Cerca
Close this search box.
Cerca
Close this search box.
Salvatore Settis nel suo studio a Pisa
TESTO
CRONACHE
TAG
Facebook
WhatsApp
Pinterest
LinkedIn
Email
twitter X

Comprendere la bellezza antica attraverso la malinconia: intervista a Salvatore Settis

Salvatore Settis riflette sull’inclusione dell’arte antica nel contemporaneo, una ricognizione attraverso alcune delle sue pubblicazioni e curatele presso Fondazione Prada

Settis e il mutevole valore del classico: da Futuro del ‘classico’ a oggi

Già nel testo Futuro del ‘classico’ (Einaudi, 2004), Salvatore Settis avanza come l’idea di antico sia metamorfica, in particolare rispetto al concetto di diverso che racchiude in sé. Una riflessione sul mutamento, fino all’attuale scenario socio-culturale, dell’idea di classico. «È complesso descrivere i fenomeni come se avvenissero nel globo terraqueo in un solo istante. Dal Settecento fino almeno alla Seconda guerra mondiale, le civiltà di matrice europea – quindi anche gli Stati Uniti, l’America latina o il Canada – si sono rifatte all’idea di classico, collegando la loro discendenza al mondo greco-romano. Quest’ultimo venne così eretto a modello supremo che nobilitava la nostra discendenza e tacitamente arrivò a legittimare la colonizzazione. In una cultura post-coloniale, questo pensiero non solo sfavorisce la cultura classica ma la annienta. Mi sono chiesto come potessimo intendere la cultura classica oggi, non per supina quiescenza al politically correct, ma perché, adottando una prospettiva antropologica, scopriamo le sue numerose sfaccettature: la grecità della Sicilia non è la medesima dell’Asia Minore e così via. Inoltre, nessuno può ancora continuare a illudersi che i greco-romani ci rassomiglino in tutto, o viceversa. La democrazia è sì un lemma greco, ma quella ateniese contemplava gli schiavi e non concedeva il voto alle donne. Si deve attivare una ginnastica tra l’analogia e la differenza, che credo possa giovare all’elasticità mentale di ciascuno per comprendere le diversità culturali del mondo». 

Dal 2015 Salvatore settis con Fondazione Prada, un sodalizio per la ricerca sull’arte antica

L’indagine portata avanti con Fondazione Prada riguardo la contemporaneità dell’arte antica è iniziata nel 2015 con le mostre – co-curate da Salvatore Settis – Portable Classic, presso la sede veneziana di Ca’ Corner della Regina, e Serial Classic. Quest’ultima inaugurò lo spazio espositivo milanese della Fondazione in Largo Isarco. Scoprendo la valenza insita nella creazione di copie che emulano capolavori e, a volte, li miniaturizzano, sembra che il concetto di riproducibilità avanzato da Walter Benjamin nella prima metà del Novecento abbia una matrice antica. «Copiare e miniaturizzare sono operazioni che scardinano l’idea secondo cui la scultura classica sia composta di supremi pezzi unici. Quando si ammira il Discobolo, ad esempio, dovremmo sapere che in realtà non esiste più. È stato distrutto dalla povertà: essendo di bronzo, fu preferito fondere la lega di cui era composto per farne monete o armi. Ne stiamo ammirando una copia. Per vedere il Discobolo dobbiamo passare attraverso la sua riproduzione. La miniaturizzazione è un esercizio della mente quanto dell’arte che permette di approcciare diversamente un’opera. Queste due mostre hanno voluto segmentare l’immagine troppo glaciale dell’antichità, percepita erroneamente come dogma della bellezza, così da restituirne un’essenza più intima». 

Lo shock spazio-temporale della mostra Recycling Beauty

Con Recycling Beauty, se si considera il passato generatore di significato e quindi “affetto” da un dinamismo evolutivo, si manifesta la nuova accezione concettuale che un frammento può assumere tramite la sua rilocazione. «La rilocazione può essere esemplificata da un’opera in esposizione: il grande rilievo con delfini proveniente da Pisa. È un’opera estremamente pesante, le cui tonnellate furono sposate via terra e per tragitti fluviali nel XII secolo. La rilocazione implica un impiego di tecnologie, per quanto elementari, un investimento di energie intellettuali ed economiche che conferiscono a queste opere un alone di importanza. Recycling Beauty concreta realizzazione del testo Futuro del ‘classico’ – è una mostra sul tempo, dato che una prima rilocazione può avvenire a distanza di mille anni, e sullo spazio entro cui avvengono determinati spostamenti. Si tratta di riproporre ai visitatori shock spazio-temporali di cui sono state oggetto le opere esposte e attraverso i quali si è costituita nei secoli la loro aura». 

