Jeanne Du Barry Regia di Maïwenn
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Maïwenn, Jeanne du Barry – il ‘baptême d’ambre’: la sapiente profumazione del sesso

Jeanne du Barry, il film con Maïwenn e Johnny Depp apre il festival di Cannes che sta per cominciare: la storia dell’ennesima prostituta che fece innamorare Versailles

Cannes 2023 – Jeanne du Barry in un film di e con Maïwenn, Johnny Depp nel ruolo di Luigi XV

In occasione dell’uscita del ritratto cinematografico di Madame du Barry, vale la pena spezzare una lancia per questa ragazza del proletariato, cresciuta nel malaffare e pervenuta a una fortuna che forse nemmeno avrebbe voluto immaginare. Cavalcò cinque anni da star, nella corte più proverbiale e pericolosa al mondo. 

Il Festival di Cannes inaugura la sua 76/a edizione il 16 maggio prossimo con un film in costume, un dramma ispirato alla vita di Marie-Jeanne Bécu, contessa du Barry, cortigiana e amante in carica di un re di Francia, Luigi XV il ‘Benamato’. Ne è regista e interprete principale l’attrice francese Maïwenn. Nel cast compare Johnny Depp come Luigi XV, con, tra gli altri, Louis Garrel, Marianne Basler, Melvin Poupaud e Pascal Greggory nel ruolo del duca d’Aiguillon, fido sodale e protettore della du Barry dopo la sua caduta in disgrazia, cui la affida il monarca morente al momento del distacco. 

Rappresentazioni su pellicola del Settecento: da Valmont a Marie-Antoinette di Sofia Coppola

Il Settecento è un tema difficile da trattare in un racconto cinematografico – impossibile rendere tutte le sottigliezze contraddittorie di questo secolo che inventa la modernità e termina in un bagno di sangue. Arduo leggerne il gusto per la conversazione portato all’estremo, il nuovo che avanza e i retaggi secolari dell’assolutismo, la ventata eversiva dell’illuminismo e un ventaglio di sofisticazioni, specie quando si tratta di Versailles.

Il rischio del kitsch nel décor e nei costumi, oltre che il travisamento dei fatti storici in nome di effetti esasperati e revisioni improprie, è in agguato. Un buon risultato lo ottenne Miloš Forman con il suo Valmont, riduzione del romanzo epistolare di Choderlos de Laclos nel 1989, contrapposto nello stesso anno alle sulfuree Liaisons dangereuses di Stephen Frears, pellicola ricordata per Glenn Close e John Malkovich. Quello con il Diciottesimo secolo è un confronto impari da cui non è uscita indenne nemmeno Sofia Coppola, col suo Marie-Antoinette da eroina pop, dove la nostra contessa, come quasi sempre accade, viene messa alla berlina quale donna perfida e volgare, intrigante e scialacquatrice. Un’accezione comune, niente di nuovo sotto il sole. Basti pensare al cartoon nipponico Lady Oscar che la trasforma in una sorta di demone manga. 

Madame du Barry e il cinema

La figura della du Barry il cinema l’ha frequentata, a partire dal biopic-mélo hollywoodiano del 1934, diretto da William Dieterle e interpretato da Dolores del Rio. Non fa ben sperare quanto si vede nel trailer del film di Maïwenn. Poche sequenze dove si palesa il Luigi XV di Johnny Depp, fin troppo istrionico e maquillé e la contessa appare probabilmente durante la sua presentazione a corte avvenuta dopo alcuni rinvii il 22 aprile 1769. Polemicamente assenti tutte le dame di rango, sollevando una tempesta di critiche, di invettive ed invidie e causando un tornado di pettegolezzi malevoli. Si vede Maïwenn adorna d’un collier anni Cinquanta molto Evita Peron, così come la pettinatura cotonata, ben lontana dalla piramide di riccioli biondi cosparsi di fiori leggiadri e dei diamanti della corona che le antiche cronache riportano. Dopo il successo globale della serie Bridgerton, qualsiasi forma di rispetto per filologia e storia è venuto meno in nome di un’ermeneutica discutibile e confusa. 

