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Il Padiglione Italia di Massimo Bartolini è un’orchestra: jam session, musica e ascolto

In uno scenario artistico in cui prevale il controllo, l’opera del Paglione Italia alla Biennale di Venezia è frutto di improvvisazioni – Massimo Bartolini si rifà al jam session, pratica originaria dei Youruba

Jam session alla Biennale, il Padiglione Italia di Massimo Bartolini

Massimo Bartolini approda a Venezia in occasione della 60. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia. Per il Padiglione Italia, l’artista ha ideato un’istallazione sonora e ambientale, Due qui / To Hear che muove da un desiderio: l’ascolto reciproco. L’opera si espanderà attraverso le Tese delle Vergini all’Arsenale, permeandole con una ricerca uditiva che lascerà inalterata la natura ruvida degli spazi.

Due qui / To Hear nasce anche dalla collaborazione con i musicisti Caterina Barbieri, Kali Malone, Gavin e Yuri Bryars. I suoni che attraversano il pubblico sono figli di sperimentazioni e improvvisazioni collettive. In una scenario artistico dove appare sempre più dominate il controllo, l’opera che circola nel Paglione Italia è frutto di improvvisazioni. Bartolini si rifà al jam session, una tendenza originaria del popolo africano degli Youruba che coniò il termine “jamu” – ovvero, “insieme in concerto”. Questa coralità estemporanea fu poi ripresa in ambito jazz e hip hop. Adesso è stata anche translitterata nel bacino dell’arte contemporanea. 

«La mia attitudine è quella della jam session. Improvvisazioni volte a costruire una certa intensità gruppale. Per raggiungere ciò ci può volere un attimo o una vita. Due qui / To Hear ha lasciato spazi incompleti aperti all’altro e all’improvvisazione. La pronta responsività è stata quindi impressa nei dettagli e nella serie di decisioni che lo scambio con la materia circostante impone. Per il resto invece c’è una composizione, una partitura per un’“orchestra”, dove ognuno si caratterizza attraverso la propria parte».

Due qui / To Hear alla 60. Esposizione Internazionale d’Arte: un’installazione per curare il desiderio 

Prosegue Bartolini: «con questo progetto non voglio propormi come un maître à penser ma condividere un desiderio: quello di un mondo umano e non umano in ascolto reciproco. Tale ascolto dovrebbe beneficiare chiunque. Nel mondo occidentale dobbiamo imparare da coloro che hanno dovuto vivere in civiltà della penuria: le strategie che gli hanno permesso di resistere, esistere ed espandersi. Nella civiltà della penuria, le persone hanno dovuto per forza autoeducarsi, attingere a delle risorse interiori che nella nostra civiltà sono sommerse dall’inutile. Ascoltare tutti vuol dire imparare da tutti. Accogliere tutti vuol dire ampliare la propria interiorità. Insegnare, apprendere, curare, ascoltare, conoscersi, conoscere l’altro, accorgersi delle uguaglianze. Sono tutte medicine sostanziali. Non riesco ad applicare nella mia quotidianità tutto questo ma lo desidero. Una persona è composta anche dai suoi auspici. È necessario insegnare a desiderare e curare il desiderio».

Visitare il Padiglione Italia: la nostra disponibilità a comprendere ne rifletterà l’esperienza 

Se per la 60. Esposizione Internazionale d’Arte la reciprocità sonora appare protagonista all’interno del Padiglione Italia, ci si domanda come l’incontro con l’altro sia concretamente favorito. In questi 2.000 metri quadri calcati da “stranieri” provenienti da ogni dove, quale connotazione sociale assume il progetto di Bartolini? 

«L’arte non può che essere relazionale. L’ altro percepirà lo spazio attraverso la sua presenza. La sua posizione nello spazio sarà cruciale per vedere e sentire un’armonia piuttosto che un’altra, per vedere una linea, una forma invece che un’altra. Se tutto va bene, ognuno uscendo dal padiglione dovrebbe aver visto e sentito una cosa diversa. Alla fine è la postura, la presenza. La disponibilità del pubblico a capire, che in un certo modo formerà ciò che sentirà. Quello che posso fare io è togliermi di mezzo il più possibile».

Il suono dell’acqua nell’arte di Massimo Bartolini

Nel panorama della musica sperimentale, Gavin Bryars ha lavorato con John Cage a partire dagli anni Sessanta. Quest’ultimo, nel 1959, compone Sounds of Venice, traccia in cui registra, e in certo senso omaggia, i suoni della laguna. Anche alla luce dell’eredità professionale dei collaboratori di Bartolini, quanto è presente il suono della laguna veneziana – e più in generale dell’elemento acquatico – nell’istallazione Due qui / To Hear?