Salvatore Settis riguardo alla digitalizzazione dell’archeologia 

Considerando il Colosso di Costantino in mostra, primo tentativo di ricostruzione dell’originale, si nota come il sistema dell’arte sia sempre più coadiuvato dalla deriva digitale che, se si limitava ad essere un medium per la creazione di un’opera, oggi si propone spesso come non-luogo di fruizione artistica. Che futuro può avere, in questi termini immateriali, l’archeologia? «Nelle mostre ci sono delle intenzioni che il curatore non vuol dichiarare ma prova a suggerire. Una di queste è il rapporto tra realtà virtuale e realtà tangibile. Il Colosso di Costantino potrebbe essere stato ricostruito anche solo digitalmente ma non penso avrebbe destato la medesima impressione di quando lo si osserva dal vivo. Inoltre, l’allestimento prevede la presenza di sedie e scrivanie d’ufficio a disposizione dei visitatori. Un’ idea di Rem Koolhaas che ho apprezzato poiché permette all’osservatore di usufruire di strumenti – su cui oggi solitamente è posto un computer – per osservare dal vero un manufatto antico, che altrimenti verrebbe fruito attraverso uno schermo. Si rompe così una consuetudine. Non si tratta di una critica alla realtà virtuale. Si critica l’idea dell’equivalenza tra quest’ultima e la realtà concreta».  

Il collasso della storia dell’arte nella Medea pasoliniana interpretata da Maria Callas

All’interno del catalogo della mostra, Salvatore Settis scrive di quando Maria Callas interpretò la Medea pasoliniana girando scene nel cuore della Pisa medievale, Piazza dei Miracoli, e riflette sulla consapevolezza di Pasolini in merito a come questo luogo sia depositario di frammenti e iscrizioni greco-romane. Insomma, Pisa diventa Corinto in un film del 1969. È in questo tipo di commistione spazio-temporale di riciclaggio che il professore percepisce un cortocircuito, un collasso della storia dell’arte. «Sono abbastanza anziano da ricordare che alcuni furono infastiditi da questo riuso del Battistero da parte di Pasolini, che lo ‘trasforma’ nel Palazzo di Corinto. Ma questa operazione è esattamente ciò che fecero già i pisani secoli fa quando trasferirono da Roma il Fregio di Nettuno e lo utilizzarono come balaustra del Duomo. Il gesto performativo di Pasolini, la cui complice è Callas, si ricollega agli infiniti reimpieghi dell’antichità classica nelle città italiane, così come a quelli delle antichità indù nelle moschee del Pakistan. Scelte che inducono a cortocircuiti storico-culturali e geografici tra mondi che solitamente consideriamo per compartimenti stagni e che invece coesistono». 

Salvatore Settis sulla morte annunciata delle città storiche 

Nel 2012, in occasione della conferenza presso l’Ateneo Veneto intitolata Se Venezia Muore – a cui seguirà l’omonimo saggio pubblicato da Einaudi – Salvatore Settis eleva il capoluogo lagunare a emblema di città antica. Come può l’arte contrastare la poetica dei grattacieli, evitando così la perdita di identità di un luogo e dei suoi abitanti, ovvero rieducare al privilegio della memoria? «Credo si debba negare la morte annunciata delle città storiche. È necessario discostarsi dall’idea secondo cui il futuro di queste ultime sia legato al concetto di espansione indeterminata, rivendicando la diversità dei modelli urbani. Per quanto in molte metropoli si sia creato un disciplinamento della vita cittadina fondato sulla numerosità degli abitanti e sulla speculazione sui suoli, che poi spiega il sorgere dei grattacieli, c’è da domandarsi se ciò offra condizioni di vita migliori o peggiori rispetto a quelle di una città storica. Nulla è più diverso al mondo di Venezia. Recuperare il rapporto dimensionale tra il corpo della città e il corpo del cittadino, il muoversi nella città, crea un’alterità che deve far riflettere. Il modello di vita veneziano, che ha prodotto arte, commercio, musica, industria, non può asservirsi solamente al turismo diventando, come sembra volere il sindaco, un sobborgo di Mestre. Ho firmato numerose petizioni affinché la Venezia lagunare diventi un comune autonomo». 

