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Detaglio opera, Patrizio di Massimo, Caro Milovan,2023, foto di Eleonora Agostini
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Milovan Farronato: Hollywood come l’Olimpo, effimero scambismo digitale

Anche il presente produce mitologia. Milovan Farronato, piacentino, di ritorno con una mostra a Milano che coinvolge quindici nomi dell’arte contemporanea

Milovan Farronato: il peso di un decennio e l’energia della metamorfosi 

I segni lasciati dalla parentesi londinese hanno cambiato Milovan Farronato, facendo così il suo gioco. Il curatore è lontano dalle etichette, schivo delle gabbie descrittive, e ha sostenuto in più occasioni la prevalenza della fluidità sulla fissità investita dal flusso del mutamento: un susseguirsi di stagioni in cui è possibile scommettere su scelte diverse – o rivivere vissuti passati. Interrogato sul momento corrente, il curatore esordisce con una captatio benevolentiae per l’avvenire: «Approdo appesantito alla conclusione di un decennio, con l’esigenza di alleggerirmi per quello successivo. Mi riferisco a un peso culturale, ma anche fisico ed esperienziale; al bisogno di un cambiamento. Giungendo alla fine di una stagione avverto, come già in passato, la stessa sensazione. Non c’è nulla di negativo in questo. e presente il voler abbandonare delle emozioni, delle connotazioni, per acquisirne delle nuove. Alcune cose rimangono per sempre, altre si mischiano ad altro e si trasformano, talora scompaiono. La metamorfosi è sempre presente in un corpo che cambia, ma anche in una mente che cresce. Mi ritrovo in un momento trasformativo dal punto di vista professionale tanto quanto personale».

Milovan Farronato e l’estetica della casualità come metodo e schema espositivo, gli artisti come arcani su un tavolo

«Ho pensato a una mostra come a una sorta di esorcizzazione, per fissare le cose un momento prima che possano cambiare, trasformarsi in altro, magari rimanendo sempre le stesse». La mostra in questione, Alea iacta est – “il dado è tratto”, frase attribuita dallo storico Svetonio a Giulio Cesare – sarà ospitata da Vistamare Milano nella neonata sede in zona Porta Venezia, e aprirà le porte al pubblico da mercoledì 15 marzo (data dell’opening) fino a sabato 29 aprile 2023. «Alea iacta est» spiega Farronato, invitato dalle direttrici della galleria Benedetta Spalletti e Lodovica Busiri Vici, «porta la casualità come metodo all’interno dello schema espositivo». Gli artisti coinvolti sono quindici «esposti seguendo le strategie di una lettura di carte profetiche. Li disporrò nello spazio espositivo come se stessi giocando i miei arcani su un tavolo. La casualità detterà le disposizioni. Come diceva Mallarmé ‘le coincidenze vanno sempre guidate’. Giocherò casualmente fintanto che i giochi non torneranno, finché non si sedimenteranno nello spazio in modo da acquisire una configurazione estetica, assumendo un significato superiore rispetto al semplice racconto di una storia personale». 

La sfida della curatela; il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2019: Né altra Né questa: La sfida al Labirinto; la relazione tra forma e contenuto

Le modalità di allestimento di Alea iacta est rievoca uno dei lavori di curatela più noti di Farronato, presentato alla Biennale di Venezia nel 2019 con Gucci in qualità di main sponsor: Né altra Né questa: La sfida al Labirinto, mostra che incluse gli artisti Enrico David, Chiara Fumai e Liliana Moro con l’obiettivo di dare forma alla complessità dei rapporti e dei processi conoscitivi attraverso la struttura fisica e metafisica del labirinto. Il confronto tra i due espedienti (il dedalo e la necromanzia) sollecita una considerazione sul dualismo forma/contenuto: «Nel caso del Padiglione Italia, il labirinto era la struttura espositiva che avevo scelto per mostrare le opere in modo non convenzionale. A Vistamare gli artisti sono esposti con una logica più avvincente, ma non si tratta di una questione di contenuto. È la forma. Come curatore cerco di mettere in risalto forme diverse, forme innovative. La forma vale tanto quanto il contenuto, ha un suo valore estrinseco per mettere in risalto il secondo. Non confondo l’una con l’altro, sono due aspetti separati, potenzialmente coesi nella capacità espressiva di ogni accadimento». Da questa ricerca professionale e personale, e dagli incontri vissuti nel decennio passato, emergono le nuove sfide della curatela fronteggiate da Farronato: «Ho sperimentato e giocato con varie possibilità di display. In questa mostra ho scelto di esporre un autoritratto parziale di me, del mio ultimo decennio di attività professionale. Sono in mostra gli artisti con cui ho avuto rapporti più acrobatici e collaborazioni personali e professionali più avventurose»

