Sin Wai Kin, Dreaming the End (film still), 2023 © l'artista. Courtesy l'artista e Fondazione Memmo, Roma
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Tra storia, realtà e doppio, dove è il vero? Nel corpo, rispondono Sin Wai Kin

Fondazione Memmo, fondata nel 1990 da Roberto Memmo, per la prima volta si cimenta in un’opera cinematografica ambientata a Roma: ha chiesto di realizzarla a Sin Wai Kin

Deaming the end di in Wai Kin alla Fondazione Memmo

La mostra Deaming the end è la prima personale italiana dei giovani artisti Sin Wai Kin. La prima curata da Alessio Antoniolli in Italia, a inaugurare il suo rapporto ufficiale con Fondazione Memmo, poiché anch’egli vive e lavora a Londra, dove dirige l’organizzazione culturale non-profit Gasworks e anche Triangle Network, una rete internazionale che collega organizzazioni legati all’arte visiva. Per la prima volta la Fondazione Memmo ha prodotto un’opera cinematografica, completamente girato a Roma. 

La Fondazione Memmo

La Fondazione Memmo è stata fondata nel 1990 da Roberto Memmo, imprenditore, collezionista e mecenate, che sognava di organizzare mostre capaci di avvicinare il pubblico all’arte internazionale. Solo negli ultimi dieci anni, sotto la direzione di Fabiana Marenghi Vaselli Bond e Anna d’Amelio Carbone, le attività della Fondazione sono state esclusivamente dedicate all’arte contemporanea. Dal 2015 l’incipit del rapporto con Antoniolli e con Gasworks, la Fondazione sponsorizza un programma di residenze a Londra di artisti italiani, proseguendo in questo modo l’attività di confronto e connessione tra artisti e istituzioni di contesti diversi e provenienze.

Chi sono Sin Wai Kin: persona di etnia mista e non binaria

Sin Wai Kin, precedentemente noti come Victoria Sin, sono nati a Toronto nel 1991 da padre cinese e madre inglese. Si sono trasferiti a Londra nel 2009, a diciott’anni, hanno studiato tra il Camberwell College of Arts e il Royal College of Art, iniziando a realizzare i primi lavori e soprattutto lasciandosi coinvolgere dalla scena drag e dalle serate dei night club aperti al mondo queer. Si identificano infatti come persona di etnia mista e non binaria, e le questioni identitarie stanno al cuore della loro pratica artistica. Lo scorso anno sono stati nominati tra i quattro finalisti per il Turner Prize 2022 con il film A Dream of Wholeness in Parts (2021), incluso poi nella mostra itinerante British Art Show 9, e proiettato al 65° London Film Festival del British Film Institute. Il loro lavoro si sviluppa dalla performance, ma include numerosi altri linguaggi come la scrittura, la stampa, le realizzazione di immagini statiche o in movimento, restituite al pubblico anche attraverso installazioni multicanale, sempre alla ricerca di un equilibrio tra narrazioni multiple, tra la verosimiglianza e la dimensione più onirica e surreale. Mettono in moto finzioni speculative che inducono lo spettatore a interrogarsi sulle immagini idealizzate dallo sguardo collettivo e dalle consuetudini sociali che regolano identità e desiderio.

Dreaming the end (2023) di Wai Kin

Il tema indagato da Wai Kin in questa mostra che si costruisce intorno al film omonimo, è la narrazione, filo conduttore nella sua pratica artistica da alcuni anni accanto alla questione dell’identità. L’analisi qui presentata da Sin Wai Kin investe ogni possibile valore e sfaccettatura del concetto di narrazione, ma soprattutto lo affronta come dispositivo di conoscenza che si colloca nel mezzo tra la realtà, la verità, la finzione, la fantasia e la visione soggettiva. La narrazione è messa in gioco come strumento che costruisce strati, che come una spirale gira circolarmente in un moto di continui ritorni, sedimentando storie e significati. Il ritmo tondo trova espressione anche nella scelta di costruire un film che non si interrompe, ma scivola senza soluzione di continuità da una proiezione all’altra, in un loop perfetto che ricorda la struttura de Le mille e una notte, o la filastrocca «C’era una volta un Re, che chiese alla sua serva: ‘Raccontami una storia!’. La serva incominciò: ‘C’era una volta un Re, che chiese alla sua serva’». Sin Wai Kin volevano distruggere completamente la dialettica inizio-fine, la struttura secondo cui siamo abituati a procedere nel mondo e nella vita, su una linea che ci porta da un principio ad un termine. Forse invece non è obbligatorio andare sempre avanti, arrivare da nessuna parte, ma esplorare in tutte le direzioni.

La trappola delle narrative secondo Sin Wai Kin

Siamo sempre intrappolati in diverse narrative, ci dicono Sin Wai Kin, e dobbiamo imparare a metterle in dialogo. C’è quello che raccontiamo a noi stessi, quello che raccontiamo ai nostri intimi, e quello che arriva alla cerchia di conoscenti o a chi ci segue sui social network. Ci sono le narrazioni nelle quali inciampiamo per caso in ogni giornata, dove abbiamo ruoli minori, siamo quella ragazza che aveva la musica troppo alta sul tram, o quel ragazzo gentile che mi ha tenuto aperta la porta del bar. Ci sono narrazioni in cui siamo i buoni, i simpatici, gli affidabili e altre in cui siamo stronzi, egoisti e pigri. Infine, ci sono le narrazioni che costruiamo inconsciamente nei nostri sogni. Anche nei sogni ad occhi aperti. Mondi fantastici, dove siamo quello che vogliamo. Lì ci hanno portato Sin Wai Kin.