Il sistema dell’arte contemporanea visto da Salvatore Settis 

Sempre a Venezia, il professor Settis è stato Presidente delle due Giurie in occasione della 50ª Biennale d’Arte, diretta da Francesco Bonami (2003). Quell’anno il Leone d’Oro fu assegnato al Padiglione del Lussemburgo e ai videoartisti svizzeri Fischli e Weiss per la loro modestia, qualità artistica e coerenza espressiva. Ci si domanda se tali valori siano ancora presenti nella proposta attuale avanzata dagli artisti in attività.  «È stata un’esperienza che ho molto gradito ma, come allora, mi sento inadeguato a quel ruolo. Franco Bernabé, al tempo presidente della Biennale, lesse il mio libro Italia S.p.A, contro la speculazione edilizia e la legge Tremonti che voleva svendere il patrimonio statale. Bernabé mi chiamò e ci incontrammo a Roma, mi disse che dalla lettura di questo testo aveva ricavato l’idea che potessi essere una personalità super partes rispetto alle dinamiche dell’arte contemporanea, di cui non sono esperto se pur mi possa interessare. Accettati e cercai di interpretare le idee dei giurati facendole convergere unitariamente mentre si riunivano allo stesso tempo in due stanze adiacenti tra cui mi muovevo. Adesso, mi apparirebbe più complesso applicare l’accezione di modestia all’arte degli ultimi anni. Credo sia una virtù diffusa ma non così tanto tra gli artisti che ultimamente vincono le Biennali. Il sistema dell’arte contemporanea potrebbe porsi in modalità più misurata, non tanto rispetto a una certa retorica dell’ispirazione artistica, quanto a una diversa e più accorta funzione comunicativa e sociale, anche nei riguardi della memoria che necessita più che mai di essere tramandata». 

La nostalgia per l’antico 

Così come il noto disegno La disperazione dell’artista di fronte alla grandezza delle rovine antiche di Johann Heinrich Füssli ci dona la quintessenza delle emozioni di cui l’arte classica è depositaria, oggi anche un’immagine, un frame di un film, un calco in gesso, una passeggiata in una città d’arte o uno scorcio su mura storiche possono riattivare in noi una nostalgia per l’antico, un sentimento che permane nel tempo e cala l’arte in una quotidiana dimensione sociale. «Spiegherei questo sentimento con la parola malinconia, la bile nera secondo gli antichi greci. Come si evince dal testo Saturno e la melanconia, questa è sempre stata propria degli artisti. Non è tanto il sentirsi tristi ma il concentrarsi sul pensiero. La malinconia è il carattere essenziale del museo, del rivivere i nostri primi anni di vita. È un sentimento che orienta la mente, commuovendoci e sfidandoci a capire la bellezza. Il passato ci interroga. La malinconia nasce da domande che i morti pongono ai vivi. E noi tentiamo di rispondere». 

Salvatore Settis

Salvatore Settis è un archeologo e storico dell’arte. Dal 1999 al 2010 è stato direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, dove attualmente ricopre il ruolo di professore emerito (già ordinario di Storia dell’Arte e dell’Archeologia classica). Visiting professor in diverse università europee e americane, è stato inoltre direttore del Getty Research Institute di Los Angeles (1994-99). Nel 2003 è Presidente delle due Giurie in occasione della 50ª Biennale d’Arte di Venezia. Dal 2006 al 2009, è stato Presidente del Consiglio Superiore per i Beni Culturali e Paesaggistici presso il Ministero per i Beni e le Attività Culturali. È membro del Comitato di Esperti per la Politica della Ricerca presso il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca e parte del consiglio scientifico dell’Istituto della Enciclopedia Italiana. Autore di numerose pubblicazioni tradotte in più di quindici lingue, è anche curatore di mostre, tra cui Recycling Beauty, fino al 27 febbraio presso la sede milanese di Fondazione Prada.  

Federico Jonathan Cusin

Fondazione Prada, Milano, Serial Classic
Fondazione Prada, Milano, Serial Classic
Fondazione Prada, Milano, Recycling Beauty
Fondazione Prada, Milano, Recycling Beauty

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

CONDIVIDI
Facebook
LinkedIn
Pinterest
Email
WhatsApp
twitter X