Farronato e la direzione del Fiorucci Art Trust (Fondazione Nicoletta Fiorucci) di Londra 

Il fil rouge che attraversa l’esposizione è il decennio trascorso a Londra come direttore del Fiorucci Art Trust, centro di ricerca, produzione e promozione artistica rinominato nel 2021 Fondazione Nicoletta Fiorucci, in onore dell’omonima fondatrice: «È stato per me un collegamento di varie esperienze e relazioni, molte delle quali confluiranno insieme ad altre in questa mostra». Per Fiorucci Art Trust Farronato ha curato il programma di mostre, commissioni di artisti, pubblicazioni, residenze e workshop divise tra le sedi di Londra, la Piccola Polonia, Kastellorizo e Stromboli. Tra i progetti più noti, Volcano Extravaganza: un festival dedicato alle arti multidisciplinari e programma di residenza informale per artisti nato nel 2008 sull’isola di Stromboli e inserito nella cornice di workshop Roadside Picnic

La Casa degli Artisti di Corso Garibaldi: Farronato mentor alla residenza Spazio Libero 

Tra i luoghi milanesi più significativi della storia di Milovan Farronato rientra anche Casa degli Artisti, un centro di residenza, produzione e fruizione situato in Corso Garibaldi, 1250 mq su tre piani dove il critico ha curato la residenza Spazio Libero in qualità di mentor. Nata nel 1909 per volontà dei mecenati Bogani, oggi è un luogo a vocazione interdisciplinare e internazionale impegnato a sostenere la pratica delle arti visive, performative, sonore, digitali, applicate, del cinema, della fotografia, della letteratura e del pensiero. «Casa degli Artisti mi ha accolto gentilmente, con molto garbo, al mio rientro a Milano. Sono tornato per rinfrescarmi su aspetti della produzione autoctona su cui non ero più aggiornato. Mi sono ritrovato a fare quello che facevo prima di andarmene, il curatore di uno spazio di residenza (ai tempi era Viafarini, ndr). Casa degli Artisti mi ha accolto, lasciandomi i suoi spazi pieni di luce, la possibilità di scegliere in autonomia due giovani curatrici, Chiara Spagnol e Irene Sofia Comi, che ho accompagnato durante la residenza e con cui abbiamo individuato i sette artisti protagonisti di Spazio Libero e della mostra conclusiva».

MyceliuMinds, il progetto ideato da Matteo Domenichetti e curato da Milovan Farronato; il micelio come struttura 

Il critico ha operato attivamente nella residenza, prendendo parte a diverse iniziative in cui riecheggiava il suo passato. Tra queste, MyceliuMinds, progetto ideato da Matteo Domenichetti e curato dallo stesso Farronato, che partecipò nelle vesti di parte esposta ad un talk performativo ospitato a gennaio 2022. «Matteo Domenichetti è un fashion designer, artista, mente poliedrica ed abbastanza eteroclita da manifestarsi in campi disparati della cultura, tra cui anche l’arte. Casa degli Artisti mi aveva ospitato quando ancora ero esule proprio per presentare il progetto di Domenichetti, suggestionato dal Capitalismo della Sorveglianza di Shoshana Zuboff e dal micelio come struttura, come tessuto connettivo di cui i funghi sono il corpo fruttifero. Il vero organismo è sottoterra, e connette tutte le piante di un bosco».

Il riferimento botanico è al micelio, apparato vegetativo dei funghi formato da un intreccio di filamenti. Un elemento già noto a Farronato, che nel 2014 aveva messo la vita dei funghi al centro di una serie di eventi performativi allestiti a Rabka Zdròj, in Polonia, insieme all’artista Paulina Olowska: «Nel progetto di Domenichetti il micelio diventa un’arena attraverso cui passano nutrimento, messaggi e informazioni chimiche per una struttura di comunicazione labirintica e articolata» prosegue Farronato. «Con questa metafora presa dal mondo delle scienze naturali, unita all’idea di diventare un problema per i sistemi di sorveglianza digitale, ha elaborato una trilogia video arricchita da varie collaborazioni con artisti contemporanei, fotografi e pensatori tutte esposte sull’account Canis in somno». 

