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Alessandro Cinque, Alpaqueros, reportage Peru
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Alessandro Cinque: il mio fotogiornalismo lontano dal racconto colonialista

Alessandro Cinque, al World Press Photo 2023 con il progetto Alpaqueros: gli alpaca per il sostentamento della popolazione delle Ande e la loro scomparsa per la crisi climatica

World Press Photo 2023, Alessandro Cinque premiato per il progetto Alpaqueros

Tra i vincitori del World Press Photo 2023 c’è Alessandro Cinque, fotogiornalista classe 1988 che da sei anni vive a Lima, in Perù. La sua ricerca si muove tra le Ande e l’America Latina per indagare storie legate all’ambiente e di stampo socio-politico, come l’impatto delle miniere sulle comunità Quechua indigene, sulla loro salute e sui territori in cui vivono. Cinque è stato premiato per il suo progetto Alpaqueros, un racconto che ruota intorno al ruolo degli alpaca per il sostentamento della popolazione delle Ande peruviane e al rischio della loro scomparsa a causa della crisi climatica. Un racconto in cui si intrecciano le sfide degli alpaqueros, allevatori di alpaca, e degli scienziati che stanno cercando di creare incroci e razze di alpaca più resistenti alle temperature esterne. 

Alessandro Cinque: andare oltre il racconto della la crisi climatica attraverso le storie della lotta per la sopravvivenza 

Il World Press Photo ha inserito quello di Cinque tra i reportage vincitori perché rappresenta «un grande esempio di giornalismo basato sulle soluzioni, in grado di raccontare la crisi climatica da una nuova prospettiva». Il suo progetto sugli alpaqueros incrocia arte, folklore, cultura e innovazione tecnologica, mostrando non solo gli effetti della crisi climatica, ma testimoniando la ricerca di una soluzione da parte degli allevatori peruviani. «Se avessi inserito solo il folklore non sarebbe stata una grande novità, sarebbe stata fotografia esotica» spiega il fotografo. «Ormai sappiamo che c’è la crisi climatica, serve capire come superarla. Lo avevo già in parte fatto raccontando la storia di un ingegnere peruviano che ha trovato il modo di catturare la nebbia con delle reti per trasformarla in acqua da far arrivare ai quartieri poveri di Lima. Credo che mettere in luce queste storie di lotta per la sopravvivenza possa ispirare altre persone a fare qualcosa per la propria comunità. È inutile aspettare che siano le grandi aziende a inventare un sistema». 

Alpaqueros, un progetto fotografico che unisce folklore cultura e ricerca scientifica

«Ho diviso il lavoro in due parti, la prima concentrata su folklore e cultura. Sono andato a fare le foto al parco della chiesa della Pachamama, per raccontare i riti e le credenze delle persone per il buon raccolto. Poi mi sono chiesto cosa stesse facendo la scienza, andando nel centro di ricerca più famoso del Paese che contiene tutte le razze di alpaca possibili. Ho cercato di valorizzare come potevo gli strumenti di ricerca, spesso limitati, in possesso degli scienziati peruviani per mostrare la loro lotta alla crisi climatica. Non mi sono limitato ad andare nelle case delle Ande a vedere le condizioni di povertà in cui vivono le popolazioni del luogo, ma ho cercato anche di mostrare la ricerca di una possibile soluzione attraverso le foto fatte nel centro in cui selezionano per la riproduzione gli esemplari più resistenti alle condizioni climatiche, evidenziando gli sforzi che sta facendo il governo peruviano per tutelare questa razza a rischio».

La vittoria del World Press Photo per Alessandro Cinque

Per Alessandro Cinque la vittoria del World Press Photo rappresenta soprattutto la possibilità di mostrare a un vasto pubblico la realtà che racconta, raggiungendo così un fine che è al contempo etico e morale: «Spero che possa muovere le coscienze su quello che per me è un enorme problema politico: le conseguenze del sistema neoliberista malato in cui viviamo le pagano sempre i Paesi più poveri e deboli, come accade in Sud America. Per fortuna è in atto una rivoluzione: i figli e i nipoti dei campesinos sfruttati dalle grandi aziende che qui fanno approvvigionamento per esempio di lana, non accettano più il fatto che il nonno subisca, e quindi scendono in strada. In Italia si scende in strada solo se si vincono gli Europei e i Mondiali, raramente per i diritti. In Cile, Ecuador, Bolivia tutti scendono in piazza per lo stesso motivo: la differenza». La vittoria del premio è anche una sorta di legittimazione: «È un modo per dire alle persone che fotograferò che se mi daranno fiducia cercherò di portare in tutto il mondo la loro storia».