Jeanne du Barry, da prostituta a dama di Versailles: la presentazione a corte

L’ex prostituta fu ripulita dal matrimonio con un nobile di provincia, subito rispedito a casa con una bella somma dallo scopritore delle sue grazie, l’avventuriero provenzale Jean-Baptiste du Barry (che era il fratello maggiore dello sposo – ebbe come madrina l’anziana contessa de Béarn, che così poté sanare i tanti debiti che aveva contratto). La presentazione a Versailles della du Barry fu l’acme di una parabola senza precedenti. Jeanne era raggiante e modesta come esigeva il cerimoniale, incedeva in un abito color oro pallido consigliato dal maresciallo de Richelieu, di tanto in tanto fissando il re negli occhi. Riuscì a padroneggiare perfettamente la riverenza di prammatica e, durante i tre insidiosi inchini finali, spostò graziosamente lo strascico con un magistrale colpo di tacco, procedendo a ritroso come non avesse mai fatto altro nella sua vita. Fu un trionfo che costò amarezza e ferreo autocontrollo, ore di lavoro e immensa disciplina. Incorrere nel ‘ridicule’ a Versailles era una sventura che poteva distruggere per sempre e Jeanne, più che mai nell’occhio del ciclone, lo sapeva meglio di chiunque altro.

Entrare nelle grazie e nel letto di Luigi XV: Jeanne du Barry

Luigi XV, il penultimo Borbone sul trono francese dell’Ancien Régime, aveva un temperamento malinconico e nevrotico, volubile e tendente ad annoiarsi. Era affetto da un insaziabile appetito sessuale, che sfogava con estemporanei rapporti carnali nel serraglio di petite-maîtresses al Parc-aux-Cerfs, organizzato dal suo onnipotente valet-de chambre e prosseneta Dominique Le Bel. Legioni di fanciulle reclutate un po’ ovunque, non di rado ancora vergini e minorenni, sfilavano senza posa nel suo letto. Quando gli fanno trovare Jeanne sul suo cammino, sembra che Luigi, alle soglie della vecchiaia, avesse abbandonato ogni velleità di libido e versasse in uno stato di cupa depressione. Tra le meteore prodotte dal Parc-aux-Cerfs, va ricordata almeno Louise O’Murphy, detta Morphise, una quattordicenne irlandese dal poderoso didietro, di cui il monarca si incapriccia grazie al dipinto di François Boucher che la immortala nel fulgore delle sue morbide grazie. Partorito un figlio illegittimo, Morphise riuscì a mantenersi in sella per almeno un biennio. 

Le amanti di Luigi XV

Le Maîtresse-en-titre – ovvero le amanti ufficiali – erano altra cosa. Figure cardine nell’organizzazione della corte, vere ‘regine ombra’, diventavano l’ago della bilancia nella gestione del regno e la chiave dell’autorità reale. Il ‘Beneamato’, marito della scialba principessa polacca Maria Leszczynska, nella sua carriera amorosa passa dalle aristocratiche sorelle Mailly-Nesle, alla borghese parigina Antoinette Poisson, diventata la fulgida Marchesa di Pompadour. Fino a impazzire letteralmente per Jeanne Bécu, professionista di provata esperienza malgrado la giovane età, che incontra nel 1768 alla fine d’un triste decennio pieno di lutti familiari. Nel 1764 era scomparsa la Marchesa de Pompadour portata via dalla tisi, alter ego di spirito e complicità più che feticcio carnale del sovrano. Il duca de Noailles, cui aveva confidato le inattese ebbrezze sessuali che provava con Jeanne Bécu, rispose con franchezza al suo re che evidentemente ‘Sua Maestà non è mai stata in un bordello.’ 

Ci sapeva fare Marie-Jeanne, nata a Vaucouleurs sotto il segno del Leone, il 19 agosto 1743 e figlia dell’amore. Veniva da una lunga pratica di meretricio. Almeno in apparenza sorvolava con destrezza e senza vergogna su ogni remora morale e di sicuro conosceva qualsiasi segreto dell’arte erotica alla perfezione. 

