Lungo Cammino, Ayhan Geçgin
TESTO
CRONACHE
TAG
SFOGLIA
Facebook
WhatsApp
Pinterest
LinkedIn
Email
twitter X

C’è ancora chi legge letteratura impegnata? L’Utopia di Gerardo Masuccio

A poco più di trent’anni Gerardo Masuccio è consulente per la poesia internazionale di Bompiani e fondatore della casa editrice Utopia: tra letteratura straniera di periferia e poesia, ma non da supermercato

Sovrapproduzione di libri in Italia, intervista a Gerardo Masuccio della casa editrice Utopia

«Il mercato della letteratura è saturo. Secondo i dati che leggiamo non ci sono nuovi lettori che si mettono nel mondo del libro. Quelli che ne fuoriescono sono a stento sostituiti dai giovani che entrano. Non si sentiva l’urgenza di una nuova casa editrice. Utopia pubblica da due anni e mezzo classici della letteratura del Novecento, da Bontempelli a Ottieri, passando per Scanziani, due premi Nobel, Sigrid Undset e Camilo José Cela, il premio Nobel italiano Grazia Deledda, e autori internazionali che la critica da più parti ritiene tra le voci significative della narrativa contemporanea ma che non avevano trovato spazio nei grandi cataloghi». 

«Nonostante la sovrapproduzione di libri, alcuni dei più validi non sono stati ristampati o tradotti. Ricordo che nel 2020, il giorno in cui Louise Glück vinse il premio Nobel per la letteratura, ero presso uno dei magazzini della casa editrice. Un magazzino che ospita milioni di copie di libri, quasi tutti i libri che poi si trovano in libreria. Quando mi ha raggiunto la notizia del trionfo di Glück, ho notato che in quei milioni di libri non ce n’era uno solo della poetessa che quell’anno aveva vinto il più importante premio del mondo. Nonostante la sua produzione, molto spesso non si percorrono le rotte giuste».

Utopia edizioni: grafica, editoria e l’essere riconoscibili in libreria 

Come rendere identitario l’aspetto di una casa editrice tramite l’apparato grafico. Le scelte di Gerardo Masuccio e  la casa editrice Utopia. «Ci sono case editrici in cui diverse forme letterarie si aggregano e a quel punto l’editore non ha nessuna ragione di farsi riconoscere visivamente. Quando si chiede a un lettore – non forte anche una persona normale che legge 10 libri all’anno – qualcosa sugli editori dei libri che ha letto, la maggior parte delle volte non si ricorda l’editore. A maggior ragione quando l’editore non ha una chiara identità e non ha nessun interesse ad averla, tutto diventa un gioco commerciale. È un gioco che funziona perché il lettore medio non ha interesse a conoscere l’editore. Esiste poi un pubblico di persone – ed è il pubblico di Utopia – non migliaia, ma decine di migliaia che si affidano ad altri lettori. Farsi riconoscere in libreria, questa è l’ambizione di Utopia; da qui la gabbia grafica in cui i libri in qualche modo dovessero richiamarsi l’uno all’altro. Farsi riconoscere vuol dire agevolare quel processo. Quando una persona ha letto Bontempelli e gli è piaciuto, si chiederà chi l’ha scelto per lui o per lei, e trovandone uno graficamente simile, che magari arriva dall’India contemporanea o dall’Uganda degli anni 2000, penserà probabilmente che potrebbe piacergli anche questo libro benché non conosca nulla né dell’autore o dell’autrice, né della cultura o della civiltà che ha prodotto il libro».

«Questo meccanismo ha funzionato, tant’è che non ci sono autori di Utopia che non siano letti, non ci sono dei picchi di catalogo per cui un autore guida la casa editrice e gli altri ci sono per starci. Spesso accade nelle case editrici che ci sia un grosso autore che tiene in piedi una casa e gli altri sono lì come dei coristi. In Utopia no, qualcuno è certamente più forte, qualcuno è più fragile – dico agli occhi del pubblico – ma non ci sono solisti assoluti e questo perché abbiamo migliaia e migliaia di lettori che li collezionano uno al mese, grossomodo una dozzina all’anno».