Le ambientazioni di Roma nel film di  Sin Wai Kin

Attraverso una tenda in velluto rosso si entra nel cinema allestito per l’occasione, dove scorre il film Dreaming the end. La trama è semplice, ci sono pochi personaggi incarnati sempre da Sin Wai Kin, con costumi, trucco e parrucche ogni volta diversi. Tre ambienti: un interno sontuoso, tra un salotto e una sala da pranzo; la scalinata esterna del Palazzo delle Civiltà Italiana (oggi Fondazione Fendi, infatti  partner del progetto), con la sua riconoscibile facciata; e infine Villa Medici, sede dell’Accademia di Francia a Roma. Nei suoi splendidi giardini labirintici, all’ombra della statua di Giano – dio romano dell’inizio e della fine, della transizione e della dualità  – si svolgono alcune metamorfosi dei personaggi, che forse, in fondo, sono solo maschere diverse di una figura unica. Viviamo di contraddizioni, il film che ci parla di narrazione è una meta operazione, a tratti illeggibile da un punto di vista linguistico. Entrano in scena dettagli raffinatissimi, per esempio le opere d’arte che compaiono quasi casualmente, e poi improvvisamente visioni grottesche, come le bocche che masticano. Tra storia, realtà e doppio, dove è il vero? Nel corpo, sembrano rispondere Sin Wai Kin con i loro cambiamenti. Il vero è nell’incarnare la storia: «You are who you think you are / the story change the body / the body change the story». Change, che è anche il nome di uno dei personaggi, è usato nel significato di dare forma, spiegano Sin Wai Kin.

Il progetto, la produzione

Sin Wai Kin, sono stati registi, sceneggiatori, truccatori, costumisti, attori, montatori, compositori, fino a concludere la produzione. Nella sceneggiatura, sono esplicitati i nomi dei personaggi per distinguerli: c’è lo Storyteller, e poi Change, ma anche Il narratore, e infine le statue. Si rafforza l’idea che siano personaggi astratti, forse facce di una stessa identità. Lo stile registico mescola diversi registri, da riferimenti al noir fino al cinema fantascientifico e fantasy. Il tono è sognante, a tratti romantico, per divenire poi ambiguo e lievemente perturbante. Lo scorrere del film è sostenuto da alcuni climax, una crisi, un’alzata di tono, ma tutto si riassorbe nel flusso.

La maschera è un oggetto chiave: i costumi dei Sin Wai Kin

I costumi scelti, oltre ad essere speciali in sé stessi, mostrano assonanze suggestive e stringenti con gli ambienti architettonici nei quali è stato girato il film. Si tratta di creazioni di Roberto Capucci, di Cinzia Ruggeri e di Robert Wun (coturier cinese residente a Londra), ma anche di pezzi personali, come il tuxedo di suo padre, che indossano per recitare la parte di Change nel giardino di Villa Medici. Agli abiti si aggiungono le parrucche bianche e arancioni, che Sin Wai Kin ha tagliato personalmente, e i diversi trucchi con i quali gli artisti si sono dipinti il volto. Oggi questi oggetti sono esposti nella seconda sala della Fondazione, su manichini artigianali tutti diversi. Colpiscono i fogli struccanti con i quali gli artisti hanno asciugato il trucco del volto, poiché presentano un’ambigua somiglianza alle maschere mortuarie. La maschera è un oggetto chiave, con il suo doppio significato: permettendo di trasformarsi rende liberi, e tuttavia blocca in un singolo personaggio, un tipo. 

Sin Wai Kin raccontano di aver riflettuto su quanto siamo tutti ossessionati dalla cultura dell’autenticità, dell’identità, eppure è naturale presentare diverse sfumature di sé nei diversi contesti o rapporti che si intrattengono, dalla famiglia agli amici: «abbiamo diverse maschere, ma siamo sempre noi». I disegni trasformano i lineamenti in galassie, o animali come la farfalla, che vive così brevemente dopo esser uscita dal bozzolo in cui si chiude nelle forme di bruco, simbolo classico di caducità, vanità e metamorfosi. Eppure questi pochi oggetti che documentano la performance servono precisamente al contrario, come il film stesso, a fermare l’esperienza effimera dell’azione teatrale privata. Il progetto è concluso da un catalogo sui generis, impaginato come un vecchio numero di un fotoromanzo italiano come Bolero o Grand Hotel, per ricalcare l’accento sul concetto di narrazione. Dalla storia intima di una giovane persona che cerca di costruire sé stessa e la sua pratica artistica al di fuori delle strutture a due dimensioni, si sviluppa un film esteticamente perfetto, curatissimo, coinvolgente, ritmato da frasi semplici che trovano appigli per colpire ognuno spettatore.

Deaming the end 

La mostra è visitabile fino al 29 ottobre presso gli spazi di Fondazione Memmo, in via della Fontanella di Borghese, 56/b a Roma. Sono in programma una serie di attività di approfondimento come incontri e laboratori didattici rivolti ai bambini.

Irene Caravita

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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