Koloman Moser, Male Nude, ca. 1913, private collection Lampoon
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L’umiliazione non può, e non deve, essere uno strumento di crescita

Nonostante la posizione del governo, come dimostrato dalla filosofia e della pedagogia la concezione del lavoro come una fonte di sofferenza e umiliazione è del tutto sbagliata e addirittura dannosa

La scuola come gioia pura di Bell Hooks

La filosofa e autrice femminista Bell Hooks (pseudonimo di Gloria Jean Watkins) era soltanto una ragazzina quando passò dal frequentare la sua amata scuola per neri di Crispus Attucks, a Hopkinsville nel Kentucky, a una scuola desegregata. Dalla sentenza della Corte Suprema del 1954 Brown v. Board of Education in poi, negli Stati Uniti le scuole cominciarono un lungo e complesso processo di integrazione, specialmente nel Sud.

Hooks visse questo passaggio come un trauma doloroso: non solo amava tantissimo la scuola di Crispus Attucks, che per lei era ‘gioia pura’, ma si era dovuta trasferire in una scuola lontana da casa, ostile, e che obbligava lei e gli altri studenti neri a entrare un’ora prima per restare seduti in palestra, in modo da non incrociare quelli bianchi e scongiurare eventuali risse. L’umiliazione a cui la giovane autrice fu sottoposta frequentando le scuole miste fu molto difficile da superare e la portò ad abbracciare, una volta diventata insegnante, la pedagogia critica, un approccio che crede nel rapporto alla pari tra alunno e maestro.

Il ministro Valditare e l’umiliazione come «fattore fondamentale di crescita»

A distanza di tanti anni, purtroppo, l’umiliazione è una dinamica che la scuola non è ancora riuscita a dimenticare e che ora sembra essere promossa persino dai suoi più alti rappresentanti. Durante un convegno a Milano, infatti, il neoministro per l’Istruzione Giuseppe Valditara ha proposto i lavori socialmente utili per gli studenti che compiono atti di bullismo. «Soltanto lavorando, soltanto umiliandosi – evviva l’umiliazione che è un fattore fondamentale di crescita della personalità – di fronte ai suoi compagni è lui che si prende la responsabilità dei propri atti», ha aggiunto. Anche se oggi dice di aver usato parole sbagliate e che intendeva parlare di umiltà e non di umiliazione, la sostanza non cambia. La scuola nelle parole del ministro diventa il luogo in cui si impara la disciplina e si riconosce l’autorità e in cui il carattere si forma solo attraverso il sacrificio e la rinuncia. 

«È indubbio che la scuola viva al suo interno un problema educativo e che si stia dimostrando fragile, incapace di aiutare i ragazzi/e nella crescita», afferma la pedagogista Alessia Dulbecco. «Tuttavia, mi pare che si voglia recuperare l’autorevolezza perduta ripristinando un autoritarismo che non contribuisce a creare quella ‘comunità educante’ di cui dovrebbe essere principale protagonista. L’educazione può contenere al suo interno tracce più o meno velate di violenza (lo ha dimostrato la sociologa Katharina Rutschky con il suo Pedagogia nera) tuttavia ad oggi le teorie sono concordi nell’affermare che l’umiliazione non porti ai risultati sperati dal ministro». 

L’umiliazione e l’impatto negativo sulle minoranze

Il concetto di umiliazione è infatti problematico sotto molti aspetti. Innanzitutto, è stato dimostrato come le pratiche di shaming o gli approcci di ‘tolleranza zero’, sia in contesti scolastici che non, abbiano un impatto sproporzionato sulle minoranze. Come spiega Wolf Bukowski nel libro La buona educazione degli oppressi, c’è una stretta connessione tra marginalizzazione e richiesta di decoro: mentre chi è in una situazione di privilegio può permettersi di comportarsi male pagando un piccolo prezzo per le proprie azioni, per una persona povera o in una situazione di vulnerabilità un errore può costare la permanenza nel Paese, l’assegnazione della casa popolare o una qualche forma di sussidio statale. Dagli anni Ottanta in poi, spiega Bukowski, comportamenti come la ‘maleducazione’ o la ‘mancanza di decoro’ sono diventati reato, come dormire o mangiare per strada.

La criminalizzazione della maleducazione ha avuto impatti anche sulla scuola: negli Stati Uniti uno studente può commettere un reato e anche finire in riformatorio se, ad esempio, salta troppi giorni di lezione. Ma le school offenses non tengono conto delle circostanze in cui avvengono questi reati, come ad esempio il fatto che 1,4 milioni di minori in età scolastica siano senza casa e per questo non riescano ad andare a scuola regolarmente. È stato dimostrato come nelle scuole americane i bambini neri e con disabilità ricevessero punizioni più severe rispetto ai loro compagni bianchi e non disabili. Anziché essere invitati a comportarsi meglio, venivano direttamente fatti allontanare dalla classe o sospesi. Queste forme di punizione, oltre a essere umilianti, aumentano anche il rischio di abbandono scolastico. 