La nascita di un’Utopia: la casa editrice di Gerardo Masuccio 

«Utopia nasce all’inizio del 2020, poche settimane prima della prima fase della pandemia, ma il nome non è legato a quel tentativo coraggioso farsi  di letteratura in un momento in cui le librerie chiudevano, quindi non è così contingente. L’idea è che pubblicare letteratura a un certo livello, letteratura impegnata, che chiedesse un’introspezione, una ricerca interiore anziché pura evasione, perché accade certe volte leggendo alcuni tipi di romanzi o saggi, sembrava un’utopia. Negli ultimi tre anni la casa editrice non ha fatto altro che crescere, quindi in qualche modo questa utopia si è radicata nella realtà e speriamo che continui a esserlo. È nata da una vocazione, ho sempre pensato che sarei stato in mezzo ai libri. Innanzitutto sono un lettore, ma mi sono accorto da ragazzino che avevo una certa dimestichezza con proprio quel parallelepipedo di carta che è il libro. Mentre leggevo un libro, mi chiedevo chi l’avesse, più o meno direttamente, spinto fino alla mia scrivania o al mio comodino, chi avesse assegnato la traduzione quando si trattava di un libro straniero o come ci stampasse fisicamente un libro, come un libro arrivasse in libreria, come un mio insegnante fosse arrivato a suggerirmelo. Un po’ inconsapevolmente mi ponevo le domande sulla filiera del libro. Crescendo e studiando ho capito che quella era probabilmente la giusta attività per cui spendere la mia vita».

La letteratura dimenticata e pubblicata da Utopia

Utopia scommette sulla letteratura dimenticata: «Ci sono autori che sono stati trascurati, spesso per ragioni non letterarie. C’è un processo specialmente nella grande editoria di semplificazione, per cui ci sono autori canonici che si esprimono in una lingua più lineare, che sono rubricabili, afferribili a certi generi più bassi, che continuano a essere pubblicati, o semplicemente autori le cui case editrici del tempo, cioè del tempo delle prime pubblicazioni, sono ancora forti. Mentre altri perché innovativi o controcanonici, oppure perché pubblicati da case editrici che sono del tutto snaturate rispetto ai progetti originali e che non li potrebbero più ospitare perché hanno perso la loro cifra letteraria; sono stati abbandonati. Per questo Utopia ne vende migliaia di copie. Gli autori che sono finiti lontani dagli scaffali delle librerie sono spesso tra i più rivoluzionari della scena letteraria del novecento».

Rileggere Bontempelli grazie a Gerardo Masuccio 

«Bontempelli lo leggevo da ragazzino perché sono appassionato di quel tipo di narrativa, ha una lingua moderna. I suoi romanzi hanno cent’anni o più, ma sembrano scritti almeno settant’anni dopo. Sono invecchiati bene nella forma, non parliamo delle storie. Lui era all’avanguardia e quindi è modero ancora oggi. Quando ho avuto la possibilità di scegliere come iniziare mi sono ricordato che l’avevo letto, con con passione, in biblioteca – meno male che ci sono le biblioteche – e che poter essere il primo passo per un libro alla grande. E così è stato. È stato uno dei nostri autori di maggior successo anche commerciale al di là della rassegna di stampa, delle ricondivisioni, della critica, degli intellettuali. Il pubblico ha accolto questa ripubblicazione».

«L’altro autore a cui sono molto legato è Ottiero Ottieri. Utopia ne ha pubblicato l’anno scorso con Contessa e adesso ne ha in arrivo il suo capolavoro che è Donnarumma all’assalto. Ho letto uno stralcio tratto da un romanzo di Ottiero Ottieri per la prima volta in un’antologia scolastica alle medie. Forse questo accostamento tra il nome e il cognome e la forza della letteratura, per quanto un ragazzino di 12 anni possa capire tutto questo, mi erano rimasti impressi. Parlava di problemi sociali, di disoccupazione. Ottieri è stato il grande padre della letteratura industriale italiana con una cifra psicologica tutta propria, che lo rende per esempio diverso da Volponi. Più di una volta ho trovato sul mio percorso la sua letteratura e quindi quando ho potuto decidere da me ho pensato perché non scrivere ai suoi figli. Non lo trovavo più nemmeno casualmente in libreria. Ho pensato che magari si sarebbero affidati a questa piccola casa editrice per il recupero di buona parte delle opere del padre, e così è stato».

La letteratura come eredità morale con Gerardo Masuccio 

«Utopia non pubblica opere una tantum. Quando un autore entra in catalogo l’ambizione è quella di coltivare le pubblicazioni, una dopo l’altra che si tratti di un recupero classico o di uno scrittore contemporaneo. Si instaurano dei rapporti affettivi forti. Gli autori stranieri, sono autori che sanno che qui hanno una casa italiana in qualche modo. Invece di quanto riguarda i classici da Deledda a Bontempelli a Scanziani, noi per ragioni generazionali ci lavoriamo come se fossero dei nonni o dei bisnonni straordinari, di cui coltiviamo l’eredità letteraria. Per uno scrittore, tutti gli scrittori lo sanno, la letteratura è quanto di più importante esista nella vita e quindi in qualche modo anche l’eredità morale».