«L’acqua è da sempre presente nel mio lavoro. È un elemento in mutazione e icona immutabile allo stesso tempo. L’acqua caratterizza Venezia e, come afferma Giorgio Manganelli in Emigrazioni Oniriche (Adelphi 2023), meraviglia dell’acqua è edificare con il solo miracolo del suo transito. L’acqua si lega naturalmente al suono, con cui condivide il movimento. Una certa eredità sonora si è manifestata fortemente in questo progetto: dalla musica veneziana del Cinquecento alle canzoni in eco della Chiesa dei Frari. L’ acqua e la musica sono ricche di echi ripetuti che producono risonanze e armonie. Entrambe trovano la loro forma in una immagine: l’onda».

Il teatro e la poesia in Due qui / To Hear. La parola come sintesi tra solitudine e compagnia

Oltre al panorama musicale, Massimo Bartolini attinge dal teatro e al suono come declamazione di versi. Che relazione ha l’artista con la parola e come ritorna quest’ultima in Due qui / To Hear

«Sono sempre stato meravigliato dalla magia e dall’efficienza di un artefatto come il libro. Il libro con poco materiale riesce a ottenere intensità. Grazie al public program, nel Padiglione Italia, ci sarà anche spazio per le parole, che sono presentate attraverso il suono del parlare, del leggere, dell’intonarle insieme a strumenti. Il suono della voce che parla rende le parole ancora più simili a quello che penso sia poesia: una scintilla volatile di traiettorie imprevedibili la cui traccia si tatua o sul nostro corpo o sui nostri pensieri. La lettura di un testo alleggerisce e avvicina allo scorrere del tempo, al respiro, al suono. La solitudine che serve per scrivere, l’allontanamento dalle persone, si ricompone nella vicinanza necessaria all’ascolto. La poesia nasce e cresce in privato ma diventa adulta sulla bocca che la dice».

Visualizzare immagini tramite l’ascolto: il tempo è una perla e il suono del passato si muove

Nello studio di Bartolini a Cecina sono presenti un paio di orecchini di perla cavi all’interno, a mo’ di padiglione auricolare, realizzati vent’anni fa ed esposti su una base di alabastro, sotto un bicchiere, e sostenuti da una mensola. Henri Bergson visualizzò la nozione di tempo come una collana di perle, composta da una piccola sfera dopo l’altra. È il tempo della ricerca per il filosofo francese, mentre quello della vita è paragonato a una matassa dove il passato insegue il presente. Che forma ha il tempo e che suono ha il passato per Bartolini?

«Un lavoro che si chiama Contre durée riflette sul concetto di tempo in Bergson, soprattutto la nazione di durata. La perla è una sfera, non un punto, che incorpora essa stessa un tempo: il tempo di farsi. In questa opera una collana viene lanciata su di un supporto di marmo, fissata in quella posizione casuale e il filo che tiene insieme le perle della collana viene rimosso. Se mi metto a speculare sul tempo penso al quello agostiniano di un unico presente, dove c’è un presente passato, un presente presente ed un presente futuro. Tutti e tre agiscono contemporaneamente, l’uno sull’altro. Sento muoversi il passato e vedo il futuro già qui, il presente presente è un luogo solitario dove per un attimo i rumori di questi “vicini di casa invadenti” si fermano. E la perla rimane al suo posto senza filo». 

L’impegno umano di Massimo Barolini: alla ricerca dell’ascolto reciproco con Due qui / To Hear 

Negli ultimi anni si è parlato spesso di artivismo. Un approccio attivo e politico attraverso l’arte che si basa sull’azione. Con Due qui / To Hear, Massimo Bartolini sembra discostarsi da questa cultura dell’agire e dell’agitare – verbi etimologicamente fratelli – per indagare la dimensione contemplativa del suono che pare graviti attorno a una energia più quieta. Nel mondo, anche in quello dell’arte, c’è troppo rumore e poca educazione all’ascolto? 

«L’attivismo è legato a una situazione di emergenza. La stessa nella quale il mondo viene fatto vivere per poterlo più facilmente controllare. Ne so poco di attivismo ma mi sembra che funzioni un po’ con le stesse regole di ciò al quale si oppone, se pur con contenuti opposti. Ci sono situazioni nelle quali il tempo è cruciale e certe modalità, come l’attivismo, sono quelle che assicurano una efficacia più immediata. Credo si debba uscire dall’ottica dell’emergenza. Vivendo all’arte, temi sostanziali ancora oggi trovano rifugio e sviluppo nel suo mondo; fortunatamente ancora un luogo aperto». 