Jeanne Bécu e Jean-Baptiste du Barry

Jean-Baptiste du Barry, rampollo scapestrato di una famiglia della piccola nobiltà della Languedoc era privo di scrupoli e avidissimo. Bruciata una breve avventura, la costringeva ogni giorno a ripetute corvées sessuali con uomini ricchi e potenti, che gli fruttarono una fortuna. Essendo sposato non poteva portare la sua miniera d’oro all’altare, ma la fece assurgere a capofila delle cortigiane d’alto bordo nella capitale dei Lumi, creando da demiurgo l’oggetto del desiderio per eccellenza. Per lui era innanzitutto ‘una vacca da mungere’, recita un rapporto di polizia. Tra i primati de ‘L’Ange’ incuriosiva il ‘baptême d’ambre’, ovvero la sapiente profumazione del sesso. Si era fatta strada come poteva, la bellissima e sfrontata Jeanne Bécu, fin da quando, quindicenne esce dall’austero convento delle suore Adoratrici del Preziosissimo Sangue di Cristo, dove era rimasta per nove anni e si ritrova sola al mondo nel ‘popoloso deserto’ di Parigi. Aveva dovuto subire di tutto e piegarsi a bassezze inaudite per sopravvivere, ma sorprendentemente possedeva un buon cuore, non era capace di odio e sopraffazione ed evitava con cura chiacchiere e gossip. A differenza di Madame de Pompadour non covava mai risentimento né cercava vendetta. 

Madame du Barry, l’ideale dei canoni estetici del Settecento

‘È alta, ben fatta, di un biondo incantevole – la descrive il galante Principe de Ligne, che anni dopo ne difenderà la causa presso Marie-Antoinette –, ha la fronte alta, begli occhi, sopracciglia armoniose, viso ovale con piccole fossette sulla guancia che la rendono provocante come nessun’altra; la bocca pronta al riso, la pelle fine, un petto che confonde tutte le altre, suggerendo a molte di sottrarsi al confronto’. Incarnava dunque alla perfezione i dettami della bellezza dell’epoca e contava numerosi ammiratori, tra cui il cinico Tayllerand, il marchese di Belleval, il conte de Cheverny e Senac de Meilhan. Tutti pongono l’accento non solo sull’avvenenza fisica, ma anche sulla sua generosità e squisita cortesia, sulla sua dolcezza e sincera bontà, che sembravano impermeabili alla corruzione. Il vecchio Maresciallo di Richelieu, libertino quanto ambizioso la promuove, dopo averne ripetutamente conosciuto il virtuosismo erotico di persona al Pavillon de Hanovre. Con la complicità dello spregiudicato Jean-Baptiste du Barry, colui che la scopre ventunenne nel 1764 e subito ne comprende il potenziale, la usa come arma per debellare la supremazia del suo nemico, il duca de Choiseul, primo ministro e grande protetto dalla Pompadour. 

Adattarsi alla vita di corte: Marie-Jeanne Bécu, contessa du Barry

Sia i Goncourt che i biografi Henri Castelot e Benedetta Craveri sottolineano come pur non avendo ricevuto un’adeguata educazione in virtù delle sue oscure origini, Jeanne Bécu amasse conversare, fosse affascinante nel racconto e nei modi e si fosse molto affinata. Aveva saputo adottare il linguaggio e la pronuncia di corte in modo più sottile di Madame de Pompadour, coltivata mecenate illuminista sì, ma tenacemente rimasta borghese nei legami con l’ambiente finanziario da cui proveniva. Jeanne, anima più semplice e diretta, a differenza di quest’ultima si manteneva lontana dalla politica o da ogni schieramento in lotta per la supremazia. 

Pur essendo un’appassionata collezionista e committente, non riuscirà ad affermare la sua visione artistica, avendo brillato per un lustro soltanto. La sua colpa, come nel 1775 dopo la sua caduta affermerà Madame de Beauvau, l’amante del suo principale avversario il duca de Choiseul, consisteva solo nel posto che occupava. Fiero e sprezzante verso la favorita, Choiseul, che aveva tentato di sistemare la sorella, la duchessa de Gramont nel talamo regale, nel gennaio 1770 venne detronizzato dalla carica di premier ed esiliato nella sua proprietà di Chanteloup. Fu scortato lungo le vie parigine da un’impressionante folla di cittadini silenziosi, schierati nel gelo per esprimergli sostegno e solidarietà. Un preoccupante segno di decadenza dell’immagine della monarchia, che di lì a vent’anni sarebbe stata spazzata via dall’incendio della rivoluzione.