La Swinging Club, scambismo digitale contro la raccolta dati online; l’algoritmo per la profilazione, un vestito troppo stretto

Il progetto cross-mediale MyceliuMinds si è propagato anche nel digitale, attraverso una pratica dissidente suggerita in uno dei tre video sopra citati: la cosiddetta Swinging Club, una forma di scambismo digitale volto a ostacolare la raccolta dati e a movimentare l’esperienza sulle piattaforme social.

«La proposta più dissidente arriva da Domenichetti: trovare degli escamotage con cui alterare l’algoritmo contro la profilazione, e quindi l’esigenza di essere sempre identificato con un profilo statico e standard, come fosse un vestito su misura cucito troppo stretto, scomodo, in cui non ci si trova a proprio agio, e che rende complicato anche cambiare le proprie idee. Per alterare le logiche dell’algoritmo – illustra Farronato – Matteo ha pensato di suggerire lo scambismo digitale: ci si scambia il profilo, con password temporanee create per l’occasione e che possono avere incidenza solamente sui social. Si comincia dunque a vivere nella casa digitale altrui, a interagire con la sua audience, con il suo feed. Secondo uno degli slogan di Domenichetti, il postino non ha più l’indirizzo corretto per recapitare la posta, perché l’algoritmo è alterato dalla sua capacità predittiva e avrà più difficoltà a creare profitto». 

Farronato e Domenichetti e il progetto di scambismo digitale per Pompeii Commitment. Materie archeologiche 

Un’ulteriore operazione di scambismo digitale condotta da Farronato e Domenichetti ha riguardato il sito archeologico di Pompei: «Avevo scritto un testo per Pompeii Commitment. Materie archeologiche, parte di una serie di commissioni che il parco archeologico di Pompei offre a pensatori e artisti per ripensare l’eredità del luogo nel contemporaneo». L’approfondimento è parte dell’insieme di idee e contenuti raccolti da Pompeii Commitment e relativi a progetti già esistenti che curatori e artisti hanno concepito per la piattaforma del programma d’arte contemporanea a lungo termine.

«Domenichetti ha proposto di fare una riflessione sull’account Instagram del sito archeologico, immaginando una visione distopica e utopica al contempo, dove un gruppo di ricchi mecenati decidono di investire una significativa somma di denaro per coinvolgere le celebrities più popolari di Instagram (come Justin Bieber e Donatella Versace, ndr) per effettuare uno scambio di profili, in modo tale che l’account del sito archeologico di Pompei diventasse il più visto al mondo, ottenendo una popolarità enorme nel più breve tempo possibile. Un monumento, una cattedrale della nostra epoca digitale forse già in declino». 

La mitologia di Hollywood, il sistema delle celebrities 

L’universo del digitale e le sue costellazioni di celebrità si riallacciano a un’altra fonte di fascinazione per il curatore piacentino: le figure mitologiche. Il presente produce ancora mitologia? «Anche la psicoanalisi e le celebrities sono mitologia contemporanea. Noi abbiamo le cattedrali, l’America ha Hollywood, che è una bella mitologia. Marilyn Monroe, ad esempio, è molto presente nei lavori di alcuni artisti contemporanei come Christodoulos Panayiotou (tra i quindici artisti della mostra a Vistamare, ndr). Il sistema delle celebrities, i concetti di diva e star, sono tutte definizioni diverse che creano delle mitologie contemporanee ma connesse a quelle del passato. La mitologia è sempre attualizzabile. Si pensi a Medea, a cui possiamo riferirci senza pensare necessariamente al tragico epilogo della sua esistenza. È colei che decide di trasformarsi in un uccello per raccogliere tutte le erbe medicali in grado di salvare il padre dell’innamorato da morte certa. Nelle Metamorfosi di Ovidio, si rifiuta di far perdere anni di vita a Giasone disposto a scambiarli con anni in più per il padre morente. Si rifiuta di ufficiare questo baratto e anzi mantiene uno nella sua gioventù e all’altro regala comunque anni suppletivi di vita, e così facendo si disumanizza, diventa una strega».