Il Padiglione Italia tra musica e natura, movimento e stasi apparente 

Da decenni Bartolini si interessa al rapporto tra musica e natura, che torna nel Padiglione Italia per la prossima Biennale Arte. Le due Tese e il Giardino delle Vergini sono in un certo qual modo connessi dagli unici elementi non astratti che li abitano: rispettivamente il Bodhisattva Pensieroso e gli alberi. Il primo è una figura tipica dell’iconografia buddista che, una volta raggiunta l’illuminazione, vi rinuncia volontariamente per indicare la via agli altri esseri umani. Due condizioni diverse di radicamento? 

«Radicamento non vuol dire immobilità. Il Bodhisattva ritorna al punto di partenza dopo un lungo viaggio. Le radici degli alberi sono lunghe chilometri. Il radicamento è per chi lega il movimento a una crescita. Metabolizzare la strada, i chilometri percorsi, assumerli e farli diventare parte del proprio corpo. La narrativa del viaggio è stata spesso legata a una specie di iniziazione e crescita, dall’Odissea al Gran Tour. Oggi le facilitazioni connesse allo spostarsi non lo hanno tanto semplificato quanto ridotto le possibilità di crescita interiore che offrirebbe. Se da una parte un uomo si ferma – il Bodhisattva – dall’ altra un albero si muove, cantando. Personalmente, tendo a distrarsi e preferisco tendere alla concentrazione. All’ insistere su un solo luogo, muovermi piano, vedere bene».

Massimo Bartolini tra presenza e distacco: raggiungere l’ozio assertivo 

La condizione meditativa del Bodhisattva Pensieroso si collega a una più generale idea di otium. Una condizione imprescindibile per focalizzarsi artisticamente sul qui e ora? 

«Il mio otium è affine a un fare senza costrutto. Un fare tanto per fare, per pensare facendo, per stancarmi e raggiungere quella condizione di stanchezza che permette di oziare con intensità. Quella che un santo non ha difficoltà a raggiungere con il pieno delle sue energie. È la condizione ideale per trovare un pensiero e una sua tradizione in artefatto. Quel momento in cui ci si trova a “lasciare la presa”, somiglia all’otium assertivo. Quest’ultimo è una corda tesa tra fare e non fare, come sostiene Francesca Tarocco del New Institute Center for Environmental Humanities. Solo con una specie di funambulismo sonnambolico si può oscillare tra i due termini alla ricerca di un equilibrio tra perfetta presenza e perfetto distacco».

Che corpo ha la musica? Modalità di ascolto e geografia sonora del Padiglione Italia 

Pitagora teneva le sue lezioni nascosto dietro a una tenda, i musicisti del Casino Venier suonavano occultati da una grata di legno dorata. Insomma, il suono può essere acusmatico. Questa sua natura torna a partire dagli anni Cinquanta con le sperimentazioni di Pierre Schaeffer attraverso la musica concreta. Se lo spazio espositivo è rimasto spoglio, la geografia sonora del Padiglione Italia come si diffonde e si rende interpretabile al pubblico? 

«Oggi viviamo in un mondo che per comodità, per facilità di controllo, è costantemente in modalità acusmatica. Io non condivido sempre l’uso di questo “delocalizzare” produzione e fruizione di un fenomeno. La delocalizzazione è una pratica che serve alla rapidità di diffusione di un messaggio: fa sparire i meccanismi di produzione, assottiglia il corpo sonoro dell’”oggetto”. A un certo punto non ci sarà più corpo. Non riesco a capire se sia un bene o un male. La musica senza corpo è quelle delle cuffiette. Non riesco ad ascoltare in cuffia, mi piace che la musica faccia parte del mondo in cui sono. Quasi sempre faccio in modo che le fonti siano visibili e presenti dove il loro effetto si svolge, per una specie di franchezza della trasmissione. Il ”riproduttore” è in presenza, e dice la musica. La visualizza». 

Massimo Bartolini, un breve biografia

Nato a Cecina (1962), dove vive e lavora, dopo gli studi da geometra a Livorno si è laureato all’Accademia di Firenze (1989). È docente di arti visive presso la NABA Nuova Accademia di Belle Arti, Milano e l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Dal 1993, espone in spazi pubblici e privati in Italia e all’estero. Per la 60. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, rappresenta l’Italia con Due qui / To Hear, a cura di Luca Cerizza.

Il Padiglione Italia alla 60. Esposizione Internazionale d’Arte

Il Padiglione Italia alla 60. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, presenterà Due qui/To Hear. Il progetto espositivo è cura di Luca Cerizza e ruota attorno a un’installazione dell’artista Massimo Bartolini.
20 aprile 2024 – 24 novembre 2024. Tese delle Vergini, Arsenale

Federico Jonathan Cusin

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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