Lo studio dell’American Psychological Association

Negli Stati Uniti queste pratiche sono talmente diffuse che l’American Psychological Association ha istituito un’apposita task force per valutarne l’efficacia. Secondo i risultati dello studio, «un’ampia revisione della letteratura ha rilevato che, nonostante una storia ventennale di implementazione, ci sono sorprendentemente pochi dati che convalidano direttamente i presupposti di un approccio di tolleranza zero alla disciplina scolastica, e i dati disponibili tendono a contraddire tali presupposti. Inoltre, le politiche di tolleranza zero possono influenzare negativamente il rapporto tra istruzione e giustizia minorile e sembrano essere in qualche misura in conflitto con le conoscenze attuali sullo sviluppo degli adolescenti». 

Martha Nussbaum e il problema morale dell’umiliazione

Al di là della sua efficacia come tecnica pedagogica, l’umiliazione come punizione pone anche degli interrogativi morali che non possono essere ignorati La filosofa Martha Nussbaum si è occupata molto di questo tema nel libro Hiding From Humanity: Shame, Disgust and the Law, uscito nel 2004 a poca distanza dalla pubblicazione su tutti i giornali delle immagini di tortura dei prigionieri iracheni di Abu Ghraib da parte dell’esercito americano e della Cia.

Secondo Nussbaum, l’umiliazione deumanizza l’altro e proietta su di lui i sentimenti negativi che la nostra società tende a voler nascondere. A differenza del senso di colpa, che incoraggia la richiesta di perdono e la riparazione, la vergogna e l’umiliazione sono più utili a chi li esercita che a chi li subisce. La colpa è una risposta soggettiva, mentre l’umiliazione avviene in un contesto pubblico, rafforzando una gerarchia sociale. L’umiliazione, poi, si concentra sulla persona e non sulle azioni che commette, rafforzando l’idea che l’errore stia in lei e non nel suo comportamento. Questo meccanismo può portare all’autodisciplina, ma può portare anche all’autodifesa, cioè a ulteriori comportamenti aggressivi.   

Lavori socialmente umilianti

La concezione di umiliazione del ministro è forse ancora più contraddittoria. Valditara ha infatti fatto riferimento ai lavori socialmente utili come punizione per chi compie atti di bullismo. L’idea che sta alla base dei lavori socialmente utili, che vengono svolti da persone in stato di svantaggio nel mercato del lavoro come i disoccupati o chi è in cassa integrazione, non è di certo l’umiliazione, quanto più la partecipazione attiva alla collettività.

Questi lavori infatti non hanno finalità educative. Chi li svolge non lo fa per riscattarsi o perché c’è qualcosa di particolarmente edificante nello spazzare le foglie in un giardino pubblico, ma perché l’obiettivo di questi lavori è il reinserimento sociale. Anche quando vengono usati per la messa alla prova nei confronti di minorenni che hanno commesso un reato (probabilmente ciò che aveva in mente il ministro quando parlava di ‘lavori socialmente utili’), il carattere rieducativo della pena sta nel fare qualcosa di utile per gli altri, non nel lavoro in sé.

Le parole di Valditara tradiscono chiaramente una concezione del lavoro, e di alcuni in particolare, come una fonte di sofferenza e umiliazione. Una concezione sbagliata se non addirittura dannosa: come aggiunge Alessia Dulbecco, «Educare i ragazzi insegnando loro che esistono lavori di serie A e altri di serie Z, che è umiliante fare, contribuisce ad aumentare la diseguaglianza e lo scontro sociale». E poiché, come si è detto, questo tipo di punizione ha un impatto sproporzionato su chi già è vulnerabile, è facile immaginare di alimentare un circolo vizioso. Il ragazzino ‘problematico’ che viene da una famiglia ‘problematica’ che, anziché avere a disposizione strumenti di riscatto sociale, si trova in una spirale di degradazione e umiliazione.

Un’educazione critica

Per Bell Hooks, l’alternativa all’umiliazione è una pedagogia che si fonda sulla positività e sul rapporto alla pari, dove la scuola diventa comunità di apprendimento e non semplice ripetitore di gerarchie e divisioni. «Dialogare è uno dei modi più semplici in cui insegnanti, studiosi e pensatori critici possono iniziare ad attraversare i confini», scrive nel libro Insegnare a trasgredire. Un approccio di questo tipo induce lo studente a spiegare le proprie ragioni e, di conseguenza, a riflettere sul proprio comportamento e ad assumersi le proprie responsabilità. L’umiliazione, al contrario, allontana dalla comunità e porta alla sfiducia verso gli altri. Il fallimento più grande che una scuola possa riservare a uno studente.

Jennifer Guerra

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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