Milovan Farronato: sostenibilità e le risposte all’adattabilità; gli esempi delle artiste Jona Escoval e Fernanda Gomes

Scandagliando il mare magnum di personalità del presente alla ricerca delle figure in cui riconoscersi, Milovan Farronato delinea una delle proprie concezioni di sostenibilità e ritorna sul tema dell’alterità, in continuo dialogo con lo stile, la performatività e la comunità: «Mi ritengo una figura che oscilla tra il giardiniere e l’architetto d’esterni.  Qualcuno che lavora ‘al di fuori’, facendo della sostenibilità una logica, un bisogno. Ripenso ai miei lavori a Stromboli o nelle foreste della Polonia, all’interno di contesti naturali, in cui fu invitata una cerchia ristretta di persone. La sostenibilità per me è anche trovare delle risposte di adattabilità valorizzando alcune etiche. È il caso dell’artista Jona Escoval ma anche di Fernanda Gomes, che impiegano prevalentemente resti o materiali naturali e portano le loro mostre nelle valigie – i trasporti d’arte incidono sulla sostenibilità del nostro sistema operativo. Entrambe partono dalla necessità di ridare dignità a elementi che forse l’hanno persa, di rimescolare e riconfigurare. 

Nella casa museo di Gomes a Rio de Janeiro le opere si spostano, si ricambiano, sono frammenti caduti di un’operazione; è legno, una sedia ribaltata, monete accatastate una sopra l’altra a formare delle pile, o semplicemente un foglio di carta che si incurva su un angolo della stanza e così ci suggerisce che gli angoli possono essere smussati, che è possibile trovare una rotondità oltre lo spigolo. Attualmente, collaboro anche alla presentazione, prevista per l’11 di Aprile presso la Terrazza Martini, di un articolato progetto di Rosangela Rossi, Aka Pinky del Club Plastic. Battezzato Adess Pedala e partorito dalla sua feconda autrice in epoca di pandemia, ha inteso riesumare e vivificare vecchi mezzi di trasporto abbandonati in depositi e garage per offrirli a una rinnovata e più sostenibile circolazione. Si tratta ovviamente di biciclette vintage, non qualsiasi, ricercate, come tesori e ripristinate con cura e garbo per una seconda possibilità. Artisti e creativi, da noi suggestionati, hanno inteso offre il loro tanto speciale quanto prezioso contributo per renderle fruibili o anche solo icone. Tra loro, Giulio Delve e Sergio Breviario, ma anche Alec O e Antonio Marras, Daniele Innamorato e Matteo Domenichetti e Barbara Crimella».

L’arte e le logiche del consenso e quelle commerciali

In un’epoca caratterizzata dalla continua sovraesposizione mediatica e dalla presa di coscienza della necessità di politiche e strategie di inclusione, si è tornati a parlare di censura e della labilità del confine che separa la persona e l’artista. Le logiche del consenso guidate da ragioni commerciali spesso impongono a piattaforme, enti e brand una costante valutazione, anche retroattiva, degli ospiti dei propri spazi. Sempre più di frequente la legittimità di esposizione e fruizione di opere d’arte firmate da figure controverse viene messa in discussione. L’artista deve ormai necessariamente essere migliore come ciò che produce? «Penso che possa ancora permettersi di non esserlo. La coerenza è una necessità, la bontà è probabilmente una condizione o un obiettivo. Ma si può progettare ancora qualche cosa di disumano, egocentrico, ipertrofico ed eccessivo che diventi un monito. È possibile. In arte dovrebbe essere concesso il fuori misura e il fuori scala. Credo che sia importante la sostenibilità, ma come diceva Bataille, conta anche l’eccesso, l’effimero, sprecare tanto per poco. Tutto questo non può essere completamente privato alla società». 