Utopia e la ricerca di autori di periferia 

La ricerca per scovare nuovi nomi e nuovi titoli di autori stranieri così lontani dalla nostra cultura è un’operazione complessa fatta di contatti e passaparola: «È un gioco a cui mi piace giocare tutti i giorni quando posso tra un impegno e l’altro, più logistico, più compilativo. È il frutto di un’attività di scambio costante con dozzine di persone in tutto il mondo, specialmente nei grandi centri nevralgici dell’editoria internazionale, per di più le città anglofone o francofone ma anche in Germania, Spagna, e Sud America. La ricerca di autori di periferia – Utopia ne pubblica tanti – è più complessa. Cerchiamo di ispezionare delle zone del mondo dalle quali proviene letteratura ma che sono un po’ fuori mano rispetto alle attività dei nostri corrispondenti di tutto il mondo, che sono intellettuali, scout, editor, traduttori, mediatori linguistici, mediatori culturali, persone operative, uffici stampa. La letteratura è questo, è una comunità in qualche modo. È  fisiologico che nessuno di noi possa avere piena contezza di quello che si pubblica in questo momento in tutto il mondo. Quando si impara ad ascoltare gli altri e li si conosce e si capisce quando hanno i nostri stessi gusti letterari; il pre-filtro di altre persone in giro per il mondo ti permette di dare la priorità a una lettura rispetto a un’altra. Perché ha operato su quel testo magari ancora inedito e scritto in indonesiano ma tradotto in inglese perché tutti possano leggerlo in giro per il mondo una maggior fiducia quindi diventa un testo sul quale ci si concentra. Poi il rapporto è praticamente di mille a uno, per ogni mille libri che arrivano uno ha una chance. Noi riceviamo soltanto attraverso le newsletter dei grandi agenti, delle grandi agenzie, qualcosa come 70-80 libri al giorno e piano piano, grazie a quei filtri e grazie a un lavoro instancabile, cerchiamo di arrivare agli autori che ci piacciono». 

Gerardo Masuccio, consulente per Bompiani, per la poesia

«Mi occupo della poesia per la colonna Capoversi, di poesia internazionale. Ho iniziato con Bompiani, e adesso forse per una ragione affettiva, per me resta casa. Quando posso, quando ho un bell’autore tra le mani che scrive poesia – visto che Utopia non si occupa di poesia – lo passo immediatamente ai colleghi».  

Non hai mai pensato di pubblicare raccolte di poesia con Utopia?

«In questo momento no, anche se in effetti Naja Marie Aidt, autrice danese, e Anne Carson sono due delle maggiori poetesse al mondo, rispettivamente in lingua danese e in lingua inglese, Carson è canadese. Utopia pubblica delle opere che non si possono considerare sillogi in senso stretto, sono delle poetesse sperimentali, quindi hanno da tempo superato le categorie, i limiti che storicamente si fissavano tra un genere e l’altro». 

Gerardo Masuccio, editore e scrittore di versi

Masuccio ha pubblicato la sua opera prima nel 2020 la raccolta di poesie, Fin qui visse un uomo, edita da Interno Poesia. Che ruolo ha la poesia nella contemporaneità?

«La poesia è centrale. La poesia insegna in qualche modo che l’essenza sta al margine, riposa al margine. Anche se in qualche modo ha una vita clandestina, la poesia è il cuore pulsante della ricerca sulla condizione umana. Qualcuno dirà ma anche la prosa, è vero. Infatti mi occupo di prosa tutti i giorni, però sento che la poesia in qualche modo riesce a sintetizzare.  Il lavoro di sintesi non è un lavoro più breve, anzi è un lavoro più lungo rispetto a quello della prosa. Sintesi è necessaria oggi. Un grande poeta polacco una volta detto: ‘un singolo verso si può contenere una vagonata di romanzi’. Io sono concorde su questo. In un singolo verso si può condensare la poetica di un’enciclopedia».

Tutti scrivono ma pochi leggono con Gerardo Masuccio 

Recentemente ho seguito un corso di poesia con Nicola Crocetti, che ci ricordava che ogni anno in Italia vengono pubblicati 5000 libri di poesia. E che i lettori di poesia sono pochi rispetto a quelli che la scrivono. Come giustifica il fatto che ci siano così tante persone che scrivono poesia ma così poche quelle interessate a leggerla? 