Prima del World Press Photo: Alessandro Cinque e la fotografia

Il rapporto tra Alessandro Cinque, la fotografia e il fotogiornalismo inizia presto. Un rapporto che ha influenzato e migliorato anche la sua relazione con il padre: «Quando ero bambino è stato lui a regalarmi la prima macchina fotografica a pellicola, per la prima comunione: facevo delle foto a mia nonna e alle sue amiche che giocavano a carte alla casa del popolo. Quando andavo a ritirare le stampe in negozio le amiche mi lasciavano 200 o 500 lire, anche se erano venute mosse o fuori fuoco, e io con quelle ci compravo figurine e caramelle. In adolescenza poi mio padre ha cominciato a mostrarmi le immagini dei fotografi di Magnum e delle grandi agenzie e mi ha instillato la passione per il fotogiornalismo».

Alessandro cinque: dalle foto di matrimoni e moda all’International Center of Photography di New York, fino alle Ande in Perù

«A 18 anni avevo aperto uno studio a Firenze dove tra matrimoni ed eventi legati alla moda guadagnavo bene. Arrivato a 27 anni però sentivo che mi mancava qualcosa e ho deciso di investire quel denaro per viaggiare. Ho capito che per fare fotogiornalismo avrei avuto bisogno di altri strumenti, così ho frequentato per tre mesi l’International Center of Photography a New York. Nel 2017 sono andato in Perù, lì ho trovato per la prima volta una storia da raccontare, quella della vita nelle miniere. Ho deciso di raccontarla anche perché vedevo un collegamento con la mia storia personale: ho conosciuto una donna malata di cancro allo stomaco, lo stesso di cui è morta mia madre, cresciuta nella terra dei fuochi. Essere nelle Ande, in un posto così lontano da casa, con lingua e cultura lontane dalle mie, eppure trovarmi davanti una storia così simile a quella che ha toccato la mia famiglia, ha fatto sì che si creassero in me una vicinanza e al contempo uno scudo emotivo che mi hanno permesso di realizzare quel progetto. Sono tornato i due anni successivi e a settembre 2019 a Perpignan ho conosciuto la mia editor di Reuters, che ha visto il mio lavoro e mi ha consigliato di portarlo avanti».

Le pubblicazioni su National Geographic e New York Times, il trasferimento in Perù e l’inizio della carriera da fotogiornalista di Alessandro Cinque

«Quando ho iniziato con le prime pubblicazioni con National Geographic e il New York Times ho capito di poter chiudere lo studio a Firenze: ho lasciato tutto al mio socio e mi sono trasferito davvero, per dedicarmi alla carriera da giornalista. Oggi guadagno 10 volte meno, ma faccio qualcosa che mi piace. Sento di essere migliorato, non tanto a livello fotografico, ma personale. In Italia, essendo cresciuto nelle case popolari, pensavo di non avere privilegi rispetto ad altri amici. Qui in Perù la realtà è molto più classista e mi sono reso conto dei grandi privilegi che avevo: ad esempio il mio passaporto, il fatto che in Italia la sanità sia più o meno gratis e che si possa andare a scuola e aspirare a qualunque livello di istruzione. Questo ha cambiato il mio punto di vista sulle cose: non è più quello del giornalismo colonialista che potevo aver avuto nei miei viaggi precedenti, ma di uno che è qui tutti i giorni, mangia le stesse cose, respira la stessa aria, vede gli stessi telegiornali e si confronta con problemi che in Italia non aveva mai avuto».

Alessandro Cinque, l’incontro con Vidal, giornalista Quechua, e l’abbandono dell’approccio colonialista

«Trasferirmi in Perù mi ha fatto cambiare modo di rappresentare le persone. Per questo ho iniziato a lavorare con Vidal, un giornalista Quechua. In uno dei primi viaggi è stato il mio fixer, poi è diventato un collaboratore. È iniziato così un rapporto del tutto paritario: io l’ho convinto a mandare un’application al National Geographic grazie alla quale ha vinto un grant e senza di me forse non avrebbe parlato alla Georgetown University di fronte agli studenti statunitensi per raccontare quello che succede nella sua città; allo stesso tempo io non sarei riuscito ad entrare nel profondo della storia peruviana, con il mio spagnolo da forestiero. Io e Vidal abbiamo uno sguardo diverso e complementare: a volte mi fisso su qualcosa che per lui è normalità, come per chi non è mai stato a Napoli rimane affascinato da alcuni cliché dei Quartieri Spagnoli. Lui mi traduce quello che accade e mi permette di far andare il mio sguardo oltre la superficie, tenendo a bada il mio approccio da occidentale. Sono due racconti che vanno integrati, perché per il fotografo locale scatterà delle foto che in Italia mia nonna non sarà in grado di capire, ma capirà le mie perché vi troverà dentro la mia cultura e la mia visione, che sono le sue. In questo momento di rivoluzione dell’immagine bisogna collaborare, fare le cose insieme, e raccontare la stessa storia da punti di vista diversi, per parlare a lettori diversi».