La fine della fama di Jeanne du Barry

 Alla du Barry, al momento giusto, fecero pagare tutto, cancellandola dalla società e buttandole addosso un mare di fango. Colpita da una lettre-de-cachet, tra 1774 e ‘75 finisce per un anno in reclusione nel monastero di Pont-aux-Dames, molto lontano da Parigi. La rovina era arrivata con la morte di Luigi XV per vaiolo, il 10 maggio 1774. Finché poté, Jeanne rimase coraggiosamente al capezzale di Luigi, incurante del possibile contagio. Poi la allontanarono per volere del confessore, che non concedeva l’assoluzione al malato, costringendola a riparare al castello di Rueil ospite dell’amico duca d’Auguillon. Nei giorni dello splendore la du Barry amava follemente il lusso, spendeva fortune in gioielli, abiti, opere d’arte e arredi raffinati. La Delfina Marie-Antoinette, sobillata dalle acide zie del marito, il futuro Louis XVI, altera ostentava d’ignorarla, non rivolgendole mai nemmeno un cenno. Un bel giorno fu costretta a ritrattare dalla madre, l’imperatrice d’Austria Maria Teresa, che aveva sistemato le figlie su vari troni cattolici del Vecchio Continente. Durante il ricevimento di capodanno a corte, senza praticamente guardarla in faccia, la Delfina si rivolse alla contessa con una frase banale e distaccata: ‘C’è tanta gente a Versailles oggi’.

Jeanne du Barry, detta l’Ange

Era soprattutto la bellezza a parlare per la du Barry, l’Ange, ‘l’angelo’, come era soprannominata. Sul suo capo si abbatterono pamphlet e libelli licenziosi, sonetti pornografici e finti memoriali, guadagnandole il disprezzo della corte e del popolo. Gli uomini impazzivano per lei. Perfino Voltaire, il padre dei filosofi illuministi, non si sottrasse al suo fascino, quando in una lettera la contessa gli invia due baci. ‘Che due baci, alla fine della vita – le scrive il vecchio Voltaire per ringraziarla – Quale passaporto vi degnate d’inviarmi! Due, è troppo uno, adorabile Egeria, io sarei morto di piacere al primo’.

Jeanne du Barry e la relazione con il duca Louis Hercule Timoléon de Cossé-Brissac

Espulsa dalla corte nel 1774 appena scomparso il ‘Benamato’, nel 1777 l’imperatore d’Austria Giuseppe II, fratello di Marie-Antoinette, in visita al cognato in incognito, corse a renderle omaggio nella residenza di Louvenciennes, non curandosi dei rimproveri della sorella. Jeanne seguitava ad essere la beauty proverbiale che tutti volevano, un sex symbol che continuava a sedurre e che inaugura una love-story con un aitante libertino, noto per il suo panache, il duca Louis Hercule Timoléon de Cossé-Brissac. L’epilogo della vicenda è spaventoso. Divenuto Capo della Guardia monarchica e rimasto fedele alla famiglia reale dopo il fallimento della fuga di Varenne, il duca con altri aristocratici nel settembre 1792, mentre veniva tradotto a Parigi su una carretta da Orleans dove era stato incarcerato, fu abbandonato alla canaglia a Versailles. Fu linciato e il suo corpo fatto a pezzi, mentre la testa spiccata venne scagliata nel salone della contessa a Louvenciennes attraverso una finestra aperta come monito orripilante. Nel 1780 si dice che la du Barry avesse inaugurato un flirt parallelo con un nobile inglese suo vicino di campagna, Henry Seymour, cui fa recapitare un ritratto civettuolo firmato da Madame Vigée-Lebrun. La divina creatura fa ancora tempo, perduto Brissac, a intavolare una relazione con il principe de Rohan-Chabot, giusto prima di salire al patibolo.

Madame du Barry ha dato avvio allo stile Luigi XVI

Se la Pompadour rappresenta le grazie rococò, la contessa, ottima disegnatrice, propende per un gusto neoclassico più semplificato e anglophile. In pittura, a Fragonard predilige Joseph-Marie Vien, esegeta del ritorno all’antico, protegge Greuze, Drouais ed Élisabeth Vigée-Lebrun, di cui diviene intima amica. In ambito di architettura sostenne il talento sperimentale di Claude-Nicolas Ledoux, che impiega nel padiglione da musica nel giardino del castello di Louvenciennes, privilegiando il santificato classicismo di Jacques-Ange Gabriel. Gabriel era l’autore del Petit Trianon, il principale teatro della sua liaison con re Luigi. Diviene musa di Louis Boizot, direttore della Manifattura di Sèvres, degli scultori Fèlix Lecomte, Augustin Pajou e Christophe-Gabriel Allegrain. 