«La poesia si nutre di egocentrismo. La scrittura in genere è un atto di affermazione del proprio io, è anche un po’ un tentativo di chiamare a sé l’attenzione degli altri. Probabilmente oggi non c’è proprio attenzione degli altri. Ognuno rivendica anche attraverso la poesia, chiaramente buona poesia, una centralità. La scrittura in qualche modo è questo, lo è a maggior ragione l’architettura poetica, probabilmente perché qualcuno si illude che nella sintesi della poesia si possa lavorare con più facilità. Non è così, la poesia da supermercato, che è quella di cui Nicola parlava – Nicola è uno dei miei maestri – non è poesia vera. È la poesia che poi il poeta condivide con gli amici e i parenti. È un atto lecito, io non sto dicendo che non sia lecito. La poesia che abbia una dignità letteraria, invece, è qualcos’altro».

Gerardo Masuccio e Maria Luisa Spaziani

«Quando ero giovane, verso i 16 anni, con ardore ho impugnato la cornetta del telefono fisso e ho telefonato a Maria Luisa Spaziani che era già anziana. Era una delle maggiori poetesse d’Europa. Parlavamo di poesia, lei mi ha risposto da Roma con la sua voce cavernosa, e io le ho chiesto cosa pensasse del fatto che tanti scrivessero e lei mi ha risposto: in Italia ci sono 120 milioni di poeti. E io ho pensato – ma non gliel’ho detto – ha quasi 90 anni, probabilmente non ha fatto bene i conti. Poi con arguzia mi ha detto: 120 perché ciascuno di noi scrive col proprio nome e con uno pseudonimo. Quindi sessanta più sessanta. Questo per dire che non è un problema nuovo».

Dalla prosa di Utopia alla poesia con Gerardo Masuccio

«Sono percorsi affini ma certamente diversi, quello della lettura, quello della scrittura e quello della cura delle opere degli altri. Si nutrono tutti tra loro, è normale. Penso che sia stato l’incontro con i primi poeti, la forza che mi hanno lasciato dentro le opere di Luzi, di Ungaretti, di Quasimodo. La ricerca formale e il tentativo di dire qualcosa di universale che in qualche modo sopravvivesse a chi lo scrive. È un’ambizione che in realtà un ragazzino non dovrebbe avere, perché un ragazzino non dovrebbe avere ancora lucidità sul sentimento del tempo, invece a me era capitato. Non perché avessi una particolare intelligenza o una sensibilità diversa, è capitato. Mi sembrava che la poesia mi aiutasse a universalizzare, che la leggesse qualcuno oppure no».

Essere gli editor di se stessi: Gerardo Masuccio

«Per completare la domanda di prima sulla iperproduzione; Io adesso ho 30 anni  quindi c’è una generazione nuova di 18 e 20 anni che approccia alla poesia. Io suggerisco – specialmente ai giovani poeti – di scrivere, cioè di scrivere secondo la propria inclinazione, tanto se si è molto prolifici, poco se si è più sintetici ognuno ha il suo carattere; ma di pubblicare pochissimo, cioè di essere editor di se stessi. Per essere dei buoni editor di se stessi occorre il tempo, cioè scrivere, lasciare riposare quello che si è scritto, tornarci dopo un anno e mezzo, due anni. Per poi essere in grado di valutarsi come se le cose le avesse scritte un’altra persona. In questo modo si produrrebbe lo stretto indispensabile, non esisterebbe tanta poesia da supermercato e ognuno di noi in qualche modo, se destinato a essere un buon autore, aiuterebbe i curatori di domani a selezionare i propri versi. Io penso che anche i poeti più grandi, quelli da premio Nobel per la letteratura, tutto sommato abbiano scritto quindici o venti poesie eterne tra le centinaia o migliaia che sono state pubblicate».

Milano e l’editoria: con Gerardo Masuccio

«Milano è la città dell’editoria e lo sarà. C’è una dicotomia in questo caso, almeno finché resta in vita la generazione degli anni quaranta, cinquanta e sessanta. Milano è la città della produzione editoriale, mentre Roma è la città del potere letterario. C’è uno scambio costante tra queste due realtà almeno finché ci sarà quella generazione. Poi penso che Milano possa addirittura inglobare entrambi gli aspetti. Il fatto che il futuro venga prospettato come un futuro di di grandi concentrazioni editoriali aiuterà Milano a conservare questo primato se non addirittura rafforzarlo secondo me».