Dalla fotografia in bianco e nero all’uso del colore

Per primi lavori sul Perù Alessandro Cinque ha utilizzato il bianco e nero. Il passaggio al colore viene descritto dal fotografo come un momento di crescita non solo professionale, ma esistenziale: «In quel lavoro in bianco e nero c’era una parte maggiore di ego e presunzione, un discorso molto estetico e compositivo, una volontà di dimostrare qualcosa a mio padre. Vivendo in Perù ho capito che era necessario l’utilizzo del colore, anche perché se il mio scopo è quello di raccontare a più persone possibile e a più giornali possibili quello che succede il bianco e il nero è un limite. Devo però riconoscere che grazie al mio lavoro in bianco e nero sulle miniere ho potuto ricevere dei finanziamenti dal Ministero e dal Pulitzer per portare avanti la mia ricerca sul Climate Change e gli Alpaca che è poi sfociata nel progetto premiato dal World Press». 

Alessandro Cinque e fotogiornalismo: la distinzione tra fotografia e immagine

Nonostante lo tsunami di immagini che ogni minuto ci assale attraverso i social, il fotogiornalismo, dato da anni per morente, resiste e continua ad affascinare un pubblico crescente. «Stiamo vivendo in una rivoluzione estetica, si deve distinguere tra immagine e fotografia» sottolinea Cinque. «L’immagine è frivola, momentanea, scorre mentre sei in bagno e apri Instagram. Può diventare virale, ma non aggiunge nulla al racconto e con la stessa rapidità con cui si è diffusa finisce nel dimenticatoio. Io cerco di fare una fotografia che rimanga nel tempo: non voglio portare avanti il racconto del giornalista colonialista che viene a sfruttare l’immagine dei campesinos per fare un reportage delle Ande dal sapore esotico. Quello possono farlo tutti i turisti che vengono a Machu Picchu».

Il mondo del fotogiornalismo: poche risorse molta concorrenza

A rendere impervia la strada del di chi si avvicina al fotogiornalismo non è quindi la mancanza di pubblico, ma alcune caratteristiche strutturali, come spiega Alessandro Cinque: «Purtroppo il fotogiornalismo è un mondo molto piccolo, in Italia quasi non esiste: so che per poter continuare a vivere in maniera normale devo riuscire a lavorare con i giornali internazionali più autorevoli e vincere concorsi. Non sono una persona competitiva, il mio è più un discorso di sopravvivenza:Mi piace pensare che attraverso il mio occhio, la mia storia e la mia esperienza si potrà ricostruire ciò che è successo in un determinato periodo storico; che tra decenni qualcuno si chieda cosa succedeva nelle Ande nel 2020 e trovi nel mio racconto una testimonianza. Se avessi fatto solo still life di scarpe non avrei sentito utilità nel mio passaggio sulla Terra, se non per me stesso».

Alessandro Cinque

Alessandro Cinque è un fotoreporter attualmente residente a Lima. L’attenzione alle problematiche sociali e ambientali che riguardano le minoranze ha spesso guidato il suo lavoro. Nel 2017, ha documentato l’estrazione dell’oro in Senegal e il contrabbando di merci di Kolbars al confine tra Iraq e Iran. Nel 2019 ha ritratto la comunità italo-americana di Williamsburg e si è recato in Arizona per fotografare le miniere di uranio abbandonate nei territori Navajo. Le sue foto sono state pubblicate su The New York Times , NYT Lens Blog , MarieClaire, Libèration, LFI, Internazionale, L’Espresso. Nel 2019, il suo lavoro sul Perù ha vinto il primo posto per Issue Reporting Picture Story di POYi . Nello stesso anno, è stato selezionato come Finalist all’Eugene Smith Grant e all’Alexia Foundation Grant . Trasferitosi ha iniziato a contribuire alla copertura di Reuters sull’America Latina mentre espandeva il suo progetto sull’impatto dell’industria mineraria peruviana sulle popolazioni Quechua. Nel 2020 è stato vincitore del Focus on the Story Grant. Nel 2023 ha vinto il World Press Photo nella categoria ‘Stories in Sudamerica’ con il progetto Alpaqueros.

Alessandra Lanza

Alessandro Cinque, Alpaqueros – un reportage sul ruolo degli alpaca per il sostentamento della popolazione delle Ande
Alessandro Cinque, Alpaqueros – un reportage sul ruolo degli alpaca per il sostentamento della popolazione delle Ande
Alessandro Cinque al World Press Photo 2023 con il progetto Alpaqueros
Alessandro Cinque al World Press Photo 2023 con il progetto Alpaqueros

L’autore non collabora, non lavora né partecipa, non riceve compensi né finanziamenti, da alcuna azienda o organizzazione che possa ricevere vantaggi economici o di sorta dalla pubblicazione di questo articolo.

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