Il limite dell’utile, la necessità dell’effimero e dell’eccesso; la collaborazione tra Farronato e Roberto Cuoghi

Parafrasando il titolo del saggio economico di Georges Bataille La limite de l’utile, anche l’utile ha i suoi limiti, e l’effimero il suo ruolo nella civiltà: «Penso al Carnevale, alla cerimonia dell’attraversamento dell’equatore Crossing the Line dei marines americani. Penso alla carta dell’Appeso. Penso ai prismi di Pechan indossati da Roberto Cuoghi per tracciare i suoi primi ritratti nella serie Il Coccodeista. Penso alle tematiche legate al gender: tornando alla richiesta di identificarmi in una figura del presente o del recente prossimo trascorso, direi Jessica Lange nella serie American Horror Story, dove interpreta un’imprenditrice del circo austera, severa, un po’ cattiva e menomata, come tutti gli altri. Ma non lo mostra. Gestisce un circo di freak senza manifestare di esserlo lei stessa. Sotto calze coprenti e pantaloni lunghi nasconde la sua differenza, la sua anomalia. Riconoscermi in un ruolo femminile interpretato da Jessica Lange mi permette di ricordare una cara amica, Chiara Fumai, artista scomparsa per scelta, e con lei vivere la preistoria della performance, il circo dei freak».

Riflettendo sul tema dell’eccesso, il pensiero di Farronato va all’artista e collaboratore di vecchia data Roberto Cuoghi, che sui concetti di metamorfosi ed esagerazione ha fondato diversi suoi lavori. Fra i progetti curati insieme, la mostra dedicata al DOCVA Arimortis, accompagnata dall’approfondimento monografico De incontinentia, prodotto da Fiorucci Art Trust e incentrato sul valore e sul contenuto della smisuratezza. Fece scalpore la decisione presa da Cuoghi, ancora studente dell’Accademia di Brera, di trasformarsi fisicamente in suo padre, ingrassando il proprio corpo e invecchiando i propri modi di fare: «Alla pari di artisti come Cuoghi, che in tutta la sua rispettabile serietà e dedizione altera il proprio corpo, credo sia legittimo immaginare vie di uscita dalla propria insofferenza esistenziale».

L’arte inconsapevole può condurre a un livello maggiore di coscienza?

«Ho incontrato e ho lavorato con artisti che inseguivano il proprio lavoro. Lo inseguivano perché non ne hanno piena consapevolezza. Lo sentono, si affacciano, vogliono vedere cosa accade. Percorrono un’intuizione o forse una paranoia. E poi lo comprendono, forse, solamente una volta che si è manifestato. Talvolta autonomamente o grazie alla lettura di altri; e poi, fraintendere non sempre è un male».

La mostra Alea Iacta Est

Mostra collettiva di Vistamare Milano a cura di Milovan Farronato. L’esposizione coinvolge i nomi dell’arte contemporanea che più hanno segnato il decennio londinese: Enrico David, Patrizio di Massimo, Anthea Hamilton, Celia Hempton, Camille Henrot, Maria Loboda, George Henry Longly, Goshka Macuga, Lucy McKenzie, Paulina Olowska, Christodoulos Panayiotou, Eddie Peake, SAGG NAPOLI, Prem Sahib e Osman Yousefzada. Le diverse opere saranno posizionate nella galleria come tarocchi. Ad ognuna corrisponde un presagio, un monito o un’enigmatica indicazione. La destra dello spazio è occupata dal mazzo di carte non svelate, la sinistra dalle ‘quattro influenze esterne’. Al centro si trovano risposte e suggerimenti che il mazzo offrirà spontaneamente alla lettura delle carte. Una lettura che sarà il fato stesso a guidare.

Milovan Farronato

Curatore e critico tornato a Milano dopo dieci anni di lavoro a Londra. Nato nel 1973, originario di Borgonovo Val Tidone (Piacenza), Farronato annovera nel suo ricco cursus professionale la curatela del Padiglione Italia alla cinquantottesima Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, la mentorship per Casa degli Artisti, la direzione di Fiorucci Art Trust e del centro sperimentale Viafarini, l’insegnamento presso lo IUAV di Venezia, la creazione condivisa con Paulina Olowska del simposio Mycorial Theatre in Polonia, la fondazione del Festival delle Arti Performative di Stromboli e l’editoria di varie pubblicazioni in ambito artistico.

Filippo Motti

Ritratto Milovan Farronato fotografato da Daniele De Carolis
Ritratto Milovan Farronato fotografato da Daniele De Carolis
Installation view, Alea Iacta Est, ph. Andrea Rossetti
Installation view, Alea Iacta Est, ph. Andrea Rossetti

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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