BookTok, social media ed editoria per Gerardo Masuccio

«Sono canali che tendono a preferire un genere rispetto ad altri, forse più una letteratura d’uso che una letteratura di introspezione. Però se anche incidentalmente queste figure riescono a mediare la posizione di un lettore giovane intanto verso una lettura, che può essere il primo passo, ma poi verso un autore classico. A volte è capitato che TikTok fosse impazzito per un autore di letteratura, un grande scrittore, non un incidente letterario. Penso che anche se fosse un caso ogni mille sia qualcosa di aggiunto. Utopia è più forte su Instagram. Non sono una persona che ama i social, li uso per lavoro. Li ho conosciuti in questi tre anni e mi sono accorto, come succede per la critica sulla carta stampata o sulle liste elettroniche, ti aiutano a capire chi ha i gusti affini ai propri. Sono degli strumenti potenti, che raggiungono molte più persone di quante ormai ne raggiungono i giornali, ovviamente tra i lettori più giovani».

Le dinamiche di una piccola casa editrice: Utopia di Gerardo Masuccio

In una sua intervista su Il Foglio afferma che Utopia può conseguire obiettivi di sostenibilità economica con libri che ad altri non converrebbero. In che senso? 

«Ci sono dei libri che se uscissero in cataloghi più grandi verrebbero bruciati dalla concorrenza interna della case editrice. Ci sono case editrici anche medie, non solo grandi, che pubblicano per esempio sette romanze a settimana. Di fatto un romanzo al giorno, a volte sono classici, a volte sono contemporanei. Altre volte è un po’ sopravvalutare quei testi. Quando ci sono sette libri a settimana, tutte le figure professionali, sia interne che esterne, la carta editrice, tutta la filiera, la promozione, la distribuzione, l’ufficio stampa, l’ufficio digitale, l’ufficio commerciale e i librai, tutti devono fare gioco forza e dividere le energie tra molti libri. Siccome la grande editoria tendenzialmente guarda il lettore dall’alto come fosse un semplice, come fosse una persona di scarsa intelligenza, si tende a promuovere molto di più un libro apparentemente semplice, diretto, rispetto a un libro sperimentale che arriva magari dalle Filippine. I grandi editori devono per forza puntare su qualcosa che non sia letteratura pura, perché a parità di sforzo non funzionerebbe il libro di letteratura come quello invece più immediato. Quando invece la Casa Editrice ha una chiara identificazione e non c’è nessun libro che venga meno rispetto al principio di ricerca letteraria pura. I lettori già selezionati, sanno possono puntare su un libro specifico, lo stesso libro gioco forza su cui hanno puntato tutti gli operatori culturali dentro e fuori la Casa di Utopia».

Le librerie di Milano con Gerardo Masuccio

«Le frequento tutte. Sono le librerie che hanno un rapporto stretto con la casa editrice. Adesso va di moda dire che le catene sono il male, le librerie indipendenti sono il bene. Come si dice che le piccole case editrici sono meravigliose e le grandi non lo sono. Io conosco ottime case editrici che pubblicano cento libri all’anno e pessime case editrici che ne pubblicano otto, quindi non è vero, sono tutti pregiudizi. Conosco straordinari librai che lavorano in catena e  librai inadeguati che hanno una piccola libreria e viceversa. Tengo un rapporto diretto sia con i librai delle catene, sia con i librai indipendenti. Non posso permettermi, forse altro che il mio lavoro, di dedicarmi soltanto a una libreria, di concentrarmi solo su una libreria, frequentarle mi aiuta a capire i gusti del libraio, a ragionare sui nostri libri.  Questo è fondamentale perché quando c’è un rapporto diretto con il libraio, insisterà con certezza su un libro sul quale invece insisterebbe meno se ci fosse uno scambio più arido, via mail. Quindi il mio approvvigionamento letterario, in qualche modo, da lettore, è anche uno scambio per favorire Utopia. Loro mi conoscono, io li conosco, quindi sappiamo già di cosa stiamo alla ricerca. L’altra caratteristica purtroppo, è che io per il lavoro che svolgo per due terzi ormai leggo tendenzialmente libri stranieri ancora non tradotti, perché capita di leggerli prima che i colleghi li pubblichino. Quindi molto di ciò che esce e che mi interessa in Italia, io magari l’ho già letto in inglese».

Domiziana Montello

Utopia edizioni
Utopia edizioni

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

SFOGLIA
CONDIVIDI
Facebook
LinkedIn
Pinterest
Email
WhatsApp
twitter X