarli, i suoi operai. 

Agnelli non fu neanche un grande mecenate della nuova architettura contemporanea di quei tempi – preferiva i salotti decorati da Mongiardino come se volesse illudersi di vivere nel rococò di Versailles con i suoi simili, ancien régime. Lo snobismo, il cinismo di Agnelli restano un fenomeno di costume, trascurabile quando appariva nelle pagine di Arbasino. Oggi, prova di tanto, è la diatriba che ogni buona educazione borghese definirebbe di cattivo gusto, a cui dobbiamo assistere tramite i quotidiani che cercano traffico con notizie da rotocalco – le querele legali tra madre e figli per l’eredità di un patrimonio costruito ai danni di una nazione. Niente di rilevante nella storia di un’imprenditoria etica che oggi dovremmo tenere a mente, a Milano.

Milano, la definizione di una città borghese e pragmatica

Milano città borghese e pragmatica, dove la prima virtù era e rimane la sicurezza in se stessi. Le fabbriche e le centrali elettriche diventarono un riferimento estetico. Pulizia e geometria ricordavano la funzionalità e l’efficienza della fabbrica, quel luogo cui erano grati perché dalla fabbrica proveniva la ricchezza che dava agio. Non solo l’architettura industriale fu matrice di codice estetico, ma anche l’edilizia popolare. Il padrone voleva sentirsi vicino ai suoi operai, la sua casa doveva essere sì più bella e ampia, ma doveva esprimersi nello stesso linguaggio.

Milano: palcoscenico per il Salone del Mobile

Una volta all’anno, nel mese di aprile, la città si riempie di persone che arrivano da ogni parte del mondo, richiamata non tanto o soltanto dalla fiera, Il Salone del Mobile – ma da tutti i racconti, i progetti e i prodotti che in una maniera o nell’altra diventano presentazioni a chiunque sia di passaggio. Non si tratta solo di mobili, neanche è sufficiente allargarsi all’architettura e all’urbanistica per provare a sintetizzare l’oggetto della speculazione di così tanto sforzo, di cui Milano è palcoscenico per questa settimana all’anno. 

In una confusione che diventa energia, rumore e ritmo, succede che a sintetizzare ogni movimento sia proprio questo palcoscenico, dove tutto quanto si espande: Milano. L’identità di Milano così si evolve: non solo un palco, un contenitore, uno spazio – ma un motore. Perché proprio Milano? Milano possiede un’architettura intellettuale, prima che urbana e prima che estetica – e per intellettuale si intende l’abilità del dialogo con il diverso e con il breve, con il pulito e con l’autorevole.

Ignazio Gardella, la villa al parco
Ignazio Gardella, la villa al parco

Carlo Mazzoni

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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