Si debbono al suo gusto equilibrato e moderno i mobili ordinati a Louis Delanois e a Martin Carlin, ebanista molto attivo per Marie-Antoinette, con la collaborazione del bronzista Pierre Gouthière. Adotta abiti meno appariscenti e voluminosi, riduce l’ingombro barocco del panier, sceglie tessuti leggeri a fiori sfumati ed evanescenti. La linea dei suoi vestiti, specie dal momento in cui la corte le chiude le porte e finisce al confino, si alza sotto il seno, precedendo le tuniche directoire. Lancia la moda delle righe, che imperversa per anni. Il suo debole rimangono i gioielli, i diamanti specialmente. Il famoso ‘affair du collier’, uno scandalo inaudito in cui il cardinale de Rohan, coinvolto da un’avventuriera, trascina l’inconsapevole Marie-Antoinette affrettando la catastrofe della corona e dell’antico regime, è originato da una spettacolare collana destinata alla du Barry, che non fece a tempo a riceverla in dono da Luigi XV. 

La Rivoluzione segna il destino di Jeanne du Barry: il furto dei suoi gioielli e la ghigliottina

L’esistenza di Jeanne du Barry, liberata dalla reclusione a Pont-aux-Dames, trascorreva ricca, pacifica e felice, malgrado il sequestro delle sue carte private da parte della risorta cerchia degli Choiseul che diffuse la leggenda della sua militanza nel bordello di Marguerite Gourdan. Circondata dagli amici più cari, si era ritirata nell’arcadia di Louvenciennes, riavuta nel 1776 grazie all’interessamento del conte de Maurepas. Un primo soggiorno al castello di Saint-Vrain, acquistato all’uopo, le fece comprendere che quel rifugio era troppo isolato. Jeanne aveva bisogno di conversazione brillante, di musica, esprit ed intelletto intorno a sé e per circa quindici anni ogni cosa andò per il meglio. Lo scoppio della Rivoluzione segnò il suo destino. A perdere la contessa sarà il furto di una parte dei suoi monili, equivalente a una somma di circa sessanta milioni di euro odierni, avvenuto nella sua stanza da letto a Louvenciennes nel 1791. Da ingenua si recherà svariate volte a Londra per recuperarli – erano nelle mani della spia inglese Nathaniel Parker-Forth–, senza mai riuscirvi, entrando incautamente in contatto con alcuni aristocratici emigrati. 

La pubblicazione dell’elenco di quei gioielli di esorbitante valore sulle gazzette dell’epoca, bastò a ridestare odi sopiti e a sobillare un castigo pubblico della ex favorita di un monarca, mettendola in sospetto da parte dei tribunali giacobini. Quando viene arrestata e tradotta alla Conciergerie in attesa di giudizio, perfino gli abitanti di Louvenciennes che aveva tanto beneficiato e il suo paggio Zamore – o Zamour –, uno schiavo arrivato bambino dal Bangladesh, grazioso e di carnagione particolarmente scura che aveva trattato con affetto costante, testimoniarono con accanimento contro di lei. A cinquanta anni, ancora avvenente, sensuale e abbarbicata disperatamente alla vita, l’attendeva la ghigliottina. Fece di tutto per salvarsi, protestando le sue umili origini e rivelando inutilmente i nascondigli dei suoi tesori. Occorreva dare l’esempio e la contessa per i suoi trascorsi era la vittima ideale. La ingannarono crudelmente, facendole sperare la salvezza fino all’ultimo. Incredula e paralizzata dalla paura, sali sulla cigolante carretta diretta a Place de Grêve tra le maledizioni, gli schiamazzi volgari e il ludibrio della plebe. 

Le parole di Élisabeth Louise Vigée-Lebrun su Jeanne du Barry 

Élisabeth Louise Vigée-Lebrun, come Jeanne Bécu una figlia del Terzo Stato arrivata al successo nel milieu patrizio e per questo perseguita dalla Rivoluzione, annota malinconica nelle sue Memorie di una ritrattista:

‘Fra le tante donne che quei giorni terribili hanno visto perire, ella è l’unica che non riuscì con fermezza a sostenere la vista del patibolo; gridò, implorò la grazia della folla orrenda che la circondava, e quella folla si commosse al punto che il boia si affrettò a mettere fine al supplizio. Anche per questo sono sempre più convinta che se le vittime di quel tempo di esecranda memoria non avessero avuto il nobile orgoglio di morire con coraggio, il terrore sarebbe cessato molto prima’. 

Cesare Cunaccia

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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